RICOSTRUZIONE: ANTICHI PALAZZI, NUOVE TECNICHE
UNA RUBRICA PER CAPIRE COME RINASCE L'AQUILA

Pubblicazione: 24 luglio 2011 alle ore 07:59

Restauratori all'opera all'interno della cupola di San Bernardino
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Affrontare la ricostruzione post-terremoto da un nuovo punto di vista, di taglio culturale, sviscerandone aspetti che finora non sono stati messi troppo in luce dai media.

Questo l’obiettivo di una nuova rubrica, Capire la ricostruzione, che AbruzzoWeb affida a un esperto, l’architetto Roberto Di Paola, già soprintendente regionale, aprendola comunque anche al contributo di altri saggi del settore.

Settimana dopo settimana, la rubrica proporrà ai lettori articoli a carattere divulgativo, scritti con competenza tecnica, ma con un linguaggio comprensibile, per entrare nei complessi meccanismi della tecnica della ricostruzione.

A questi approfondimenti, corredati da fotogallerie, si alterneranno specifici focus sui “monumenti dimenticati”: quelle perle del ricchissimo patrimonio culturale dell’area colpita dalla scossa delle 3.32 che si stanno abbandonando al loro destino.

Nella città terremotata che, insieme al “cratere”, dovrebbe costituire il più grande cantiere di restauro al mondo , i “rumors” farebbero pensare a una frenetica attività che, in verità, sembra piuttosto virtuale, almeno per quanto riguarda la città storica.

Perfino chi si reca al bel cimitero dell’Aquila trova la situazione intatta, con la chiesa puntellata, le macerie e le lapidi spezzate a terra, come il giorno dopo quel 6 aprile di due anni fa.

È come se il tempo si fosse fermato e l’anima di questa terra fosse ancora in attesa di ritrovare le energie per rimettere ancora una volta le cose a posto come e meglio di prima.

Mentre si preparano i progetti e si seguono le pratiche burocratiche (rispetto ai nostri antenati dell’ultimo post terremoto siamo agevolati perché non dobbiamo andare a Napoli!) ancora si vedono scenari desolanti di disastri rimasti intatti, anche laddove basterebbe poco per rimuovere il pericolo e il danno.

Appare singolare per esempio che il cuore della città ferita, la parte più danneggiata attorno a via Roma, sia lasciata per ultima nelle attenzioni urbanistiche e progettuali, mentre ogni giorno si aggravano i danni degli edifici.

Mentre qualcuno si domanda come sia possibile pensare di tornare a vivere in questa città, la risposta appare già nei fatti: gli aquilani non mollano, ci si abitua a tutto del resto, è meglio vivere con la minaccia dei terremoti che sotto un vulcano!

Appaiono rassicuranti al riguardo le certezze che, non senza qualche brutta notizia, arrivano dal Giappone, dove i terremoti sono ormai diventati un disturbo momentaneo e dove esiste la prova provata che si può convivere con essi.

Ha colpito tutti l’immagine di quell’autostrada divelta e sradicata aggiustata in dieci giorni! “Si può fare”, quindi, e gli aquilani non sono pazzi ostinati che vogliono tornare a rischiare la pelle, tutt’altro! La lezione appresa fa considerare come primaria, costi quello che costi, la sicurezza della nuova L’Aquila restaurata.

Sembrano però affiorare a tale riguardo molte incertezze procedurali e di metodo, anche in un settore, quello del consolidamento e del restauro, in cui il nostro Paese è o dovrebbe essere all’avanguardia nel mondo.

Una delle questioni che appassiona o sarebbe meglio dire tormenta i tecnici in questo periodo è il dover fare i conti in modo necessariamente accelerato con sistemi, materiali e metodiche ancora a carattere parzialmente sperimentale, data la relativamente recente acquisizione.

Nella dimensione storica dell’edificare, basti ricordare che nel Settecento per esempio si costruiva per tre generazioni, i trent’anni trascorsi dalle prime apparizioni dei nuovi materiali, ancora meno per il carbonio, appaiono decisamente pochi, sotto ogni profilo.

Le loro straordinarie caratteristiche, però, li rendono ormai addirittura indispensabili in determinate situazioni limite e in particolare negli esempi importanti di edilizia pubblica.

A fronte di ciò, l’osservazione dei dissesti del terremoto ci riporta in evidenza casi significativi di tecniche tradizionali, come l’uso di catene di legno o di ferro che si sono rivelati determinanti.

Ci vorranno anni per comprendere a fondo e scrivere la storia di questo terremoto che ha trovato la città come il paese in un momento di distrazione dai problemi della sicurezza antisismica, come pure per capire l’efficacia di sistemi apparentemente fragili come l’apparecchio all’aquilana che resiste meglio di ogni altro da quasi otto secoli in murature di grande altezza ed estensione.

Intanto una buona notizia viene dal tempio del patrono della città, San Bernardino, dove tecniche antiche contro i terremoti, come le catene lignee e di ferro, sono state affiancate validamente nell’intervento del provveditorato alle Opere pubbliche da cerchiature con fasce di carbonio e insieme a pratiche tradizionali come il cuci e scuci stanno restituendo integrità all’insieme che si spera presto potrà essere riaperto al pubblico e restituito alla cittadinanza.

Sarà interessante a breve, affrontando la ricostruzione cosiddetta “pesante” del centro storico entro le mura, osservare le scelte dei progettisti, soprattutto di quelli aquilani al corrente delle tecniche storiche, e il grado di fiducia che i lavori realizzati sapranno indurre nei futuri riabitatori della città, senza la quale è legittimo sospettare che essi avranno facce del tutto nuove e diverse.



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