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SFRUTTAMENTO ZOOTECNIA: ''MARCHIO ETICO ANCHE PER CONDIZIONI DI LAVORO''

Pubblicazione: 14 gennaio 2017 alle ore 08:01

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L'AQUILA - "Non si possono escludere casi di sfruttamento e condizioni di lavoro indegne anche nel comparto zootecnico abruzzese, favorite anche dalla crisi, ma, ammesso che ci siano, non possono che essere casi limitati ed è per questo che apprezziamo i controlli ancora più stringenti da parte delle autorità competenti, e sarebbe utile, perché no, anche una certificazione ad hoc relativa alla qualità del lavoro".

Risponde così David Falcinelli, presidente di Aprozoo, associazione produttori zootecnici, ed esponente di Coldiretti, alla testimonianza raccolta da AbruzzoWeb di Andrea Antonaci, giovane abruzzese che è emigrato in Piemonte dopo aver constatato che le offerte di lavoro ricevute da alcune aziende, come casaro e pastore, il lavoro che ha svolto per anni, erano a dir poco irricevibili, definite anzi "medioevali" e "indegni di un paese civile", ad appannaggio di stranieri soprattutto dell’est Europa, sottopagati, costretti a lavorare sette giorni su sette, alloggiando in ricoveri di fortuna, ai limiti dell’abitabilità.

Falcinelli, che rappresenta oltre 180 aziende zootecniche, non nega che il fenomeno possa esistere, ma assicura che rappresenta un'eccezione, non certo la regola, e rilancia l’idea di un'etichettatura etica che riguardi finalmente anche i diritti del lavoro e non solo le celebrate qualità, tipicità e provenienza dei prodotti, in questo caso caseari.

Ipotesi che del resto può rappresentare uno sviluppo della nuova legge per contrastare il flagello del caporalato e del lavoro nero in agricoltura, che seppure non soddisfa pienamente Coldiretti, che è stata una delle promotrici, introduce pene più severe, ed anche il potenziamento e l'estensione delle "Reti del lavoro agricolo di qualità", operative già dal 2015, una sorta di "certificazione etica", che permette alle aziende aderenti di vantare piena legalità in termini di diritti del lavoro, ad esempio di essere in regola con il versamento dei contributi previdenziali e dei premi assicurativi.

"Ci sono tutte le condizioni per lavorare verso una tracciabilità - conferma Falcinelli - che prenda in considerazione non solo la materia prima e la produzione realmente italiana, ma anche rivolta ai lavoratori che collaborano alla sua produzione, al fine di certificare che quel cibo sia giusto a 360 gradi”.

In questo modo il consumatore potrà scegliere nei suoi acquisti i prodotti di aziende zootecniche, oltre che agricole, che garantiscono lavoro vero e dignitoso.

Preferibilmente ai residenti in Abruzzo, dove la disoccupazione è come altrove altissima, specie tra i giovani, e il 12,5 per cento dei residenti, circa 140 mila persone, sono al di sotto della soglia di povertà.

Per far sì, insomma, che diventi una cosa tutto sommato normale, cercare lavoro non solo in un call center, ma anche in un comparto, quello zootecnico, che in Abruzzo ha una tradizione millenaria, e nonostante tutto, grandi margini di crescita. Altri comparti agricoli come quello vitivinicolo ed olivicolo stanno già dando risposte positive e il settore zootecnico non può restare indietro.

Falcinelli tiene però a specificare che "nelle aziende con cui abbiamo rapporti quasi quotidiani, il titolare fa la stessa vita del suo dipendente straniero, una vita dura, che non conosce ferie, in questi casi non parlerei di sfruttamento. Capisco che tanti giovani questo lavoro, che pure ha elementi di grande bellezza e gratificazione, non vogliono farlo, ma sono sicuro che ci sono altri lavori che invece vanno per la maggiore, magari in alcuni call center, dove lo sfruttamento e le paghe orarie sono ben peggiori".

Coldiretti ha un servizio di assistenza per la compilazione delle buste paga, per le pratiche di assunzione e così via, come pure cura la formazione rivolta a soci con convegni e corsi; non ha fra le proprie competenze poteri ispettivi che invece spettano istituzionalmente ad altri organismi pubblici.

"Le aziende che si rivolgono a noi per le pratiche burocratiche - assicura però Falcinelli - rispettano le normative sul lavoro, ma questo non può escludere che non esista un sommerso: ribadisco che sono bene accetti i rigorosi controlli da parte degli organi preposti al controllo con i quali Coldiretti - su iniziativa dell'assessorato regionale alle Politiche Agricole - ha da poco raggiunto un accordo proprio su questi temi che verrà a breve recepito dalla Giunta Regionale e sottoscritto dalle parti" .

Non va poi dimenticato che le condizioni di lavoro risentono anche della situazione molto difficile del comparto, stritolato dalla competizione internazionale e dalla dittatura dei cartelli degli intermediari, che impongono prezzi bassissimi alle materie prime, facendo sì che nel passaggio dalla stalla allo scaffale i prezzi moltiplichino fino a quattro volte.

Gli allevatori italiani hanno così perso in un anno oltre 550 milioni di euro perché il latte viene pagato al di sotto dei costi di produzione, con una riduzione dei compensi di oltre il 20 per cento rispetto allo scorso anno su valori inferiori a quelli di venti anni fa, mentre al consumo i prezzi non calano. Un litro di latte viene pagato 35 centesimi, che è il costo per produrlo. Tante aziende vanno così in crisi e arrivano a subire i pignoramenti dai fornitori di mangimi, che non riescono più a pagare.

La concorrenza dei paesi dove produrre costa di gran lunga di meno, perché ci sono meno diritti, vincoli ambientali e controlli di qualità, stanno insomma mettendo in ginocchio la zootecnia italiana.

Dunque è inevitabile che a risentirne siano anche i livelli occupazionali, visto che oramai le piccole aziende che resistono sono quasi tutte a conduzione familiare, e che possa insinuarsi la tentazione di risparmiare sul costo del lavoro.

Determinante a contrastare questo destino che non deve essere considerato ineluttabile, è stata intanto una battaglia portata avanti e vinta da Coldiretti, ovvero la nuova normativa che tra qualche mese imporrà di indicare in etichetta la provenienza del latte.

E poi la necessità di vincere un’altra sfida: far comprendere ai consumatori che un prodotto caseario etico a 360 gradi ovvero a filiera corta, la cui produzione rispetta l’ambiente, il benessere animale e anche, si auspica, le ottimali condizioni di lavoro, ha inevitabilmente un costo più alto, ma è la scelta che va comunque fatta davanti uno scaffale.

"Sento dire - spiega Falcinelli - che i prodotti di qualità costano troppo, che sono appannaggio solo dei benestanti. Non è vero: basterebbe cambiare stili di vita alimentari, mangiare meno e mangiare meglio. Che si mangia troppo e male, lo dicono infatti i dati molto preoccupanti sull'obesità infantile e adulta, sull’incidenza di determinate patologie legate all’alimentazione. A breve però avremo formaggi in cui è scritta la provenienza della materia prima, e noi faremo di tutto per far si che vengano prodotti con latte italiano e abruzzese, però poi la scelta spetta al consumatore. Il consumo etico è fondamentale per superare la crisi, per non far morire la zootecnia abruzzese".

 

 



© RIPRODUZIONE RISERVATA


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