REGIONE: M5S E FI PRESENTANO MOZIONE SFIDUCIA CONTRO D'ALFONSO, PARTE CONTA VOTI

Pubblicazione: 16 maggio 2018 alle ore 12:12

L'AQUILA - "Non si può ulteriormente assistere, solo per tutelare gli interessi egoistici e personali di Luciano D'Alfonso, e del Partito democratico che lo ha invitato a mantenere la doppia carica di presidente e senatore, solo per il timore di una pressoché certa sconfitta alle prossime elezioni regionali, ad una così grave situazione amministrativa e politica in un contesto di totale violazione e spregio delle regole democratiche".

E’ solo uno dei durissimi passaggi della mozione di sfiducia depositata ieri in Consiglio regionale da Forza Italia e Movimento 5 stelle, e che chiede le dimissioni immediate del presidente Luciano D’Alfonso, ribadendo la sopravvenuta incompatibilità con il suo ruolo di senatore. Incompatibilità dichiarata insussistente dal voto del Consiglio regionale di martedi 8 maggio, dalla maggioranza, seppure con un solo voto in più,  in base alla  tesi, perorata a piè sospinto dallo stesso D’Alfonso, che l’incompatibilità scatterà solo con la ratifica della giunta delle elezioni del Senato. L'approvazione o bocciatura della mozione dovrà ora avvenire non oltre 10 giorni dalla presentazione.

Un'altra mozione di sfiducia è poi in fase di elaborazione per chiedere questa volta le dimissioni del presidente del Consiglio regionale Giuseppe Di Pangrazio, "reo" di non essersi astenuto nel voto sulla compatibilità della doppia carica, votando per la non sussistenza, venendo così meno, hanno protestato le opposizioni, al suo ruolo "super partes", come aveva invece fatto nel corso della Giunta per le elezioni dello scorso 26 aprile, che aveva già deliberato la non sussistenza di cause di incompatibilità rinviando la decisione al Consiglio regionale.

La mozione di sfiducia a D’Alfonso è stata firmata dai cinque consiglieri del Movimento 5 Stelle Sara Marcozzi, Riccardo Mercante, Gianluca Ranieri, Pietro Smargiassi e Domenico Pettinari, e da quattro consiglieri di Forza Italia, Lorenzo Sospiri, Mauro Febbo, Paolo Gatti e Emilio Iampieri, non però da Gianni Chiodi, ma solo perchè era assente al momento della raccolta delle firme.

La mozione di sfiducia non comporta automaticamente le dimissioni anticipate del presidente, che comunque ha già detto di voler optare per la carica di senatore. Sarebbe però certificata la mancanza di numeri della maggioranza, che in occasione del voto sull’incompatibilità ha retto per un solo voto, 16 voti contro 15.

In consiglio è così partita la conta di chi potrebbe votare la mozione di sfiducia. Oltre ai 9 proponenti, si dà per scontato il voto dell’ex presidente della Regione Gianni Chiodi, e quello degli altri due esponenti di opposizione Mauro Di Dalmazio di Abruzzo futuro, e di Leandro Bracco di Sinistra Italiana, appena eletto segretario nell’ufficio di presidenza, al posto di Giorgio D’Ignazio del Nuovo centro destra, passato in maggioranza e diventato assessore.

Per avvinciarsi a quota 16 servirebbero dunque i voti dell’ex assessore ed ex Pd Donato Di Matteo, che con D’Alfonso ha il dente avvelenato, e dei due esponenti di Abruzzo civico, l’ex assessore Andrea Gerosolimo e Mario Olivieri, oramai fuori dalla maggioranza. Va ricordato che Di Matteo, Gerosolimo e Olivieri hanno votato con l’opposizione in occasione del voto sulla sussistenza o meno dell’incompatibilità della doppia carica di D'Alfonso.

Mancherebbe comunque un voto determinante per arrivare a quota 16, e gli occhi sono tutti puntati sull’assessore di Articolo 1-Mdp Marinella Sclocco, a cui la base del partito chiede insistentemente di staccare la spina, uscendo dalla giunta. Un passo indietro che però avrebbe effetti devastanti: Sclocco è infatti l’unica donna in Giunta, e dovrebbe essere sostituta da un’altra donna, che però in maggioranza non c’è. L’unica opzione sarebbe dunque quella di un assessore esterno, e si fa il nome della ex parlamentare e sottosegretario alla Giustizia dell’ Ncd Federica Chiavaroli, non rieletta alle politiche del 4 marzo con Civica popolare.

Ma a quel punto a dover fare un passo indietro dovrebbe essere l’attuale, ed unico possibile, componente di giunta esterno, il vicepresidente Giovanni Lolli, proprio il "traghettatore" designato che dovrà andare al timone della maggioranza quando e se D’Alfonso lascerà la carica di presidente.  

Nella mozione di sfiducia vengono innanzitutto ripercorse le ragioni giuridiche che confermano la necessità da parte di D'Alfonso di rimuovere immediatamente l'incompatibilità tra le due cariche ricoperte, scattata con la proclamazione degli eletti da parte della Corte di appello il 16 marzo, come del resto ha fatto il presidente del Friuli Venezia Giulia, Barbara Serracchiani.

Nella mozione si evidenzia che “il presidente D'Alfonso interpretando le norme a suo piacimento ed uso e consumo ha dichiarato candidamente che si dimetterà solo dopo la convalida delle elezioni”,  "facendo finta di ignorare che il vigente sistema normativo di assunzione della carica di senatore delineato dalla costituzione repubblicana è profondamente diverso dallo Statuto Albertino dove l'acquisto della carica di senatore di nomina regia avveniva al momento della proclamazione, la quale però era successiva alla convalida e al giuramento”.

E ancora si scrive che "perseverare in questa condotta ambigua che si appalesa gravemente sprezzante della costituzione e delle leggi, e tanto più oltraggiosa in quanto posta in essere dall'organo di vertice della Regione, vuol dire ostacolare la normale dialettica tra la maggioranza e le opposizioni all'interno del Consiglio regionale in una fase in cui va gestita la fine della legislatura nel modo più costruttivo possibile".

"Le esternazioni del presidente d'Alfonso in merito a cavilli, norme, giorni, immissioni, elezioni, convalida, acclamazioni è solo un offesa all'intelligenza degli abruzzesi  alle istituzioni ma anche ai principi democratici che hanno permesso allo stesso di essere eletto senatore della Repubblica", si legge ancora.



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