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SCHIETROMA, IL TESTIMONE DELL'ULTIMO VILLAGGIO:
''EREDITA' INCREDIBILE, MA FANTOZZI SOPRAVVIVERA'''

Pubblicazione: 21 novembre 2017 alle ore 07:05

Paolo Villaggio
di

ROMA - Ha vissuto da prezioso testimone gli ultimi 5 anni di vita artistica e privata di Paolo Villaggio, seguendo il maestro nella realizzazione di un fumetto, un libro, un audiolibro, un documentario, La voce di Fantozzi, e perfino un film, W gli sposi, tuttora inedito.

È custode importante del ‘testamento’ artistico del creatore di Fantozzi Francesco Schietroma, 42 anni, romano, che ad AbruzzoWeb racconta tutta la sua avventura accanto al comico genovese.

Tra un aneddoto e un bilancio di un’avventura irripetibile, per lui c’è una certezza: il personaggio principale, il tragico ragioniere, per lui sopravviverà a Villaggio: “S’è mai chiuso il sipario su Pulcinella, su Arlecchino? Gli archetipi hanno la caratteristica di essere immortali”.

Cinque anni “vissuti pericolosamente” a stretto contatto con Paolo Villaggio: quanto peserà nella tua vita e che cosa ti rimane?

Peserà, come del resto pesa a tutti coloro che lo hanno conosciuto e ci hanno lavorato. Parlavo con una sua collaboratrice storica giorni fa, rispetto a un fatto di cronaca, e lei commentava così: “È paradossale questo modo di fare!”. Mi ha colpito l’uso di quel particolare aggettivo, perché era proprio un tipico modo di dire che aveva Villaggio. Questo mi dimostra che chiunque entri a contatto con una personalità tanto forte ne resta segnato, è inevitabile. Capita anche a me, ma direi che è quello che capita a tutti coloro che hanno visto un suo film o letto un suo libro, ereditando da lui un magistero fatto di invenzioni linguistiche, immagini, deformazioni che fanno parte di diritto della cultura popolare contemporanea. Parte del nostro linguaggio deriva proprio da sue invenzioni, e spesso neppure ce ne rendiamo conto. Io dal mio canto, posso dire di avere ereditato molto anche sul piano umano, ma questa è un’altra storia.

Ricordi il tuo primissimo incontro?

Sono sempre stato un suo super fan, sin da bambino. Il mio primissimo incontro, quindi, è avvenuto molti anni addietro, 20 anni fa esatti. Era il dicembre del 1997 e andai a vederlo al Teatro Argentina. Lui portava in scena L’avaro per la regia di Giorgio Strehler.

Che gli hai detto?

Ricordo che ne ebbi un’impressione di immediata familiarità. In genere sono di una timidezza oscena, eppure lui mi sembrò di conoscerlo da sempre. E in effetti era così: non c’era un Villaggio pubblico e un Villaggio privato, no, era sempre lui dentro e fuori la scena. Ricordo che gli chiesi semplicemente di potermi scattare una foto con lui. Quella foto ce l’ho ancora, incorniciata, sul comodino accanto al letto. Diverso, invece, fu l’incontro avvenuto nel 2012, in cui gli chiesi di consentirmi di trasformare Fantozzi in un fumetto.

E lui che ha risposto?

Ricordo che abbiamo parlato di tutto. Immagino fosse un suo modo di prendermi le misure, per farsi un’idea di chi fossi. E, in effetti, ai suoi occhi ero un perfetto sconosciuto, un potenziale mitomane. Credo lo abbia sorpreso il fatto di notare che sapevo tutto della sua carriera: film, spettacoli, ma soprattutto conoscevo ogni singolo libro che aveva pubblicato.

Per far passare l’idea del fumetto quanta insistenza ci è voluta?

Credevo avrei dovuto sudarmela. Negli anni mi erano giunte voci assai allarmanti sul suo conto. Invece mi ha detto subito “Ok, fallo”. E del resto lui era così: inclusivo e con un grande senso dell’avventura. Magari non con tutti, perché sapeva essere molto diffidente, ma appena oltrepassati gli steccati iniziali, sapeva essere di una generosità rara. Da allora non ci siamo più persi di vista, e mi ha voluto con lui in tutti i progetti che sono seguiti: assieme abbiamo fatto 2 libri, un audiolibro, un documentario, e persino un film. Più tante altre cose, rimaste ancora inedite.

Dalle vignette al libro scritto con lui: differenze e punti di contatto?

L’editore Cairo ha voluto pubblicare, assieme al mio fumetto, anche la riedizione di Come farsi una cultura mostruosa, libro cult del 1972, voluto su insistenza di Umberto Eco. In pratica il primo libro umoristico moderno che si sia scritto in Italia. Quindi mi sono ritrovato a lavorare contemporaneamente anche su quello, aggiungendo delle illustrazioni a fumetti dove tutti i personaggi ritratti avevano le sembianze di Paolo Villaggio.

L’audiolibro è stato il primo nella lunga carriera del maestro: come ha gestito quella situazione?

Quella è stata una vera avventura, forse l’ultima memorabile della sua carriera. In quella occasione ho conosciuto i produttori Daniele Liburdi e Massimo Mescia, per i quali quello rappresentava un importante debutto nel campo degli audiolibri. Ricordo che il loro pronostico iniziale era di realizzare l’intera registrazione in tre giorni, ma non conoscevano ancora Paolo Villaggio... Il problema principale era che, passati 50 anni dalla pubblicazione di Fantozzi, Villaggio non riconosceva più il testo. Gli appariva vecchio, datato. Mi sono permesso, allora di suggerire di attualizzarlo, incrementandolo di parti del tutto nuove. Così ci siamo ritrovati la mattina in studio di registrazione, e la sera, fino a notte fonda, a casa sua a riscrivere il testo per l’indomani. Alla fine, dai tre giorni previsti, abbiamo impiegato tre settimane: un tour de force che, però, ha prodotto risultati memorabili: l’audiolibro di Fantozzi è e resta un capolavoro. E credo che Villaggio lo reputasse un po’ il suo testamento artistico.

Il documentario è la chiusura di un cerchio?

Sicuramente è un tributo che sia io, sia i produttori dell’audiolibro, sentivamo di dovergli dedicare. Un debito di riconoscenza e di affetto, che credo traspaia e arrivi agli spettatori. Del resto non si tratta di un semplice lavoro fatto su di lui, ma di un lavoro fatto con lui e la sua famiglia. Assieme, infatti, abbiamo scritto tutte le parti relative ai personaggi storici di Fantozzi: la Pina, Balabam (il mega direttore galattico), Mariangela, l’Hooligan eccetera. E nel documentario c’è l’ultima sua interpretazione filmata. È un tributo d’affetto, non una chiusura del cerchio. Con Villaggio il cerchio non si chiuderà mai.

Che emozione è stata tornare nel palazzo della Regione Lazio, guidare la Bianchina, indossare il basco del ragioniere, tutte chicche riproposte nel documentario?

Abbiamo filmato tutto durante una notte di fine giugno, avvalendoci della controfigura storica di Villaggio, Clemente Ukmar. Ce l’abbiamo messa tutta, nonostante sapessimo che Villaggio stava già molto male. Appena un paio di giorni dopo quella notte di riprese, infatti, è arrivata la notizia della sua morte.

Hai conosciuto il Villaggio domestico, com’era dentro casa?

Non dava l’impressione di essere uno che vivesse il tepore domestico come un valore fondamentale per la propria esistenza, tutt’altro. Era un uomo dal forte senso dell’avventura, a volte anche dell’eccesso. Credo vivesse la casa come un necessario punto di riferimento, ma solo a patto di poterne stare lontano il più possibile.

Le ultime parole che vi siete scambiati?

Negli ultimi tempi era molto affaticato. Abbiamo scritto assieme un ultimo pezzullo che doveva intitolarsi ‘Il Natale di Fantozzi’, cominciando a scriverlo a novembre e lo abbiamo finito a marzo. Ovviamente cambiando il titolo in ‘La Pasqua di Fantozzi’... La malattia lo aveva debilitato moltissimo, eppure non ha mai perso la voglia di lavorare, di inventare, di giocare. I farmaci lo inducevano a dormire molte ore, quindi l’ultima volta che sono andato da lui lo hanno svegliato apposta. Ricordo che, nonostante non stesse bene, mi ha ricevuto in camera sua per dirmi che avrebbe dormito ancora un’oretta e poi mi avrebbe raggiunto per scrivere, come facevamo tutti i giorni. Purtroppo, di lì a poco, lo avrebbero ricoverato in clinica, e quella resta l’ultima volta che l’ho visto.

Esiste un Fantozzi senza Villaggio, magari con il figlio Piero? O il sipario deve scendere?

Non credo possa chiudersi davvero il sipario su una maschera. S’è mai chiuso il sipario su Pulcinella, su Arlecchino? Gli archetipi hanno la caratteristica di essere immortali. È un facile pronostico, quindi, dire che Fantozzi ci accompagnerà ancora per molto molto, molto tempo.



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