TESORI D'ABRUZZO IN ESILIO: STATUE ANTICA
MARRUVIUM DA 265 ANNI IN REGGIA DI CASERTA

Pubblicazione: 30 luglio 2017 alle ore 10:15

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SAN BENEDETTO DEI MARSI – Reperti archeologici trafugati dall’Abruzzo e “dirottati” verso altri lidi, spesso ville e palazzi nobiliari.

Storie che si ripetono, storie accadute anche centinaia di anni fa: è il caso di un ciclo statuario, definito dagli esperti e dagli archeologi come appartenente alla famiglia romana Giulio-Claudia, quindi vecchio di duemila anni, rinvenuto a San Benedetto dei Marsi (L’Aquila) nel lontano 1751 e fatto subito partire in direzione Caserta a uso e godimento del re Carlo di Borbone, sovrano del Regno delle Due Sicilie.

Per conto del Re, infatti, erano iniziati da qualche tempo i lavori di costruzione della grandiosa Reggia Di Caserta: contemporaneamente erano partiti in tutto il Regno e in particolare nelle zone di Ercolano e Pompei, vicino Napoli, scavi archeologici per recuperare opere da destinare proprio allo sfarzoso palazzo.

A San Benedetto furono rinvenute sei statue, a grandezza naturale, resti dell’antica città romana di Marruvium, diversi frammenti lapidei ed epigrafi e, pare, anche una testa di cavallo.

La scoperta fu fatta nelle cantine della casa di un contadino della cittadina marsicana, tale Vittorio Simboli, ad opera dello Statuario ufficiale di Sua Maestà, Giuseppe Canart.

Le statue, in pregiato marmo e tutte a grandezza naturale, prive di teste e braccia rinvenute a parte, con le vesti panneggiate secondo l’uso romano, furono prontamente descritte dal Canart al Marchese Fogliani, primo segretario di Stato come oggetti “utili all’abbellimento delle stanze e dei giardini del palazzo reale” si legge in una lettera dell’epoca.

Il Canart sollevò anche nella lettera il problema di regolamentare l’esportazione dei reperti, visto che “alcuni frammenti sono stati prelevati dal Duca Sforza Cesarini e portati a Roma senza autorizzazione”.

Dopo questa lettera, fu richiesto un sopralluogo a San Benedetto Dei Marsi, da parte del presidente della Provincia dell’Aquila, Bartolomeo Capredoni, il quale, visitando l’abitazione del contadino Simboli esaminò anche i muri della cantina e rilevò che “erano di antichissima strottura”.

La documentazione relativa a questi ritrovamenti, le lettere, i verbali, sono conservati nella sezione della Casa Reale Antica, presso l’Archivio di Stato Nazionale.

La bellezza dei reperti ritrovati suscitò notevole interesse.

Le statue dovevano essere spedite a Caserta, direttamente, dunque con il beneplacito della Provincia dell’Aquila, i pezzi messi in un luogo sicuro mentre si provvedeva alla costruzione dei carri per il trasporto ma la neve e il cattivo tempo del dicembre del 1751 rendevano impraticabili le carreggiate.

La spedizione fu rimandata a primavera quando “con minore spesa si potranno accomodare le strade che da San Benedetto conducono in Sulmona, per montagne alpestri, per un tratto di miglia venti”.

Nel Liber Reformationum Fidelissimae Civitatis Aquilae, si legge come nel 1752, esattamente un anno dopo la scoperta, le statue fossero già state inviate a Caserta, per la via di Sulmona, l’unica calessabile, grazie al contributo di alcune Università che si autotassarono per pagare i lavori di sistemazione.

Dopo l’arrivo nella città campana, delle sei statue si perdono un po’ le tracce.

Il Duca Sforza Cesarini aveva promesso che avrebbe restituito i reperti, teste e braccia, portati a Roma, ma non è dato di sapere se abbia mantenuto la promessa.

I ritrovamenti servirono, quasi certamente, ad abbellire i giardini del Parco Reale della Reggia di Caserta, progettato da Luigi Vanvitelli e il Giardino Inglese, sempre nella Reggia, progettato da Carlo Vanvitelli con l’inglese John Andrew Graefer.

I reperti furono dispersi e mescolati, non è affatto semplice individuarli all’interno dei giardini: nel cosiddetto Criptoportico, luogo suggestivo di forma circolare con pareti in tufo e nicchie, è possibile ammirare statue consolari a grandezza naturale, senza una precisa indicazione dell’identità e con teste e braccia aggiunte in seguito.

Le descrizioni però delle statue, non solo del Canart, ma soprattutto quelle precedenti dell'archeologo e umanista aquilano Mariangelo Accursio, fanno supporre che tra di esse ci siano le statue di Marruvium, rinvenute in quella parte del paese di San Benedetto dei Marsi corrispondente all’antico Teatro romano.

L’Accursio ne parlò per primo nel XVI secolo: le statue probabilmente erano già state ritrovate e sepolte di nuovo per un qualche motivo.

Grazie allo studio che egli fece delle iscrizioni latine alla base delle sculture, queste si poterono catalogare come le rappresentazioni di Alfidia, in atto di tenere la veste con le mani, di Antonia Maggiore, di Livia moglie in seconde nozze di Ottaviano, di Augusto e di Tiberius Claudius Nero, tutti componenti della famiglia Giulio-Claudia a testimonianza della grande importanza che ebbe la città di Marruvium in epoca romana. 

Un pezzo dell’Abruzzo del tempo che fu, trafugato “legalmente”, adorna dunque da 265 anni i giardini della residenza reale più grande del mondo.

 



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