NEL GIORNO DELL'UDIENZA PER RISARCIMENTO DANNI, SFOGO SORELLA DI STUDENTE GRECO SCOMPARSO CONTRO SCELTA RIEDIFICARE LI'. APPELLO A FARNE CASA ANZIANI O PRONTO SOCCORSO: ''LO STATO ITALIANO CI HA TOLTO LA DIGNITA'''

SISMA L'AQUILA: ''IN VIA CAMPO DI FOSSA RICOSTRUISCONO SU MORTI''

Pubblicazione: 13 dicembre 2018 alle ore 08:32

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L’AQUILA - “Stanno ricostruendo sui corpi dei morti con i soldi dello Stato italiano. Chi può permettere questo? Dov’è finito il rispetto per le vittime e per le famiglie che ancora stanno soffrendo dopo quasi 10 anni?”.

Nelle parole di Dionysia Koufolias, sorella dello studente greco Vassilis, all'epoca 28enne, tra le 309 vittime del terremoto dell'Aquila del 6 aprile 2009, estratta viva “dall’inferno di via Campo di Fossa”, ma rimasta invalida al 70 per cento, c’è rabbia, dolore e la paura che “non venga fatta giustizia”.

 

La studentessa, che nel capoluogo abruzzese stava costruendo il suo futuro, parla anche a nome di mamma Anna e papà Georgios, che piangono da anni il loro caro, deceduto in uno dei condomini in via Campo di Fossa, uno dei luoghi simbolo del sisma, dove hanno perso la vita 27 persone.

L’appello dei familiari di Vassilis, a quasi 10 anni dal sisma, è che “non venga ricostruito in quel luogo, o meglio che non vengano ricostruiti appartamenti. Chi comprerà quelle case, o andrà a vivere lì in affitto, come potrà prendere sonno? Avrebbero potuto costruire un Pronto soccorso, una struttura per anziani, o persone in difficoltà, ma non accettiamo che si traggano profitti da un luogo di morte”.

Il palazzo si trova di fronte piazzale Paoli, dove dovrebbe sorgere il Parco della Memoria, per il quale si è in forte ritardo e che potrebbe essere pronto per il decennale.

La famiglia Koufolias è impegnata in una causa civile risarcitoria nei confronti di diversi soggetti pubblici e privati, di cui questa mattina si terrà un’udienza, che ha subito diversi rinvii per carenze di organico del Tribunale dell’Aquila e che ora è in una fase interlocutoria.

La giovane ha reagito così quando ha visto, appena arrivata in città per l’udienza, che erano partiti i lavori.

Ad essere chiamati in causa sono i ministeri dell'Interno e delle Infrastrutture e dei Trasporti, il Comune e la Provincia dell'Aquila, e la Regione Abruzzo, queste ultime due perché, all'epoca dei fatti, la gestione del Genio civile era alle dipendenze del ministero delle Infrastrutture e ai Trasporti prima di passare alle Regioni.

Il processo civile è iniziato nel 2014, dopo la fine del procedimento penale, archiviato perché tutti gli 8 possibili responsabili, nel frattempo, sono deceduti.

Il legale che li sta accompagnando in questo lungo percorso, l’avvocato Isidoro Isidori, spiega ad AbruzzoWeb che la frase che loro utilizzano sempre è: “A noi lo Stato italiano ha tolto la dignità, per il resto non abbiamo più niente, viviamo con due pensioni minime e non abbiamo avuto neanche un euro di risarcimento per il dramma che abbiamo vissuto e che continuiamo a vivere”.

Il crollo della palazzina, la numero 6 b, dalla quale la studentessa greca è stata estratta, che sorgeva affianco a una “gemella”, che però non si è sbriciolata sotto la forza dell’evento tellurico, ha sollevato dubbi già all’indomani del sisma.

Entrambe, infatti, avevano sei piani, sui quali erano divisi circa ventiquattro appartamenti, stessa struttura, ma sorte differente. E proprio questo aspetto è la causa per cui alcuni hanno puntato il dito contro quel terreno.

Secondo quanto si è appreso, il Comune ha deciso di ricostruire nonostante in molti abbiano usufruito dell’abitazione equivalente, acquistando casa altrove e lasciando l’appartamento allo stesso ente. 

 

a non solo, perché, come spiega l’avvocato Isidori: “nel progetto depositato al Genio Civile risulta un piano in meno rispetto a quanto poi realizzato”.

Dionysia si dice “arrabbiata, perché non c’è giustizia in Italia per una famiglia che ha perso tutto, ma c’è, al contrario, per chi può guadagnare ricostruendo in quel luogo di morte e sofferenza - spiega emozionata a questo giornale - Lo Stato ha preso in giro tutte le famiglie che hanno perso cari in un palazzo costruito male, non si può ricostruire lì. Dove è finito il rispetto per i morti e per lo stesso Dio?”.

La giovane, come il fratello, aveva scelto il capoluogo d’Abruzzo per studiare e vivere, sognando momenti migliori, ma il 6 aprile “la nostra vita è finita”: “Ho lasciato l’Università di Economia e Commercio, non posso lavorare, non posso allontanarmi dalla Grecia perché devo essere sottoposta a cure continue. Nessuno mi ridarà la mia età, la mia giovinezza, avevo tanti sogni da realizzare e tante cose ancora da fare, ma la mia vita è ferma a quella notte, molti tra i sopravvissuti è come se fossero morti”.

Nel racconto drammatico di quello che definisce un “tormento quotidiano, difficile da sopportare”, Dionysia, oggi seguita anche da psicologi che cercano di aiutarla a superare il trauma, ammette di aver “provato a morire per sempre, ho provato a farmi del male, ma non ci sono riuscita”, un gesto estremo che ha tentato di compiere sperando in “un po’ di pace”.

I Koufolias, nonostante il costo elevato che comporta, sono sempre stati presenti alle udienze dei diversi processi.

In attesa di un po’ di serenità, la mamma di Vassilis, ogni anno, durante la Fiaccolata di commemorazione delle vittime, si ferma a chiamarlo in via XX Settembre, proprio di fronte a via Campo di Fossa, dove ci sono la foto del figlio, una bandiera della Grecia e dei fiori in suo onore.

Un momento struggente, simbolo di tutte le famiglie che quella notte, pur non essendo fisicamente nel capoluogo, sono state vittime della tragedia.



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