OSPEDALE L'AQUILA: LA CAPOSALA AMMETTE,
''FUMO AL BLOCCO OPERATORIO'' DOSSIER BIS

Pubblicazione: 25 ottobre 2017 alle ore 07:00

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L’AQUILA - Svelato il dossier “bis” sui problemi del blocco operatorio dell’ospedale San Salvatore dell’Aquila: stavolta a scrivere è la caposala, che rappresenta il perno organizzativo, a confermare alcuni dei rilievi già denunciati da un dipendente, che in quegli esposti metteva la stessa caposala sul banco degli accusati.

Tra le conferme, la cattiva e pericolosa abitudine di fumare nel blocco operatorio.

Un rapporto, quello diffuso qualche settimana fa da AbruzzoWeb, che ha suscitato forti polemiche, non attenuate nemmeno da una visita ispettiva programmata richiesta dalla Asl da parte dei Carabinieri del Nucleo anti sofisticazioni (Nas) di Pescara, ed effettuata lo scorso 18 agosto, con gli investigatori che hanno escluso ogni irregolarità.

L’esposto è finito all’attenzione della direzione generale che, forse un po’ frettolosamente, aveva archiviato i puntuali rilievi, corredati anche da foto, denunciati una prima volta a maggio e una seconda a giugno, con secche smentite e facendosi scudo proprio con la visita del Nas.

Secondo quanto si è appreso, questo secondo documento non avrebbe provocato ancora decisioni, anche per le tempistiche e i percorsi poco chiari.

Entrando nel contenuto, su uno dei tanti problemi, come il fumo in spazi vietati, “non posso che fare mea culpa”, scrive la caposala, Antonella Liberatore, “spero in compagnia di tutti quelli che, come me, hanno usufruito in modo illegittimo di tale diritto”.

Ma in un documento che, comunque, gioca in difesa rispetto alle accuse mosse dal dipendente, da parte sua la caposala fa qua e là parziali ammissioni in vari punti, rivendicando, per tutte le fattispecie, la scusante che il blocco, “cuore” del presidio ospedaliero del capoluogo, a oggi disponga di pochi spazi, mezzi e lavoratori.

“Speravo che la cosa si risolvesse bonariamente, senza coinvolgere tutto il personale, visto che l’attenzione mi pare sia rivolta prevalentemente alla mia persona e alla mia professionalità”, scrive la caposala.

Non c’è, comunque, chiarezza su date, percorsi e modalità con cui il mondo della sanità ha conosciuto il contenuto dei suoi scritti.

Spinta da non si sa quale motivazione, la Liberatore ha protocollato l’esposto indirizzandolo al direttore sanitario, Maria Teresa Colizza, l’8 agosto scorso.

Evidentemente, la missiva che porta con sé una serie di ammissioni, confermando una parte dei due esposti del dipendente, non è stata fatta girare tra i vertici, visto che a metà settembre il direttore generale, Rinaldo Tordera, alla pubblicazione da parte di questo giornale degli esposti, ha negato le pratiche irregolari, a partire dal fumo, ammesso invece dalla caposala.

A fine settembre, in sala operatoria è poi avvenuto un episodio a conferma delle accuse, capitato alla presenza di testimoni, tra i quali sia il dipendente che ha presentato le denunce sia la stessa caposala.

Infatti, durante un’operazione, il chirurgo ha chiesto uno strumento monouso e per tutta risposta il tecnico gliene ha portato uno risterilizzato, andando a confermare una delle principali contestazioni.

Nei primi giorni di ottobre, è uscita fuori pubblicamente la lettera datata 8 agosto, che oggi è facile trovare anche perfino in alcune bacheche dell’ospedale.

La prima denuncia ha destato imbarazzo nell’ospedale e accuse contro questo giornale di lavorare a infangare l’immagine del “San Salvatore”: accuse rigettate e che il nuovo esposto da parte della caposala, a parziale conferma di quanto scritto, deve far vedere sotto altra luce.

Le conclusioni della caposala sono, comunque, che il suo operato “debba essere valutato da chi gerarchicamente riveste ruoli istituzionali a me superiori, dal direttore del blocco operatorio, sino alle direzioni aziendali, alle quali io devo rispondere”.

Inoltre, c’è il rammarico “che il tutto abbia superato i limiti del nostro ambiente di lavoro facendo circolare, nell’ambiente ospedaliero, voci false quale quella riguardante la mancanza di stupefacenti e altro, e penso con grave danno morale, della mia immagine e della mia professionalità”.

FUMO IN ZONE VIETATE

Sul fumo, come detto, c’è poco da controbattere alle accuse della ‘gola profonda’, che aveva rimarcato “ostinazione a fumare in orario di servizio” e cicche “abbandonate in modo indecoroso nei vari locali”.

“Si usava fumare nella stanzetta dell’ortopedia, nella mia stanza, nella cucina e nella stanza deposito rifiuti - è la risposta della caposala - Non ho, quindi, alcuna argomentazione per poter giustificare e motivale tale comportamento”.

STUPEFACENTI MANCANTI

Angoscia avevano causato, in particolar modo, i conti non tornati nel computo degli stupefacenti forniti a scopo terapeutico, sebbene la denuncia non arrivasse ad accusare apertamente di sparizioni sospette.

La caposala rivendica di aver messo su un sistema di monitoraggio per scoprire le cause di ciò, il cui effetto è stato che “quasi giornalmente si è rilevato errore di redazione, sempre per difetto da parte degli interessati, o addirittura di calcolo”.

Alla luce di questo, per la Liberatore, “la mancanza segnalata riguardava solo l’errore contabile non reale”, insomma nessuna sparizione, ma conti sbagliati.

USCITE D’EMERGENZA INGOMBRE

Le contestazioni riguardavano uscite d’emergenza “costantemente ingombrate da armadi metallici contenenti presidi vari”, da strumenti “aventi un peso approssimativo di 200-250 chilogrammi”, da “scaffali a cinque ripiani contenenti disinfettanti vari e pannelli di piombo”, come si legge sempre nella prima denuncia.

“Numerose volte ho rilevato e denunciato la mancanza di spazi per il deposito di apparecchiature e armadi contenenti materiali” nonché “documentazioni cartacee relative a tutta l’attività che svolgiamo”, è la risposta.

“Purtroppo - prosegue la caposala - la mancanza fisica di spazi strutturali ha comportato la necessità di trovare ‘posti’ alternativi, quindi lateralmente a tutti i corridoi della struttura” e perfino “la mia stanza, una vera officina”. Problema irrisolvibile? “La realtà strutturale resta quella che è”.

STRUMENTI MONOUSO RIUTILIZZATI

Proprio con il capitolo sulla discussa risterilizzazione degli strumenti monouso, quelli che, lo dice la parola stessa, andrebbero usati una volta soltanto e poi smaltiti, la Liberatore comincia il suo rapporto.

“Non ci sono norme che regolano la risterilizzazione del monouso - rileva - se non la responsabilità personale in caso di danno al paziente”.

Inoltre, alcuni strumenti se sterilizzati “non sono più funzionanti, quindi lo scopo era diverso dal riuso”, si discolpa, ma senza citare quale altro potesse essere.

INDENNITA’ NON DOVUTE E TURNI

La denuncia parlava di una indennità di rischio radiologico percepita, secondo la gola profonda, senza averne diritto, “pur non essendo assolutamente e concretamente esposta in maniera permanente e continua al rischio suddetto”.

La difesa è quella di avere “partecipato a numerosi interventi radioassistiti se non a quasi tutti” e di avere maturato il diritto “dalla presa in carico, nel 2008, dell’apparecchiatura per Iort”, ma di avere, comunque, “avendo già sentito qualche polemica, chiesto l’esclusione da tale diritto”.

Alla gestione del personale è riservata la trattazione più lunga. “Ho ritenuto, forse sbagliando, che il mio fosse un servizio da rendere al paziente e all’azienda, agli operatori medici e al personale tutto che con me lavora, cercando di migliorare il clima relazionale all’interno del sistema, di per sé particolarmente conflittuale”, è la premessa della caposala.

“La differenziazione delle competenze e degli orari di servizio è riconosciuta anche in altri gruppi professionali che operano nel blocco operatorio”, rimarca la Liberatore, mentre “fa parte del ruolo dell’infermiere”, a suo dire, l’utilizzo del personale per attività quali “approvvigionamenti, riordino magazzini, controllo registri”.

Infine, un interrogativo polemico a discolpa dell’azione e dei risultati che ogni giorno consegue il blocco operatorio. “Quante notifiche o ricorsi legali l’azienda ha dovuto affrontare per cause legate all’attività di personale infermieristico del blocco, per errori o pazienti non operati per rinvii, pur essendo il nostro ambito organizzativo il più critico della struttura?”.

Domanda retorica che resta senza risposta, sottintendendo che non ce ne sono mai stati.



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