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TERRORISMO: I NOMI DELLE 10 PERSONE FINITE NEI GUAI, IN CARCERE E AI DOMICILIARI

Pubblicazione: 07 settembre 2019 alle ore 17:40

L’AQUILA - Sono dieci, di cui otto di origini tunisine e due italiani, tutte con rapporti diretti con i centri della costiera teramana, in particolare Alba Adriatica e Martinsicuro, al confine con le Marche, le persone raggiunte da misure cautelari, due in carcere e le altre ai domiciliari. Insieme agli atri 17 indagati devono rispondere di reati tributari e di autoriciclaggio, con finalità di terrorismo, contestati dalla Direzione Distrettuale Antimafia ed Antiterrorismo di L’Aquila, al termine di indagini condotte sai carabinieri del Ros e dai finanzieri del Gico del capoluogo abruzzese. 

Complessivamente, come detto nella conferenza stampa di stamani all’Aquila, sono 55 i personaggi coinvolti nella distrazione di denaro da alcune società per finanziare il terrorismo islamico, in particolare favorendo la formazione in Turchia e Siria. 

In carcere sono finiti in carcere due tunisini: l’imprenditore nel campo delle ristrutturazioni edili e delle vendita di tappeti, Jameleddine B. Brahim Kharroubi, di 57 anni, residente a Torino, con dimora ad Alba Adriatica (Teramo), il principale indagato e presunto capo della cellula terroristica, e Atef Argoubi, 40enne residente a Castorano (Ascoli Piceno). 

Ai domiciliari sono finiti il 41enne Sabeur Ben Kalifa Jebril e il 40enne Sofiene Ben Khalifa Jebril, entrambi nati in Tunisia ma residenti a Torino, i connazionali 36enni Sahbi Kharroubi e Akram Ben Mohamed Kharroubi, e la 29enne Wissal Doss, tutti residenti ad Alba Adriatica (Teramo). 

Sono donne e sono ai domiciliari le persone di nazionalità italiana: la 52enne Nicoletta Piombino, nata a Corato (Bari) ma residente a Torino, moglie del principale indagato Jameleddine B. Brahim Kharroubi, e la 43enne Cristina Roina, quest’ultima commercialista di una delle società controllate da Brahim Kharroubi che vedono la presenza di prestanome, finiti nei guai tra cui Akram Ben Mohamed Kharroubi e Sofiene Ben Khalifa Jebril e la stessa moglie. 

Una circostanza non sfuggita agli investigativi che hanno sottolineato: “tramite alcune società operanti nel settore della rifinitura edilizia e nel commercio di tappeti, formalmente intestate a ‘prestanome’ ma di fatto gestite da un unico soggetto, capo indiscusso del gruppo, sono stati creati numerosi artifizi contabili per distrarre ingenti somme di denaro dalle società”. 

A tale proposito, la realizzazione del sistema fraudolento è stata possibile anche grazie al rilevante contributo della commercialista torinese che ha artatamente predisposto la contabilità per “mascherare” gli illeciti tributari, tra i quali l’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti (molte delle quali “autoprodotte”) per oltre 2 milioni di euro.

Nel corso della operazione sono stati sequestrati circa un milione di euro ad alcuni indagato e  quattro appartamenti tra Martinsicuro ed Alba Adriatica (Teramo), di proprietà di altre persone finite nei guai.
 



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