SERENAMENTE: TORNA IL TERREMOTO, FRAMMENTAZIONE E DISPERSIONE

Pubblicazione: 02 maggio 2012 alle ore 08:12

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L'AQUILA - Il 20 maggio scorso è accaduto di nuovo.

La terra ha tremato e secoli di storia, la serenità, la laboriosità, la quiete, la quotidianità di centinaia di persone è stata squarciata da un boato che si è trasformato in polvere, terrore, disperazione e morte.

La ferita si riapre con orrore e i sentimenti di solidarietà e di fratellanza nel dolore condiviso, si accendono nei confronti dei nostri connazionali incolpevoli e sventurati.

Ne sentiamo il dolore; lo sbigottimento; la paura. E immaginiamo le risposte di tenacia, di forza, di orgoglio, di dignità per continuare eretti a procedere. Riconosciamo la dignitosa pro attiva volontà di ricominciare, di fare da soli, di scavare tra le macerie per conservare il passato e mantenere in vita il presente, di rimboccarsi le maniche per ricostruire dalle macerie il proprio futuro.

Siamo con tutti loro; nelle pieghe delle loro anime. E sussurriamo a voce alta la speranza che almeno questa volta si abbia rispetto del dolore e della volontà di chi ha sofferto innocente, di poter accedere al proprio presente per ricostruirsi un futuro. E ci auguriamo che, almeno questa volta, non siano altri a decidere per loro ne i tempi, né le modalità, né i "criteri" per riprendere possesso delle loro vite.

Non so più se sia un vantaggio esercitare la professione di medico (e soprattutto di psichiatra) in circostanze e scenari come questi: si è costretti, senza una volontà autonoma, a leggere automaticamente i fattori di rischio ambientali, le noxae patogene, i segni, i sintomi di malessere ed emettere deduzioni cliniche diagnostiche e prognostiche.

Si avrebbero anche le armi per arginare la tracimazione verso la malattia. Ma gli strumenti per agire in difesa della vita e della salute delle vittime o non sono disponibili, o non è consentito che vengano utilizzati, o sono considerati inutili e superflui, o vengono imposti acriticamente da altrove, o vengono forzatamente inibiti e inascoltati.

È come se, sempre un medico, avesse la sgradevole opportunità di trovarsi all'interno di uno scenario in cui incomba un’epidemia di colera, ne identificasse l'agente eziologico, i rischi a breve e lungo termine per la salute e la vita delle persone che vivono in quel posto, e non fosse ascoltato; gli si impedisse di intervenire; lo si privasse degli strumenti terapeutici per intervenire; si decidesse di "ammucchiare" i sopravvissuti caoticamente al riparo dalla pioggia e dal vento, ma senza preoccuparsi di bonificare l'acqua con la quale si nutrono, lavano o cucinano. Il vibrione avrebbe il tempo e l'opportunità malvagia e insidiosa di contagiarli tutti. E negli anni se ne pagherebbero (senza sconti) tutte le drammatiche conseguenze.

In quei giorni, deve aver avuto questo genere di pensieri una brava ed esperta collega dell'Università di Modena (la professoressa Silvia Ferrari) la quale, con equilibrio e grande dignità, mi ha chiamato per condividere la nostra esperienza all'Aquila e avere qualche suggerimento e strumento per intervenire in soccorso alla popolazione duramente colpita.

Mi sono tornati senza sforzo alla memoria centinaia di ricordi e di suggestioni vissute in prima persona come "vittima", come cittadino, come "volontario", come medico, come psichiatra.

Dalla forza vigorosa e solidale dei primi mesi, dalla tenacia e resistenza serene del primo anno, dalla successiva speranza paziente alla rabbiosa e inascoltata richiesta di partecipazione e condivisione, allo sconforto abbandonico successivo sino all’anestesia disperata e silenziosa dell'ultimo anno.

Ho fornito alla collega qualche strumento di valutazione dei bisogni e alcuni strumenti di intervento di provata efficacia, e alcuni suggerimenti frutto della considerevole esperienza clinica maturata nel corso di questi anni dal nostro gruppo di lavoro clinico e di ricerca.

Le ho narrato brevemente come, quando e quanto le cose e le esigenze e i problemi della popolazione si modificheranno nel corso del tempo.

E come, purtroppo, il fluire delle cose verso il malessere e la malattia anziché verso la normalizzazione, saranno pericolosamente influenzate non esattamente dal naturale decorso degli eventi, dalla volontà e dalle capacità di risposta delle persone (coping funzionale, resilienza, crescita post-traumatica) ma soprattutto da scelte scellerate e miopi imposte dall'alto e, soprattutto, da altrove.

Perché, infatti, ad aggiungere problemi al significativo aumento dei disturbi psichici nella nostra città (non è cambiato NULLA in positivo nel corso dell’ultimo anno. Se siete curiosi, rileggetevi il nostro commento del 2011) come esito atteso e conseguenza diretta dell’esposizione al sisma, il dato preoccupante è il “clima” pericoloso di malessere diffuso nella popolazione generale; conseguenza, questa di cose che brevemente descriverò.

E mi auguro che (almeno questa volta e per questa nuova tragedia), la damnatio memoriae non ci colpisca di nuovo. E non colpisca soprattutto chi (lontano da qui, tre anni fa e ancora oggi e, lontano dall’Emilia, adesso) amministra e decide le cose per noi comuni cittadini. Essendo stati privati TUTTI del diritto alla autodeterminazione.

Riacquistata la vita è ora più che mai necessario accompagnarci verso la tenuta, il recupero, la difesa della identità annientata, prostrata, umiliata.

Si sono sgretolate le case, si sono disgregate le famiglie, si sono svuotate le vie, i locali, i quartieri, i negozi; sono crollati i monumenti, i simboli, i punti di riferimento della propria memoria e della nostra storia, si sta polverizzando la nostra identità, sono cadute le impalcature storiche e sociali che sorreggono l’uomo in quanto persona.

Con la perdita della propria storia,delle attività quotidiane, si smarrisce l’orientamento, diventa precario il presente e incerta la direttrice di marcia verso il futuro.

All’Aquila la popolazione colpita dal sisma vive una condizione esistenziale di globale isolamento all’interno di una dimensione spazio-temporale sospesa all’infinito.

La costruzione dei moduli abitativi ha creato dispersione e frammentazione inevitabili e i criteri di assegnazione dei diversi moduli abitativi provvisori hanno determinato conseguenze (immaginiamo non intenzionali), molto drammatiche: sono stati recisi i legami familiari e amicali e la condizione delle popolazioni deboli (giovani e anziani), dovuta anche alla scarsa mobilità, è divenuta disastrosa.

ll terremoto ha distrutto o reso non fruibili tutti i luoghi simbolici dediti alla socializzazione e al ritrovarsi; non esistono più luoghi di aggregazione. I centri storici, le piazze, gli oratori e altro ancora, sono stati momentaneamente sostituiti dai centri commerciali.

Ora dove c'è merce c'è umanità: le conseguenze, specie per i più giovani, possono essere molto pericolose. Le persone hanno la percezione di non appartenere più al territorio. La cosiddetta “aquilanità” rimane e tenta di resistere, ma qualcosa è drammaticamente cambiato. E continua a modificarsi. La città da amica è, in un certo senso, diventata nemica. ll binomio inscindibile famiglia-lavoro così tanto colpito dal sisma contribuisce non poco a far sentire lontano il proprio territorio.

Sono sempre più evidenti i segnali di una progressiva frammentazione e dispersione sociale sia nelle reti primarie che in quelle secondarie.
E dopo la sensazione grave di “esilio” già descritta in un nostro precedente commento, la profonda insicurezza per la paura e le incertezze del futuro alimentano il desiderio di fuga e la sensazione che sia necessario riprogrammare la propria vita in altri luoghi. La prospettiva che ne segue è quella dell'esodo, come se il distacco fosse l’unica l'alternativa esistenziale possibile.

Tutti all’Aquila ritengono indispensabile tornare alla vita quotidiana, riavere la propria casa e ritrovare quegli spazi di aggregazione e di ritrovo, tipici dell'aquilanità e del vivere la comunità.

Il centro storico è il simbolo che riunisce tutta la popolazione aquilana e che rappresenta il cuore pulsante di una città che desidera con forza dignità e tenacia, continuare a vivere.

Le “new town” del progetto C.a.s.e., ancorché utilissime e necessarie, hanno determinato e continuano a farlo, una profondissima disgregazione sociale e familiare. La caparbia ricerca degli aquilani nel voler vedere costantemente una speranza, è oggi realisticamente offuscata dalla disperazione e dal senso di abbandono da parte delle istituzioni, specialmente quelle centrali, le cui decisioni, il più delle volte, sono apparse quasi sempre paradossali e unilaterali.

È obbligatorio oggi intervenire per la tenuta sociale che stenta a rimanere solida e che deve essere ripristinata nelle relazioni quotidiane e di prossimità, mediante interventi che rafforzino il sistema di riconoscimento, diminuendo il fenomeno della "dispersione" e della "frammentazione", presente soprattutto nelle new town. Occorre ricostituire o aumentare la "densità", la "reciprocità" e la "intensità" della tenuta sociale.

Concludiamo nello stesso identico modo con il quale chiudemmo il nostro commento, a due anni dal terremoto: se a qualcosa deve servire la coscienza empirica e la memoria storica collettiva degli esseri umani, se di noi è giusto che oramai non si occupi più nessuno, se esistono problemi ed emergenze planetarie più significative e drammatiche di quella che noi abbiamo vissuto e stiamo vivendo, allora che il nostro “sospiro” di attenzione, il warning che abbiamo provato brevissimamente a sintetizzare, possa essere di aiuto a chi in questo momento soffre come e più di noi: i fratelli dell’Emila.

A loro va il nostro pensiero. A loro va la nostra autentica e residua, solidale amicizia.

* medico chirurgo, specialista in psichiatria e neuropsichiatria infantile, professore aggregato e ricercatore di Psichiatria all'Università dell'Aquila.

Bibliografia:

Psychological distress and post-traumatic stress disorder (PTSD) in young survivors of L’Aquila earthquake. R. Pollice, V. Bianchini, R. Roncone, M. Casacchia. Rivista di psichiatria, 2012, 47, 1

Rilevazione sui bisogni sociali della popolazione abruzzese colpita dal sisma del 2009. IF. Colombo, R. Museo, V. Vuolo, D. Trubiano. Report bisogni sociali abruzzo, 2011

Programma di supporto psicosociale e tutela della salute mentale per l’Emergenza sisma (Spes). M Casacchia, A. Rossi, R. Roncone. 2012



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