MAZZETTE E SPRECHI ATER CHIETI E ACA: RECCHIONE E LANCIA PATTEGGIANO PENA

Pubblicazione: 08 marzo 2017 alle ore 16:34

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CHIETI - Patteggiamenti delle pene e complessivi 100 mila euro di offerte di risarcimento. Si è concluso così al Tribunale di Chieti il doppio processo per tangenti all’Aca di Pescara e sugli stipendi gonfiati e le spese allegre all’Ater di Chieti, che vedeva alla sbarra, in entrambi i casi, la ex classe dirigente dell’ente, ora commissariato, che gestisce le case popolari teatine.

Nel primo filone, dove le accuse erano corruzione e turbativa d’asta, l'ex amministratore unico dell’Ater di Chieti, Marcello Lancia, ha patteggiato la pena di 1 anno, il dirigente Ernesto Marasco ha patteggiato 1 anno e 6 mesi.

Lancia si è impegnato a versare alle casse dell’Ater a parziale ristoro 10 mila euro. Il geometra Alessandro Faraone non ha voluto patteggiare e affronterà invece il processo, con udienza fissata ai primi di maggio.

Nel secondo filone, dove le accuse erano quelle di peculato e truffa, l’ex direttore generale dell'Ater, Domenico Recchione, ha patteggiato 2 anni e si impegnato a restitiure 26 mila euro. Ancora una volta Lancia ha patteggiato un anno, l’ex direttore amministrativo Giulio Marchioli ha patteggiato 2 anni, proponendo un ristoro di 70 mila euro.

Il commissario dell’Ater, Antonella Gabini, al termine dell’udienza ha dichiarato a questo giornale che è “un giorno importante perché sì è fatta verità su una vicenda molto triste. Intanto i primi risarcimenti saranno utilizzati per pagare gli stipendi arretrati ai nostri dipendenti”.

L’Ater però, conferma la Gabini, è intenzionata a chiedere in sede di processo civile cifre ben più consistenti. “Dai nostri calcoli il danno patrimoniale e d’immagine causato dagli ex amministratori si aggira intorno a 1,5 milioni di euro", avverte.

Il primo filone sulle mazzette ha avuto avvio dalle rivelazioni del costruttore aquilano Claudio D’Alessandro che, nel 2013, fecero scattare gli arresti di Lancia, Faraone e Marasco e anche di Ezio Di Cristoforo, ex presidente dell’Aca, una delle sei società che gestiscono il ciclo idrico in Abruzzo.

Gli inquirenti avevano riscontrato un articolato sistema illecito fondato sulla manipolazione di gare pubbliche tra il 2010 e il 2012, che riguardavano anche le case popolari, e dunque l'Ater, tutte sotto la soglia comunitaria e dunque condotte con "procedura negoziata", in cui le ditte da invitare venivano preventivamente individuate in accordo con i pubblici ufficiali ed erano tutte riconducibili a un unico centro decisionale perchè fiduciarie del D’Alessandro.

In cambio dell’aggiudicazione degli appalti, l’imprenditore garantiva dazioni illecite consistenti in denaro contante o beni mobili, nella misura del 5-6 per cento del valore della gara.

Al centro del secondo filone del processo, nato da una denuncia del commissario Gabini, i rimborsi per cene e notti in ristoranti e hotel di Milano, Roma, San Benedetto del Tronto e Montesilvano con donne dell'Est, gli stipendi gonfiati e  indebiti e spropositati aumenti dei propri emolumenti, ottenuti sfruttando le vendite degli appartamenti dell’Ater.

Uno dei principali accusati, Domenico Recchione, era salito alla ribalta delle cronache non solo regionali come il Barack Obama d’Abruzzo, visto che il suo stipendio da direttore generale dell’Azienda territoriale per l'edilizia residenziale (Ater) di Chieti, di oltre 324 mila euro lordi, superava quello dell’allora presidente degli Stati Uniti.

A fine gennaio Recchione è stato condannato dal giudice del lavoro del Tribunale di Chieti a risarcire l’ente di ben 404 mila euro, a cui si aggiungono 44 mila di spese legali.

Dopo il suo licenziamento, avvenuto nel maggio del 2014, Recchione a sua volta aveva chiesto un maxi risarcimento di oltre un 1 milione di euro per danno d’immagine e stipendi non goduti.

 



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