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CANDIDATO GOVERNATORE IN PECTORE DEL CENTRODESTRA MINIMIZZA MAL DI PANCIA INTERNI E DICE: ''NESSUNO DI NOI DEVE FARE L'ERRORE DI SOTTOVALUTARE LEGNINI E MARCOZZI''

REGIONALI: MARSILIO, ''IO SCELTO DALLA BASE, REGIONE FERMA PER SETE POTERE D'ALFONSO''

Pubblicazione: 05 dicembre 2018 alle ore 06:30

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L'AQUILA - "Per quanto ci riguarda è una scelta definitiva, attendiamo solo che i leader nazionali si incontrino per dare ufficialità alle scelte prese su Abruzzo, Sardegna, Basilicata e Piemonte".

Il senatore di Fratelli d'Italia Marco Marsilio, candidato governatore in pectore del centrodestra, in attesa della formalizzazione dall'incontro tra Berlusconi, Salvini e Meloni in programma giovedì a Milano, ad AbruzzoWeb parla già da leader della coalizione, di cui promette l'ampliamento, rivendica le origini abruzzesi, anche se è nato e cresciuto a Roma, chiede lealtà agli alleati e minimizza le fronde interne al suo stesso partito in Abruzzo.

E per difendere la sua appartenenza a questa terra attacca Luciano D'Alfonso, il presidente del Partito democratico costretto a lasciare in anticipo la guida della Regione per la sopraggiunta incompatibilità con la carica di senatore: "C'è stato un presidente della Regione che venne eletto con grande consenso e forti aspettative di cambiamento e di miglioramento che è dovuto scappare dall'Abruzzo per andarsi a rifugiare a Roma e che non si ripresenta per il secondo mandato perché sa perfettamente di aver tradito la fiducia degli elettori - afferma Marsilio - in compenso c'è una persona che il senatore già lo fa e non ha bisogno di cercare altre poltrone e torna in Abruzzo dove sta tutta la sua famiglia e da dove la sua famiglia è partita".

Eppure la scelta del senatore, 50enne coordinatore regionale di Fratelli d'Italia nel Lazio, ha creato diffusi mal di pancia in Abruzzo, in particolare tra gli alleati di Forza Italia e Lega, ma anche all'interno dello stesso partito della Meloni, soprattutto in alcune aree come il teramano, che caldeggiava l'ex assessore regionale Giandonato Morra, nella rosa di nomi assieme al cardiochirurgo Massimiliano Foschi e allo stesso Marsilio, e nella Marsica.

Ma "i nomi sono stati fatti dal coordinamento regionale del partito, sono stati portati sul tavolo e sono il frutto di una volontà espressa dalla base del partito abruzzese", fa osservare Marsilio, "quindi qualunque di questi nomi fosse stato poi prescelto sul tavolo nazionale avrebbe incontrato e incontra il consenso ampio di tutto il partito abruzzese, per il resto è normale che in una fase di scelta e di dialettica ognuno giochi le sue carte e proponga anche le proprie ambizioni personali, è tutto legittimo, l'Abruzzo ha tanti dirigenti capaci, e molti se non tutti sarebbero stati assolutamente in grado di guidare questa partita, quindi finita questa fase registro voglia di partire e di fare bene".

"Sono sicuro della correttezza e lealtà di tutti gli alleati nei nostri confronti", sottolinea poi il candidato presidente, "come noi siamo capaci e lo abbiamo dimostrato sempre, di correttezza e lealtà quando si tratta di portare sindaci e presidenti di Regione espressione dei nostri alleati alla vittoria, come siamo pronti a fare in Sardegna con un candidato espressione della Lega e in Piemonte con un candidato espressione di Forza Italia e così via".

A Marsilio spetta anche l'arduo compito di ricucire lo strappo con Fabrizio Di Stefano, l'ex parlamentare di Forza Italia che ha ufficializzato la candidatura alla presidenza della Regione con le Civiche d'Abruzzo: "Il confronto ci è sempre stato perché chi è presente sul territorio, partiti o movimenti si confrontano e si conoscono, affrontano i problemi, quindi il dialogo c'è sempre stato, non si è mai interrotto - dice - l'obiettivo è rendere il centrodestra più largo e più unito e coeso possibile, che è il presupposto per una vittoria ampia e un governo efficace della regione".

Gettando lo sguardo nei campi avversari, Marsilio afferma che "Legnini come la Marcozzi sono due competitor entrambi temibili e rispettabili, nessuno di noi deve fare l'errore di sottovalutarli, nel caso di Legnini di dare per morto il Partito democratico e nel caso della Marcozzi di pensareche lo scarso radicamento amministrativo e territoriale dei Cinque stelle sia il lasciapassare per una vittoria facile".

"Non c'è niente di facile nella vita", aggiunge il senatore, "le partite si giocano fino all'ultimo minuto anche quando la Juventus incontra il Lussemburgo deve mettere in campo tutte le qualità per portare a casa il risultato ed è quello che dobbiamo fare anche noi".

Sull'infausta data del voto, fissata al 10 febbraio, Marsilio riconosce il rischio che si vada alle urne sotto due metri di neve come accaduto non più tardi di due anni fa ma sottolinea come "è una precisa responsabilità di D'Alfonso e del Partito democratico, perché per ragioni di gestione del potere hanno ritardato di mesi le dimissioni e lo scioglimento del Consiglio, se ci fosse stato rispetto per le istituzioni e per i cittadini abruzzesi a marzo D'Alfonso si sarebbe già dovuto dimettere e a giugno avremmo votato per il nuovo presidente della Regione".

"Non è stato così - aggiunge - perché la sete di potere e la bulimia da gestione dell'ultima ora e delle ultime nomine o degli ultimi affari da sbrigare li ha portati fino a ferragosto quando il Senato ha dovuto quasi intimare a D'Alfonso di fare una scelta e questo ha messo poi nella condizione di dover scegliere se fare le elezioni alla vigilia di Natale o subito dopo in tempo utile, quindi il 10 febbraio".

"Se dovessimo fare un improbabile e non auspicabile rinvio ulteriore, noi avremmo una Regione che per oltre un anno sarebbe di fatto gestita in maniera quasi commissariale, che non ha la pienezza dei poteri, che non può affrontare i dossier urgenti e questo sarebbe un danno, già lo costituisce oggi perché stiamo parlando ci ritroviamo dall'inizio dell'anno, quando D'Alfonso ha deciso di candidarsi, con una Regione che non lavora come potrebbe e come dovrebbe, quando arriveremo al 10 febbraio, coi tempi di insediamento della Giunta e di proclamazione degli eletti saremo a marzo e se dovessimo aspettare giugno significherebbe avere una Regione per un anno e mezzo ferma quando in Italia stiamo già sentendo i primi segnali di una possibile e temutissima recessione economica, se di fronte ad una situazione di recessione una Regione non è in campo con tutte le sue armi è condannata al disastro", continua il candidato presidente del centrodestra.

"Non faccio il tifo per il rinvio", chiarisce Marsilio, "spero che non nevichi e che tutti gli abruzzesi possano esercitare il loro diritto di voto nella massima serenità e possibilità di farlo".

"Purtroppo l'Abruzzo è una terra amara per i suoi figli", ragiona poi il senatore meloniano, "molti ancora oggi sono costretti ad andare via perché non riescono a trovare gli strumenti e le ragioni per una vita dignitosa nella terra che amano, io voglio anche rappresentare questa sfida: permettere ai nostri figli e ai nostri nipoti di poter crescere e vivere in Abruzzo, e magari a tanti abruzzesi che sono in giro per il mondo a cominciare da Roma che è la città più abruzzese d'Italia e del mondo perché ci sono circa 150mila romani di origini abruzzesi, di poter tornare nella loro terra perché diventa una terra ricca di opportunità, capace di creare sviluppo economico, ricchezza e benessere".

Marsilio garantisce poi che sceglierà il Consiglio regionale rinunciando alla poltrona da senatore, qualora le cose per il centrodestra dovessero andare male: "La mia è una scelta di vita, ho scelto di dedicarmi all'Abruzzo, mi è stato chiesto di farlo e ho dato una risposta positiva, non faccio mezze misure, quindi il mio impegno per l'Abruzzo è totale e lo sarà anche come consigliere di opposizione", chiarisce, "non succederà perché vinceremo ma garantisco il mio impegno in Abruzzo".

Sul nuovo sondaggio che, secondo indiscrezioni, Berlusconi avrebbe chiesto agli alleati nell'incontro della settimana scorsa, infine, Marsilio spiega che "non so se ci sarà un nuovo sondaggio, non ho chiesto a Berlusconi se avrebbe fatto sondaggi sul mio nome, li abbiamo fatti noi perché per primi intendiamo capire e continueremo a farli perché una campagna elettorale si svolge con il costante monitoraggio delle opinioni e degli umori dell'elettorato, dopodiché non sono i sondaggi che decidono, sono uno strumento di analisi e riflessione ma la decisione politica è qualcosa di più altrimenti chiuderemmo i partiti e ci affideremmo ad un'agenzia di comunicazione come fa la Casaleggio Associati".



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