PESCARA: PISCINE NAIADI, 4 IMPUTATI PER BANCAROTTA FRAUDOLENTA

Pubblicazione: 14 settembre 2017 alle ore 10:05

Le Naiadi a Pescara

PESCARA - Presunta distrazione di circa 800 mila euro; società satellite riconducibili a un'unica gestione, create con l'obiettivo di usufruire di vantaggi fiscali; presunta truffa per l'assunzione di dipendenti in mobilità; conti gonfiati con attività inesistenti; un bar usato, probabilmente, per svuotare le casse della Progetto Sport srl, la società che ha gestito le piscine Naiadi dal 2008 e che da un anno è stata ammessa al concordato preventivo, considerata la società madre.

Questi gli elementi chiave, riportati dal Centro, presenti nelle carte della Finanza e della procura, depositate in udienza preliminare al giudice Elio Bongrazio nell'ambito delle due inchieste sulle piscine Naiadi di Pescara, riunite in un unico procedimento con quattro imputati, portate avanti dal Nucleo di polizia tributaria del capoluogo adriatico.

I reati contestati agli imputati vanno dalla bancarotta fraudolenta alla truffa per Luciano Di Renzo, ex amministratore della Progetto Sport, bancarotta per il fratello Raffaele Di Renzo, dirigente di società legate alla Progetto Sport e per Gianluigi Gileno, rappresentante legale di una società riferibile a Di Renzo e, infine, Lamberto Calore, amministratore della Progetto Sport nella fase del concordato, a causa di dichiarazioni rese proprio nella fase concorsuale.

Si saprà il 5 dicembre prossimo se i dirigenti delle Naiadi saranno rinviati a giudizio per bancarotta e altri reati oppure se usciranno indenni da un procedimento giudiziario che ha scavato nei conti delle piscine.

Ad oggi, la gestione delle Naiadi è in mano al un nuovo amministratore, Vincenzo Serraiocco che non è coinvolto. In uno dei due filoni di indagine, coordinati dal pubblico ministero Silvia Santoro, si parla di soldi spariti e del fallimento della Simply Life srl, la società collegata alla Progetto Sport: secondo l'accusa, Di Renzo avrebbe provocato con dolo il fallimento della società, arrecando in alcuni casi un illecito profitto alla Progetto Sport o alla sua stessa persona, 107 mila euro e altri 285 mila euro, che non avrebbe consegnato al curatore, oltre a movimenti di beni che ammonterebbero a 400 mila euro.

C'è poi la questione del bar delle Naiadi isato, secondo gli inquirenti, per disperdere l'attivo della Progetto Sport, attraverso la gestione della società amministrata dal fratello di Di Renzo e di proprietà al 90% proprio di Luciano Di Renzo. Il canone mensile di quest'ultima attività ammontava a 500 euro, a fronte di un fatturato di 814 mila nel periodo dal 2011 al 2013.

Nell'inchiesta si parla anche di crediti vantati dalla Progetto Sport nei confronti della Regione: somme per quasi 900 mila euro che, per finanza e procura, sarebbero state determinanti per ottenere il concordato ma che sarebbero state conteggiate senza che sussistessero i presupposti sostanziali e formali per tale attribuzione.

A Luciano Di Renzo si contesta anche una presunta truffa legata alle assunzioni dei dipendenti in mobilità, ma solo fittiziamente: Di Renzo avrebbe costituito società e associazioni formalmente titolari di funzioni diverse alle Naiadi, ma di fatto riconducibili tutte a un'unica gestione e direzione, al fine di fruire di incentivi e vantaggi fiscali. I lavoratori sarebbero così transitati da una società all'altra.



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