SIMONE AGOSTINI: IL CHITARRISTA ABRUZZESE TORNA
CON 'MAKA', L'ALBUM TRA TRADIZIONE E FUTURO

Pubblicazione: 18 novembre 2014 alle ore 08:36

CHIETI - Esce Maka, il nuovo disco del chitarrista teatino Simone Agostini.

Un titolo che significa Terra, dal vocabolario del popolo Sioux. La Madre Terra infatti è la vera musa ispiratrice che lega assieme ogni traccia di questa nuova opera del musicista di Chieti.

Un secondo disco che fa seguito a “Green” uscito lo scorso 2009 per la label fingerpicking.net: un esordio ottimamente accolto dalla critica e dal mondo della chitarra acustica oltre ad essere fregiato da un importante videoclip del brano “A25” firmato dalla regia di Sebastiano Bontempi.

Il presente è caratterizzato da una contaminazione continua, di generi, come di culture, ma anche di strumenti che lo portano a colorare le sue composizioni di collaborazioni artistiche che oltrepassano il confine delle 6 corde. In “MAaka” infatti troviamo anche la viola del M° Pezzulo, il violino di Francesco “Fry” Moneti dei Modena City Ramblers e le percussioni del M° Walter Caratelli.

Ed è lo stesso Agostini che trasgredisce ai dettami classici a cui in qualche modo ci ha abituato, e sperimenta e inventa, e realizza e produce un suono nuovo proponendosi anche con un Bouzouki greco piuttosto che con un flauto dei nativi americani. Non ultimo, la visionaria “Outer Space” in cui per la prima volta nella sua produzione troviamo l’elettronica di un e-bow, psichedelica, spinta e sfacciata a macchiare l’ecosistema acustico delle sue note.

Un lavoro prodotto dal cantautore Paolo Tocco con cui da anni Agostini collabora attivamente. Una nuova pubblicazione portata a casa dalla Protosound Records, la casa discografica ormai punto di riferimento nel nostro territorio e non solo.

In “Green” hai raccontato soprattutto l’Abruzzo. Oggi in questo nuovo disco “MAKA" dai uno sguardo al resto del mondo. Voglia di evasione o ricerca di nuove ispirazioni?

Penso sia stato un percorso piuttosto naturale. Già in alcune tracce di green c’era un riferimento a luoghi molto più lontani dell’Abruzzo. In questi ultimi anni mi sono focalizzato molto sulla musica tradizionale di varia provenienza e ho cercato di capire come quelle suggestioni potessero passare attraverso una chitarra.

In questi cinque anni di scrittura e nuove composizioni hai contaminato la tua chitarra anche di altri strumenti e sonorità. Senti che in qualche modo hai preso tutto quello che puoi dalla chitarra?

Penso che non basti una vita intera per scoprire tutte le potenzialità che ha una chitarra. Direi che ho sempre avuto una grande attrazione per gli strumenti musicali in generale, e in particolare per quelli legati a qualche genere tradizionale.

Maka sicuramente era il disco adatto per iniziare a sperimentare in questa direzione.

In questo disco ascolteremo il passato e il futuro. Suoni tradizionali ma anche sperimentazioni. Qual è stato il tuo obiettivo di suono e di scrittura?

Come dicevo prima, in questi ultimi anni mi sono focalizzato molto sulla musica tradizionale, ed ho cercato di capire come poter trasporre alcune di queste cose su una chitarra. In realtà in Maka è presente solo una parte di questo mio percorso, una selezione. In alcuni brani si può apprezzare la ricerca di un timbro differente, come ad esempio in Ina Maka dove la chitarra assume un ruolo principalmente percussivo, o in Outer Space dove ho usato un e-bow per richiamare i suoni siderali dello spazio. In molti altri brani, invece, il richiamo alla terra non si esplica attraverso la ricerca di un timbro specifico, ma attraverso la narrativa contenuta nel brano.

Il primo grande appuntamento live sarà al FICTIO Club di Chieti. Un luogo a te caro. Un magico ricovero di artisti. Ma si è veramente considerati “artisti” nella propria città?

Si, assolutamente si. Sostegno, interesse, stima, non mi è mancato mai nulla in tutti questi anni. In tanti chiedono regolarmente dei concerti, del disco. Personalmente mi sono sempre sentito considerato un’artista. Anzi, vengo considerato artista anche in quelle occasioni in cui vorrei “tenere a casa” il chitarrista.

Semmai la porrei in altri termini. Chi ti conosce da tanto tempo e ti vede crescere non ti considererà mai solo per quello che sei oggi. Ma penso sia comune ad ogni professione. E’ bello essere considerati per qualcosa che va oltre la professione quando questo è possibile.

La tua collaborazione con il cantautore Paolo Tocco ormai dura da anni. Com’è stato lavorare assieme a questo nuovo disco?

È stata la prima volta che mi sono ritrovato con Paolo a concepire un intero disco, dalla registrazione al confezionamento. Mi sono trovato molto bene. Con Paolo ormai è nata una bella amicizia e questo ci ha permesso di lavorare sì con professionalità, ma anche con la giusta dose di informalità, che soprattutto in alcune fasi della realizzazione di un disco è molto molto importante, soprattutto per un’artista solista come sono io. Sono molto contento e soddisfatto del risultato finale e sono davvero molto grato a Paolo per la pazienza, la dedizione, l’amicizia e la professionalità con cui mi ha supportato in questa lunga strada che ci ha portato a Maka.
 
In ultimo non possiamo non citare il titolo “MAKA”. Cosa ti ha spinto a cercare tra le parole del popolo Sioux?

Se avessi chiamato questo disco “Terra” oppure “Earth” non sarebbe stata la stessa cosa. Secondo me usare le parole di una determinata lingua fa sì che dentro queste sia racchiuso un significato più profondo. Non il significato che noi diamo alla parola equivalente nella nostra lingua. Ed il concetto di terra che volevo esprimere è qualcosa che secondo me si avvicina molto al concetto di Terra dei nativi americani. Il concetto di una terra fonte di vita, una terra madre. Si tratta di un concetto comune a molti popoli, ma in questo disco sono presenti riferimenti espliciti ai nativi americani, e quindi Maka mi è sembrato il titolo più adatto. E secondo me nella sequenza dei brani del disco questo lo si percepisce. Elisa Marulli



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