MAXI OPERAZIONE DELLA GDF
CONTRO LA CAMORRA, ANCHE
L'ABRUZZO COINVOLTO

Pubblicazione: 12 luglio 2017 alle ore 18:00

L'AQUILA - Coinvolge anche l'Abruzzo la maxi operazione anti-camorra della Guardia di finanza, con 16 misure di custodia cautelare, 12 in carcere e 4 ai domiciliari, disposte dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Napoli su richiesta della Direzione distrettuale antimafia.

Il gruppo, con base prevalentemente in Campania, era attivo soprattutto nei settori degli investimenti immobiliari e delle truffe alle assicurazioni.

Nell'ambito della maxi operazione sono stati sequestrati beni per un valore di 700 milioni di euro tra cui 1.177 immobili, molti dei quali nel Ravennate, 211 veicoli, 59 società e 400 rapporti bancari.

L'indagine è partita la primavera scorsa durante un controllo che ha portato alla scoperta di un intero parco a Melito, nel Napoletano, edificato in maniera abusiva e con la complicità degli organismi pubblici deputati ai controlli e al rilascio di permessi a costruire.

Gli imprenditori che avevano realizzato il complesso avevano legami con la criminalità organizzata locale.

Il parco è stato sottoposto poi a sequestro preventivo, sono state effettuate diverse perquisizioni e acquisite informazioni di carattere finanziario e bancario nei confronti degli altri imprenditori (Antonio Passarelli, e i fratelli Gennaro e Carmine Chianese), che hanno evidenziato come i tre fossero in possesso di enormi disponibilità bancarie e finanziarie incompatibili con i redditi da loro dichiarati.

È partito da qui un secondo filone investigativo che ha portato a scoprire interessi in Emilia Romagna dei tre, e questo ha dato vita ad altri accertamenti bancari e patrimoniali come pure a intercettazioni a carico di persone coinvolte in speculazioni immobiliari.

È stato ricostruito così un impero economico gestito da questa organizzazione, senza budget, bilanci, società e conti correnti, nato per nascondere il sistematico reimpiego di somme di denaro di provenienza illecita.

Denaro che, come indicano le risultanze investigative proveniva dai vertici di vari clan, non solo i Di Lauro, ma anche i loro scissionisti Amato-Pagano, i Mallardo, i Puca gli Aversano, i Verde e i Perfetto.

Il gruppo criminale, inoltre, era attivo anche nel settore delle truffe alle assicurazioni, realizzando pratiche per falsi incidenti, finti incendi e finti allagamenti, e i rimborsi o indennizzi ottenuti finivano nell'attività di riciclaggio.

Era proprio Antonio Passarelli, uno degli imprenditori del Parco Primavera, anche quando non compariva come socio, a essere uno dei canali illeciti di approvvigionamento di risorse dell'organizzazione. Per ripulire il denaro, Passarelli si serviva dei suoi familiari e dei fratelli Chianese.

Dalle indagini è emerso che il gruppo camorristico era riuscito a operare indisturbato negli anni grazie all'appoggio di insospettabili funzionari di banca e commercialisti tra cui gli arrestati Domenico Sangiorgi, ex direttore di banca bolognese originario di Faenza e Antimo Castiglione, commercialista originario di Sant'Antimo (Napoli).

Sangiorgi e Castiglione avrebbero tratto vantaggi personali dal rapporto col gruppo camorristico e da qui verrebbe la contestazione di partecipazione al clan Puca.



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