TEATRO: L'ATTORE TEATINO BLASIOLI SFIDA IL PALCO,
''IL NOSTRO E' UN LAVORO E SULLA SCENA SIAMO SOLI''

Pubblicazione: 28 ottobre 2016 alle ore 07:30

Alessandro Blasioli
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CHIETI - Baffi e capelli lunghi, una voce tracotante e decisa, mani che gesticolano e tanta voglia di farsi ascoltare, a 24 anni l’attore teatino Alessandro Blasioli racconta l’esperienza del teatro e la visione artistica di chi prova a muovere i passi su quella scena, recriminando un Abruzzo poco propenso ad accogliere questo mestiere.

Nato a Chieti, Blasioli è cresciuto sull’inclinazione artistica che, già dall’infanzia, ha elargito la propria attenzione, fin da quando, da bambino, alzava la mano per essere protagonista nelle recite scolastiche.

Un grido anche musicale, che ha coltivato con le prime lezioni di canto lirico e moderno con Nunzio Fazzini e Angela Bucci, eppure “vedo il canto come un sottoinsieme di qualcosa di più grande, che è la recitazione” spiega Alessandro ad AbruzzoWeb.

Ed è per questo che dopo il diploma al liceo “Masci”, con bagagli vuoti e grandi si è trasferito a Roma nel 2011, iniziando il percorso attoriale presso l’Accademia Eutheca, che lo ha visto impegnato per tre anni sino al diploma.

“Quest’accademia mi ha dato tutto, l’attore che sono lo devo principalmente a loro - confessa - Facevamo canto, musical, dizione, movimento scenico, commedia dell’arte. Non avevo tempo di fare altro. Volevo concentrarmi”.

Roma gli ha permesso di entrare in punta di piedi in quel mondo rumoroso, gli ha concesso la possibilità di partecipare a stage e workshop, come quello con Giancarlo Fares.

“Sapevo che per fare l’attore dovevi andare o a Roma o a Milano, a me piaceva Roma e l’ho preferita alla fredda Milano - prosegue - mi piaceva di più a livello architettonico, per quello che trasmette, è Roma nonostante tutti i problemi che ha, con i suoi panorami, la storia che respiri”.

“Non mi sono mai pentito di aver scelto Roma, è un salto avanti. Per me ormai è casa”, assicura.

Roma gli ha regalato anche la prima grande esperienza professionale, L’Abbecedario di Tolstoj al festival di Lodi, seppur fosse un ambiente ancora scolastico.

Un mercato di possibilità, dove l’arte è accolta, ma non spesso compresa, così come è ignorata la commedia dell’arte nel panorama italiano; Alessandro l’ha conosciuta e studiata, infatti, a Parigi presso l’Accademia Adas, prevalentemente con Carlo Boso.

Ed è dopo la scintilla iniziale francese che Alessandro ha fondato, insieme ai suoi colleghi, la giovanissima compagnia Sasiski, il fiore all’occhiello e la novità del giovane artista: un esperimento singolare nell’ambiente teatrale dove tra gli squali è difficile persino tuffarsi.

“La compagnia si era formata nel 2014 quando il nostro regista Cutrera era stato invitato al festival di scherma scenica a Mosca e lì ha presentato un duello in commedia dell’arte - racconta - Dopo la vittoria della menzione d’onore è scattata l’idea, c’era fomento. Avevamo capito che c’era la possibilità di fare qualcosa, siamo andati in Francia per specializzarci, quando siamo tornati l’abbiamo creata”.

Un tentativo azzardato, per un genere in Italia quasi assente, eppure è proprio contro i mulini a vento che l’arte riesce ancor meglio ad affermarsi; la compagnia, insieme al coraggio e la caparbia, è cresciuta in fretta.

“Il primo anno siamo stati alle ventesima edizione del Fontanonestate, in Francia con Boso, primi classificati al premio Gianni Damiano e questo ci permetterà l’anno prossimo di essere in cartellone. Ci ha dato tante piccole soddisfazioni, siamo otto, nove”, si entusiasma il teatino.

“Siamo partiti da zero, senza maschere o costumi. Abbiamo cucito noi i primi vestiti, abbiamo fatto le maschere in Francia - dice ancora - Adesso stiamo lavorando a nuovi progetti, vorremmo mettere in scena un canovaccio da cui Shakespeare ha tratto La dodicesima notte che si chiama Gli Ingannati: noi vorremmo chiamarlo Ingannati alla dodicesima notte”.

Uno dei mestieri più rischiosi e più affascinanti, Alessandro Blasioli è il ritratto di un eroico lancio nel vuoto; l’artista che per affermarsi deve prima fermarsi, e nel gioco di parole, darsi anche la possibilità di sbagliare.

È così che l’attore racconta che cosa significhi, oggi, indossare la maschera dell’artista, salire su palchi spenti e sentire il rumore sordo di porte chiuse.

“All’inizio le porte in faccia sono tante, a volte anche incomprensibili perché all’inizio ci si sente già forti, la verità è che quelle porte in faccia ti fanno essere più sicuro o insicuro la volta successiva, più menefreghista”, sottolinea.

È una sfida che corrode la paura, una scelta quotidiana contro la fatica e il fallimento eppure la passione di Alessandro sembra corrompere persino il timore. Tra aspettare e rischiare, il giovane teatino ha scelto di provarci.

Una scelta di cui non si è mai pentito, quando perseguire la propria passione vuol significare affermare la propria natura. Nonostante la passione, è inevitabile per Alessandro fare i conti con un Paese che non promette e, spesso, non permette.

“È una situazione difficile in Italia, perché quello dell’attore non è mai considerato come un lavoro e, quindi, il pagamento non è mai fisso, c’è il pensiero errato che, considerando il tuo lavoro una passione, tu sia disposto ad essere sfruttato”, obietta.

Una denuncia lecita, dalla voce di un artista che per alzarsi in Italia su un palco deve far fronte ad esperienze amatoriali, sfruttamenti e grande lentezza.

“All’inizio devi accettare ogni cosa, per fare esperienza la gavetta ti fa fare cose che neanche ti piacciono, quando cresci professionalmente poi inizi a fare una selezione - ammette -  All’estero l’attore viene trattato meglio, si lavora meglio, però chiedono cose diverse, hanno gusti diversi, metodologie diverse. La nostra tecnica ci porta ad analizzare il testo e poi a recitare, c’è un minimo di distacco se pur non te lo faccio vedere”.

E se l’Italia è un campo poco fertile, l’Abruzzo sembra un terreno del tutto sterile: tornato dalle sue numerose esperienze, Alessandro ha tentato di portare e far conoscere il suo prodotto per comunicare con i giovani della sua città, di cui tanti potrebbero rivelarsi talenti nascosti, eppure solo la scuola Itis “Luigi Di Savoia” gli ha concesso un’opportunità: un richiamo e forse un motivo di sprone.

È il gioco crudele dell’artista, quello di battersi continuamente per la propria affermazione, tra i tanti volti in fila per lo stesso numero. Alessandro ne sa qualcosa, di mettersi in piedi tra la folla per alzar meglio il tiro e farsi sentire, perché “ce ne sono 10 mila diversi e anche 10 mila migliori, ci sono quelli che sono come te e che hanno qualcosa da dire al mondo e si applicano, e poi ci stanno tante persone che fanno questo mestiere senza sapere perché”.

“Gli impostori ci sono ovunque. Forse noi ne abbiamo di più perché non è un ambiente controllato: chiunque può provarci. Non c’è meritocrazia, spesso è il bel viso che va avanti”, sospira.

Abbassa la testa ed è cosciente di raccontare, Alessandro, come l’artista sia un uomo solo, “perché l’attore è questo in fondo: un mercenario. Vieni assoldato di volta in volta, puoi avere la tua compagine - fa notare - però sei solo”, nonostante la necessità di una compagnia contro il nemico dell’esordio, l’artista è un soldatino tra soldatini.

“Io cerco di muovermi anche da solo, oltre la mia compagnia - conferma - per esempio, da solo ho fatto tanti provini, alcuni anche importanti per i musical; poi magari non ti selezionano, però ti danno energia positiva. A Ravenna ho partecipato al provino per Mimì è una civetta e sono stato selezionato per il ruolo di Alcindoro”.

“Bisogna lavorare su due fronti, come per la musica e la recitazione: ovunque soffi il vento. Da solo ho anche scritto un monologo, si chiama A completa disposizione, scritto, diretto e interpretato - rimarca - Ha vinto il Festival d’Inventaria, il gran premio 2.0, una menzione d’onore a Napoli. Lo porterò al teatro Studio 1 a Roma a maggio 2017”.

È un racconto orgoglioso, quello di Blasioli, quando parla dell’arte come veicolo di comunicazione, pensando alle corse contro la paura e le sconfitte che lo hanno preceduto, oggi canta l’arte quasi come missione.

“La prima motivazione del teatro è raccontare una storia o un pensiero in maniera chiara allo spettatore. Chi viene a vedere il mio spettacolo, deve uscirne alla fine divertito, dubbioso, con i pensieri. Io voglio generare in te rabbia, disgusto, piacere, godimento - sostiene - E per farlo non puoi recitare solo per compiacere a te stesso: il vero appagamento è quando riesci a comunicare”.

Dal canto al teatro, Alessandro Blasioli è un animale da palcoscenico, e a un animale da palcoscenico basta che ci sia il palco: dinamico, di sana arroganza, di forte intraprendenza. Una voce fuori dal coro. E se l’arte è madre, per Blasioli il teatro sembra essere il grande amore: il teatro, sottovalutato nella fretta moderna.

Un gioco di parti e maschere, che nella vita lancia Alessandro alla ricerca di quella sottile dicotomia tra verità e realtà, “Quello che vedi a teatro non è vero, però è reale” così chiude il sipario sul quadretto del suo racconto.

Incamminandosi tra i nuovi progetti e le aspettative assurde di ogni artista, sa che sceglierà ancora una volta la stessa strada, perché, conclude, “mon mi piace stare da nessun’altra parte: le luci, il palco, l’odore del legno, l’ansia prima della scena: è quella che ti fa sentire vivo. È tutto lì”.



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