LORENZO TUCCI: LE ''BACCHETTE'' DI MARIO BIONDI
DA ATESSA AI PALCHI DEL MONDO, CON IL SUO JAZZ

Pubblicazione: 10 luglio 2013 alle ore 08:11

Lorenzo Tucci
di

L’AQUILA - “Improvvisare non significa suonare a casaccio: per farlo bisogna studiare una vita. È come riuscire a ballare su un campo minato, se sbagli una mossa salti in aria”.

Per Lorenzo Tucci, il jazz è amore e tecnica. Questa speciale combinazione, unita a un grande talento, gli ha permesso di calcare i palchi dei più grandi artisti nazionali e internazionali e diventare “Il” batterista di Mario Biondi.

Molti lo chiamano ‘Touch’, per assonanza con il cognome, per il titolo di un disco del 2009 e per il suo ‘tocco’ speciale sulla batteria.

È nato ad Atessa (Chieti), ma da anni vive a Roma, città che gli ha permesso di conoscere e affiancarsi a grandi artisti, tra i quali Phil Woods, Tony Scott, Ronnie Cuber, George Garzone, Mark Turner, Tim Warfield, Emmanuel Bex, Kirk Lightsey, George Cables, Joanne Brakeen, Massimo Urbani, Stefano Di Battista, Enrico Rava, e tanti altri.

Con il famoso trombettista Fabrizio Bosso ha fondato gli High Five 5tet, una delle migliori formazione jazz degli ultimi dieci anni tanto da essere conosciuti come “i Beatles del jazz”.

Proprio insieme agli High Five ha conosciuto Mario Biondi, con il quale nel 2006 registrano Handful of Soul, l’album che lo acclama come “la voce” soul jazz italiana.

Sono 5 i cd nati da questo legame musicale, che ha portato i due sullo stesso palco a ogni tour. Di Lorenzo è una delle composizioni più belle, la suggestiva Mother Earth.

Il fuoco della musica, quand’è che l’hai sentito dentro di te per la prima volta?

Come quasi sempre accade, si inizia da piccolissimi, ma non ricordo bene quando c’è stato il salto.

Mi è chiaro quando decisi di trasferirmi dall’Abruzzo a Roma, dove vivo tutt’ora. Da piccolo mi piaceva molto la musica, a momenti cantavo prima ancora di parlare. La musica è una sola, poi c’è il mezzo che ti fa esprimere.

Quando hai deciso che sarebbe stata la batteria il tuo “mezzo”?

Mi è sempre piaciuta la chitarra, perché mio padre la suonava. Intorno ai 10 anni mi sono seduto dietro una batteria e ho capito che era quello giusto, ne ero assolutamente attratto.

Il jazz, invece, quando è arrivato?

Anche lui da giovanissimo, appena ho iniziato a ‘fare i conti’ con la musica. I miei amici più grandi mi hanno iniziato all’ascolto della musica jazz, che ho approfondito nella Capitale.

Un anno decisivo, per te, è il 2006, quando è uscito l’album registrato con Mario Biondi. Da qual momento è nato un sodalizio musicale di successo che dura ancora oggi…

Lui dice che sono il suo ‘vecchio’ musicista, appunto perché sono anni che suoniamo insieme. Ci troviamo bene, ci consultiamo, lui è una persona molto carina, mi dà sempre molto spazio. Abbiamo girato il mondo insieme: America, ma anche Giappone.

Il paese del Sol levante è meta sempre più prediletta dai musicisti, soprattutto italiani. Qual è il suo fascino?

Dal  2002, vado in Giappone due volte l’anno, un appuntamento che prescinde da Biondi. L’atmosfera è particolare, anche se sei sempre tu che la devi creare: se dai qualcosa di buono al pubblico, tutto diventa fantastico.

Impegni del momento?

Con Mario Biondi siamo in tour. C’è poi il progetto Tranety, insieme al pianista Claudio Filippini e al contrabbassista Luca Bulgarelli (entrambi abruzzesi).

Sono impegnato anche con Luca Mannutza, con il quale portiamo avanti l’album Lunar. Poi condivido tutto con Bosso, suoniamo insieme da almeno 15 anni e verremo anche all’Aquila. Insieme abbiamo registrato un album dal titolo Drumpet, in uscita ad ottobre.

Ultima domanda: pensi di poter allargare in futuro i tuoi orizzonti musicali oltre il jazz?

Il jazz è un genere già insito in tutto, è già una fusione. È diventato talmente grande che  l’apertura verso altri generi musicali è già compresa.



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