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INTERVISTA ALL'ESPERTO ALBERTO ZORATTI, PRESIDENTE DELLA ONG FAIRWATCH
''CONTA SOLO IL GRANDE BUSINESS, L'AGROALIMENTARE ITALIANO ANDRA' K.O.''

TTIP E CETA, ''IN PERICOLO ANCHE LE REGIONI''
LE INSIDIE DEGLI ACCORDI USA-CANADA-EUROPA

Pubblicazione: 09 gennaio 2017 alle ore 07:45

di

L'AQUILA – Mentre in Italia ci si preoccupa soprattutto di beghe di quartiere, in giro per il mondo muovono passi sempre più decisi dei veri e propri mostri di dimensioni enormi che rischiano di invadere anche il nostro Paese.

Due di questi sono il Ttip e il Ceta, rispettivamente Transatlantic Trade and Investment Partnership e Comprehensive Economic and Trade Agreement, due accordi-trattati di libero scambio tra Stati Uniti, Canada ed Europa.

Il primo è stato “congelato” in sede di Unione Europea nel settembre dello scorso anno, portando l'amministrazione Obama a “vendicarsi” con la riapertura della disputa proprio con l'UE sulla carne di manzo agli ormoni made in Usa; il secondo, che riguarda gli accordi tra Canada ed Europa, è stato firmato a ottobre sempre dell'anno scorso: in vigore da subito, per diventare vincolante dovrà attendere la ratifica dei 28 parlamenti nazionali del Vecchio Continente.

Ma il discorso su questi due pezzi, abnormi, del mondo del liberoscambismo più spinto nei campi economico e commerciale, “nasconde molte insidie e dei risvolti addirittura terribili non solo per gli Stati, ma anche per le Regioni”, come spiega ad AbruzzoWeb l'esperto in materia Alberto Zoratti, presidente di Fairwatch, Ong italiana di economia solidale che promuove campagne di sensibilizzazione ed advocacy sui temi del cambiamento climatico, del commercio e dell’economia internazionali.

“Partiamo dal Ttip, che a livello locale è stato compreso da pochissima gente. Come il Ceta e gli altri accordi di libero scambio, quantomeno gli ultimi di 'seconda generazione'. Questo Trattato si occupa delle barriere non tariffarie e non soltanto delle liberalizzazioni e dell'abbattimento dei dazi, e intoltre inserisce in maniera prepotente la tutela degli investimenti, aprendo la strada a degli arbitrati con cui tutelare gli investimenti stessi. Quest'ultimo è un elemento 'delicato', qualcosa che rientra in una costruzione molto complessa che copre praticamente tutti i settori della nostra vita”.

E fa riflettere, per Zoratti, che una struttura del genere “venga elaborata dalla Commissione europea, che è un organismo non eletto, per essere solo ratificata dal Parlamento europeo e, forse, successivamente dai parlamenti nazionali senza discussione pubblica. Il che rende il tutto particolarmente discutibile, soprattutto per il forte impatto che un simile accordo avrà sulle nostre vite”.

Qui, inoltre, spiega ancora l'esperto, si apre una problematica ulteriore.

“Insieme – dice Zoratti – Unione Europea e Stati Uniti darebbero vita al più grande mercato mondiale, coprendo il 46 per cento del totale, un blocco unico gigantesco, a cui bisogna aggiungere il 'combinato disposto' di tutti gli ultimi trattati di libero scambio. Per semplificare, il Ttip andrebbe a impattare, ad esempio sul settore dell'agroalimentare in Europa, sull'accordo col Canada, col Messico, con gli Usa, mettendo una ulteriore pressione ai nostri produttori che già non se la passano bene, ma che almeno possono ancora contare sulle barriere non tariffarie come forma di protezione. 

Lo scenario cui si rischia di andare incontro, insomma, è quello di deregolamentare tutto, di smantellare soprattutto le protezioni rimaste. Perché alla fine, per il grande business le regolamentazioni sono un costo”. 

Basta dare una occhiata – secondo l'esperto – agli alti costi sulla qualità dei prodotti.

Sse le imprese agroalimentari statunitensi “non riescono a esportare quantomeno una parte dei prodotti in Europa per motivi qualitativi, pensiamo alla soia Ogm, ci rimettono. E ci rimettono anche le imprese agroalimentari europee, specie quelle grandi, che non possono commercializzare prodotti Ogm per uso umano. Quindi, la problematica è doppia perché due sono i grossi 'giocatori' sul campo”. 

A questo punto, servirebbe un livello di consapevolezza delle nostre istituzioni che sia all'altezza, ma, è il pensiero di Zoratti, “purtroppo è pessimo. Giusto il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, ne sa relativamente qualcosa, ma se guardo al mondo parlamentare le cose sono disastrose. Negli incontri pubblici con parlamentari italiani e anche con parlamentari italiani a Bruxelles, molti del Partito democratico, c'era da mettersi le mani dei capelli. Senza contare che c'è chi ha tutto l'interesse affinché il Ttip vada a buon fine”. 

Anche scendendo di grado, comunque, la situazione non sembra migliorare.

“Di fronte al Ttip, ma anche al Ceta, anche le Regioni dovrebbero tremare, perché la produzione agricola in Europa, quindi pure in Italia, con certi accordi ufficiali, verrebbe letteralmente sovvertita. Ci sarebbe una invasione, seppur a tratti relativa, una presenza costante di prodotti statunitensi a basso costo. A quel punto le nostre imprese, soprattutto quelle piccole, non riuscirebbero a stare sul mercato. 

Al massimo, le produzioni Doc e Dop potrebbero salvarsi, però bisogna precisare che sono in un registro specifica di denominazioni protette. In Canada, parlo dell'ultimo accordo commerciale concluso, il  numero delle indicazioni geofrafiche protette – europee – saranno 240 su 1.500. Quelle italiane saranno 42 su 283. E saranno parzialmente protette, sia chiaro. Per i piccoli produttori, il futuro fa paura. E pure i prodotti di qualità, migliaia, come quelli territoriali in Italia, che non sono certificati, subiranno gravi colpi di fronte a una unione di mercati con un organismo di cooperazione regolatoria che sarà formato, dopo l'approvazione del Ttip, che riunirà gli organismi di regolamentazione che non prevederà spazio per i decisori politici”.

Tradotto: si cercherà, senza controllo pubblico, di rendere compatibili le regolamentazioni. 

E poi, c'è la questione degli investimenti.

“Se osi mettere dei paletti a una impresa inquinante, rischi di finire come Stato, ma anche come Regione, in un arbitrato internazionale e subire delle sanzioni economiche”, fa notare Zoratti. 

“A volte – precisa ancora – succede che vinca lo Stato, ma l'Australia, portata in tribunale dalla Philip Morris, ha vinto contro quest'ultima, solo per la causa ha speso 50 milioni di dollari. Per una sola causa”. 

“Non dimentichiamo mai – conclude – che ogni spazio di democrazia è una seccatura per la grande impresa. Più in generale, le regole a livello mondiale puntano a distruggere ciò che è locale, come le piccole economie, per dare modo a chi è grande di fare ciò che vuole. A costo di farci molto male”. 



© RIPRODUZIONE RISERVATA


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