RUDERE COM'ERA E DOV'ERA: FOLLE STORIA DEL CIVICO 9 DI PIAZZA CHIARINO A L'AQUILA Abruzzo Web Quotidiano on line per l'Abruzzo. Notizie, politica, sport, attualitá.

RUDERE COM'ERA E DOV'ERA: FOLLE STORIA
DEL CIVICO 9 DI PIAZZA CHIARINO A L'AQUILA

Pubblicazione: 17 dicembre 2017 alle ore 10:30

L'edificio con i lavori bloccati
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L'AQUILA - Ogni ricostruzione post-terremoto ha le sue incompiute e le sue vittime sacrificali sull’altare della burocrazia e dei travagli giudiziari. All’Aquila questo poco invidiabile blasone spetta senz’altro al civico 9 di piazza Chiarino, nel cuore del centro, un palazzotto senza infamia e senza lode dal punto di vista estetico, costruito dei primi del Novecento, con una decina di appartamenti tra prime e seconde case.

A quasi 9 anni dal sisma, il palazzo è, infatti, ancora puntellato e pericolante, reso “green friendly” da floridi arbusti che lussureggiano tra le crepe delle  facciate. A fare da scenografia apocalittica alla movida serale che frequenta i numerosi locali che hanno aperto i battenti intorno alla piazza, circondato da tutti gli altri palazzi già al contrario ricostruiti e riportati agli antichi splendori.

A spiegare ad AbruzzoWeb il perché della mancata ricostruzione due dei proprietari, il professore emerito di Psichiatria Massimo Casacchia e sua moglie Rita Roncone, docente ordinario di psichiatria.

Esausti come i loro vicini di casa, da anni alle prese con i laocoontici grovigli della burocrazia, ricorsi al Tribunale amministrativo regionale con andamento assai lento, e da un clamorosi cambi delle carte in tavola che hanno fatto sì che l’iniziale progetto di abbattimento e ricostruzione fosse bocciato per imporre, dopo 6 anni, il restauro del palazzo in nome del “com’era e dov’era”, a prescindere. Anche se c'è chi, con amarezza, ironizza tra i condòmini, che nel loro palazzo di davvero antico c'era forse solo la storica officina meccanica.

“Nel 2009, a pochi mesi dal terremoto del 6 aprile - comincia il doloroso racconto il professor Casacchia - la nostra palazzina è stata dichiarata inagibile e pertanto classificata E. Visto che l’edificio non era vincolato, né di pregio, l’assemblea di condominio ha scelto a maggioranza di procedere all’abbattimento e ricostruzione: di ricorrere, cioè, alla cosiddetta 'sostituzione edilizia', con una spesa di circa 2 milioni di euro. Un’opzione molto più economica rispetto al restauro e all’intervento conservativo e che, soprattutto, garantisce la massima di sicurezza sismica, il 100 per cento, rispetto al 60-70 per cento, oltre il quale il restauro di un edificio in muratura non può andare”.

La commissione di verifica di ammissibilità delle proposte di interventi nel centro storico del Comune non ha avuto nulla da obiettare sulla sostituzione edilizia, mentre la Soprintendenza ha prescritto solo il recupero dei pochi fregi di valore storico presenti, come le pietre nobili che ingraziosiscono i portoni di ingresso, da reinserire nel nuovo edificio, e ha raccomandato che l’abbattimento venisse seguito da personale specializzato.

Il progetto è stato così consegnato per l’esame alla vecchia filiera composta da Fintecna, che controllava la conformità amministrativa delle pratiche, Reluis, per la conformità strutturale, e Cineas, per la conformità finanziaria, oltre che al Comune capoluogo. E lì è rimasto a prendere polvere su qualche scaffale per oltre 2 anni.

“Esasperati da questa incomprensibile impasse - prosegue Casacchia - siamo stati costretti nel luglio 2013 a fare ricorso al Tar, come del resto avevano fatto altre assemblee di condominio con le pratiche ferme”.

Il Tar ha emesso la sentenza un anno dopo, nel luglio 2014: ha dato ragione ai condòmini del civico 9, condannando il Comune per l'inadempienza, e anche al pagamento delle spese legali. Ha dunque disposto la nomina di un commissario ad acta, avvenuta nell’ottobre dello stesso anno, per portare d’imperio a conclusione l’iter.

“Nel luglio 2015 il commissario ha concluso il suo compito, indicando con chiarezza che si doveva procedere con la sostituzione edilizia, per la sua convenienza economica, e per la relativa alla sicurezza che il palazzo avrebbe ottenuto. Come per noi era lapalissiano da anni - racconta Casacchia - Ci ha invitato, dunque, a elaborare proposte progettuali più di dettaglio per i singoli appartamenti al fine di comporre il progetto di ricostruzione complessivo. Cosa che abbiamo fatto, e consegnato agli uffici comunali preposti. Finalmente, insomma, si intravedeva la luce in fondo al tunnel”.

Un’illusione ottica, purtroppo, quella luce: il progetto è arrivato infatti sul tavolo della Commissione pareri dell’Ufficio speciale per la ricostruzione del Comune dell’Aquila (Usra), la struttura che, dopo la legge Barca, ha sostituito la vecchia filiera.

Nel settembre 2016, dopo ben 14 mesi, senza insomma la minima fretta, in base a un nuovo parere della Soprintendenza, diametralmente opposto a quello del 2011, la Commissione ha clamorosamente bocciato il progetto, dichiarandosi contraria alla sostituzione edilizia. Il palazzo infatti, è stato spiegato, va considerato di “particolare pregio”, e va pertanto restaurato com’era e dov’era.

Una classificazione, quella del “particolare pregio”, che è suonata come un’atroce jattura per tutti i condomini, come un essere “né carne né pesce”.

“Con questa dizione, espressa in modo piuttosto sintetico e, poco motivata da parte di una commissione forse non del tutto in linea con le norme attive vigenti - si accalora infatti Casacchia - non solo viene cancellato il progetto che prevedeva la sostituzione edilizia, redatto dopo anni con tanta fatica, ma nello stesso tempo al nostro edificio non viene riconosciuto il titolo giuridico proprio dei palazzi della forte valenza storica e architettonica".

"È una via di mezzo: non può essere abbattuto, ma rstaurato, ma per farlo vengono garantiti 1.200 euro al metro quadro di finanziamento, molti di meno di quelli che vengono assicurati ai palazzi di pregio a tutti gli effetti oggetti di restauro - continua ancora - Risorse del tutto insufficienti, con la conseguenza che dovremo farci carico noi della differenza economica, per garantire un’ottimale sicurezza sismica, tenuto conto, come detto, che non sarà mai al 100 per cento come invece garantisce la sostituzione edilizia”.

E così i malcapitati condomini del civico 9 di piazza Chiarino sono dovuti tornare, scartoffie sotto braccio, dai loro avvocati, per impugnare anche questa decisione al Tar, argomentando che essa contraddice ciò che era stato loro imposto dal commissario ad acta, nominato dagli stessi giudici amministrativi.

Questi ultimi avrebbero dovuto esaminare il caso nei primi giorni di questo mese. Ma con l’ennesima doccia fredda, la sentenza è stata spostata al 21 marzo 2018.

“Questa vicenda ci sta segnando profondamente - si sfoga il professor Casacchia - Molti di noi, che avrebbero voluto ritornare ad abitare nella propria casa e quindi contribuire al 'ripopolamento' del centro storico di cui tanto si parla in questi tempi, sono stati costretti a prendere decisioni che non avrebbero mai voluto prendere, come quella di affittare o acquistare sedi abitative lontane dal centro, vivendo tale attesa con stanchezza e disillusione".

"E pensare che volevamo solo far risparmiare i contribuenti italiani, con un progetto meno costoso”, conclude amareggiato.



© RIPRODUZIONE RISERVATA


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