TASSE: 26 AZIENDE DOVRANNO RESTITUIRE, ARRIVA LA SVOLTA LAMPO

Pubblicazione: 05 ottobre 2015 alle ore 06:30

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L’AQUILA - Passa il “piano Sassoli” e si riduce a 26 il gruppo di aziende terremotate che rischiano di dover restituire al governo italiano, per conto dell’Unione europea, le tasse sospese nei primi mesi dopo il terremoto del 6 aprile 2009.

Emerge inoltre una “responsabilità italiana” nell’intervento della Ue, da tempo bersaglio degli strali e che non è intervenuta per partito preso, ma solo grazie a un ricorso davanti a un magistrato piemontese che, affrontando una causa legata a un’alluvione, ha scoperchiato il vaso di Pandora.

E intanto spuntano dubbi su come, dopo anni di faticose battaglie arrancando, si sia trovata una soluzione rapida nel cassetto che ha sorpreso gli stessi amministratori locali impegnati nella querelle.

Secondo quanto appreso da AbruzzoWeb, la sforbiciata al gruppo originale di 115 (e inizialmente di 7 mila comprendendo anche le partite Iva) è stata confermata dopo una serie di incontri svolti a livello comunitario per affrontare il “caso-L’Aquila” e la schiarita convoglia verso il lieto fine una vicenda che ha fatto tremare a lungo.

Una legge dello Stato ha fissato la restituzione in 10 anni e con abbattimento del 60% del totale, ma su istanza dell’Inps le istituzioni comunitarie da tempo hanno identificato la sospensione come un aiuto di Stato e stanno pressando per una restituzione tutta e subito.

La restituzione coinvolgerà solo le aziende che, dalla sospensione, hanno ricevuto benefici superiori ai 500 mila euro, che in base al cosiddetto “quadro di riferimento temporaneo” costituiscono la soglia “de minimis potenziata” rispetto a quella base di 200 mila.

Un limite alzato per contrastare gli effetti della crisi economica globale, sopra il quale l’aiuto di Stato viene attenzionato dalla Ue.

Il suo confermato aumento da 200 a 500 mila è un grosso passo avanti del quale, singolarmente, nonostante i folti contatti tra gli enti locali abruzzesi e le istituzioni europee, si è saputo solo lo scorso 21 settembre, quando l’europarlamentare del Partito democratico David Sassoli è venuto ad annunciare la svolta che si è concretizzata in questi giorni, qualche settimana più tardi.

Sempre secondo quanto appreso, per le altre 25 grandi aziende rimaste a dover dimostrare di aver ricevuto danni dal sisma del 6 aprile 2009 tali da poter giustificare l’aiuto pubblico, sarà necessario l’esame puntuale dei danni subiti, anche per il reddito ridotto oltre a quelli materiali.

Tra le aziende che devono restituire le tasse non ci sarebbe la Dompè. Stando a fonti bene informate infatti per la Dompè il danno certificato sarebbe ampiamento inferiore a quanto ricevuto come indennizzo, quindi entro la forbice dei 500 mila euro 

Un danno “impossibile da dimostrare”, hanno sempre tuonato amministratori e associazioni di categoria, ma a quanto pare se almeno è stato ridotto al minimo il gruppo di soggetti interessati, quelle 26 dovranno armarsi di santa pazienza e dimostrare, con bilanci e fatturati alla mano, che i redditi sono diminuiti e che quindi era giusto ricevessero un salvagente dallo Stato.

Peraltro pure su quest’ultima coda, Sassoli ha rassicurato che alla fine non sarà difficile trovare una soluzione anche per evitare la restituzione delle tasse da parte delle ultime 26 aziende coinvolte, dimostrando che il danno sistemico del sisma è stato reale e superire allo sgravio”, ma serviranno, appunto, le carte.

Titolari e responsabili di queste grandi aziende non saranno d’accordo neanche su questo e proseguiranno la protesta, ma per tutti gli altri e, in generale, per il tessuto produttivo del “cratere”, è una prospettiva molto più rosea rispetto a quella sempre dipinta in passato.

Uno scenario che contraddice i toni catastrofici e le levate di scudi da parte della politica aquilana, in particolare quella del Partito democratico, che tiene oggi le mazze del potere, ma anche dello stesso centrodestra, che spesso ha “cavalcato” la vicenda tasse.

Nei mesi scorsi tante volte, in ordine sparso, il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, e il vice presidente della Giunta regionale, Giovanni Lolli, oltre ai parlamentari come la senatrice Stefania Pezzopane, hanno lanciato strali e bordate, con l’accorato controcanto di sindacati e associazioni di categoria.

Adesso è cambiato tutto e l’improvvisa e, almeno apparentemente, facile svolta ha destato più di un imbarazzo.

Tanto che, secondo quanto appreso, il conciliabolo tra Sassoli e Lolli, che ha preceduto la riunione e l’incontro con la stampa, slittati di oltre un’ora, sarebbe servito proprio per concordare le dichiarazioni dell’europarlamentare, con due scopi: non far emergere questa evidente discrepanza e rabbonire l’ex giornalista del Tg1 che era pronto a “sparare” contro L’Aquila e gli aquilani.

Fino a poche settimane fa, infatti, sembrava quasi inevitabile, tranne miracoli o battaglie campali, fuori e dentro i palazzi, all’Aquila, Roma e Bruxelles, evitare una mazzata quantificata in centinaia di milioni di euro, per le aziende piccole e grandi: le 115 oltre i 200 mila euro di “de minimis”, ma anche con le 7 mila partite Iva ancora non del tutto al sicuro.

E invece ora, soprattutto dopo la conferma delle notizie positive, più di un rappresentante delle associazioni di categoria e degli altri stakeholder presenti all’incontro si chiede se le buone nuove comunicate da Sassoli siano state un colpo di scena, ottenuto grazie all’estenuante battaglia, oppure semplicemente lo scenario che, forse, la politica aquilana e abruzzese, impegnata nei tavoli a Roma e Bruxelles, poteva scoprire molto prima.

A meno che non si siano volute tenere le carte coperte per calare gli assi in secondo tempo, alla ricerca di futuro consenso, con Sassoli abile a “vedere” il bluff.

IL CASO CUNEO

Sassoli ha evidenziato anche altri retroscena di questa storia, assicurando che, a suo dire, l’Italia si “è fatta male da sola” dato che tutta la procedura di verifica e poi di infrazione europea è nata dalla sentenza di un giudice di Cuneo, relativa alla richiesta da parte dell’Inps di restituzione delle tasse sospese e ridotte ad alcune aziende a seguito di un alluvione.

Il giudice ha sollevato dubbi sulla compatibilità dell’aiuto con la normativa europea sulla concorrenza, e ha chiesto un parere alla Commissione europea, che ha aperto, di conseguenza, una procedura di verifica, che ha ricompreso tutti i casi analoghi in cui sono stati concessi sgravi fiscali a seguito di catastrofi naturali in Italia, e arrivando così ad aprire una procedura di infrazione che alla fine ha colpito solo L’Aquila.

La commissione ha specificato, infatti, che, per calamità naturali che si sono verificate oltre 10 anni fa, quindi tutte tranne il terremoto del 2009, non si impone il recupero dell’aiuto dalle imprese che esercitavano un’attività economica nelle zone disastrate, poiché in Italia le imprese non hanno l’obbligo di tenere documentazione contabile per più di dieci anni, “il che rende impossibile quantificare la sovra compensazione che un’impresa con attività economica nella zona interessata avrebbe percepito ai tempi”.

Sassoli, e anche Lolli, hanno ricordato definendoli “inaccettablili” gli errori e la superficialità del governo di Silvio Berlusconi che non ha notificato a Bruxelles l’agevolazione concessa nel 2009, senza che fosse predisposta una rendicontazione del danno subito, azienda per azienda.

E oggi le aziende chiamate a un’eventuale restituzione, in particolare le ultime 26, si sono dette pronte a chiamare in causa lo Stato per aver votato la legge sugli aiuti senza la preventiva consultazione della Commissione.

Andrebbe poi aggiunto, in tema di “tafazzismo” della politica italiana, che anche i governi tecnici a traino Pd, come quello di Mario Monti, hanno contribuito ad aggravare la situazione, chiedendo, nel 2013, grazie all’allora ministro Elsa Fornero, la restituzione del 100 per cento, senza procedura di infrazione aperta e senza nemmeno aspettare l’esito della primissima indagine avviata dalla Commissione europea.

Un vero e proprio strappo, con l’inserimento di un “emendamento killer” a una norma che aveva provocato una levata di scudi e poi un ricorso al Tar, vinto da parte della società idrica Gran Sasso Acqua e dalle associazioni di categoria delle imprese locali, anche dopo la riproposizione nei mesi del successivo governo di Enrico Letta.



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