UN ARTISTA 'PAZZO' CON LA PASSIONE PER I TESCHI
''LE OSSA NON MUOIONO MAI, SONO ARTE PERFETTA''

Pubblicazione: 26 marzo 2017 alle ore 09:00

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L'AQUILA - Un giovane artista che crea opere d'arte che sembrano noir con ossa di animali e materiali di recupero agreste.

Ha un background poliedrico Gianni "Mad" Colangelo, 33 anni, da Introdacqua (L'Aquila), che lo ha portato dopo il diploma da geometra e anni di studio della tromba al conservatorio dell'Aquila a prendere una triennale in lettere moderne, una specialistica in Decorazione - Beni Storico Artistici presso l'Aba e un master in Allestimento Spazi Espositivi.

E u'altra laurea l'ha conseguita proprio in questi giorni, per approfondire e far conoscere, questo suo mondo, in cui cinetica e materiali di scarto, ovvero vecchio e nuovo, si fondono insieme per creare dei pezzi unici con una loro storia e una loro anima.

Le sculture sue cinetiche, tutte realizzate con materiali di recupero, sono la sua ultima passione: dare vita a ciò che gli altri buttano, non solo in senso metaforico.

Gianni "il Pazzo" è, in sintesi, uno studioso del teschio e delle ossa animali, con le quali ha creato una linea di sculture molto apprezzata in Italia e in Europa.

"Ho quotidianamente conversazioni intime con il mio scheletro, e questo la mia carne non me lo perdonerà mai", recita un aforisma del filosofo romeno Emil Cioran che Gianni indossa volentieri, come un abito di buona fattura, ironizzando su un aspetto che riguarda il mondo dei viventi sui quali si tende a parlare poco: per scaramanzia, perchè lugubre, perchè legato alla morte.

"Mad, il mio nome d'arte ha vari significati - spiega ad AbruzzoWeb - da metal art designer per i più tecnici, al significato inglese di pazzo".

"Perché pazzo? Quando ero giovane suonavo con varie band e mi piaceva fare cose diverse, farmi riconoscere, avere degli atteggiamenti folli anche nell'abbigliamento. Utilizzavo molte catene, abiti larghi neri e con le borchie".

"Vengo da una cultura agreste - spiega - da una famiglia di agricoltori. Ho trovato anni fa in un vecchio magazzino di famiglia che oggi è il mio laboratorio, tanta materia prima. Attrezzi da lavoro e tanta pietra che ho raccolto per cercare di ridargli nuova vita, se non con il loro aspetto originario ma con un'evoluzione, una mia rivisitazione".

Cominciando ad assemblare, come se fosse un gioco, ha affinato le tecniche della saldatura per creare dal ferro animali, sculture e suppellettili.

"Ho sempre contestato la fissità della morte - aggiunge ancora - per me non si muore mai. Per questo scelgo materiali poveri, a cui tolgo staticità e ridò nuova vita".

Non solo materiali poveri, ma anche ciò che la morte lascia sulla terra dopo la fine della vita: le ossa di animali destinati al macello.

"Ho fatto mia la tecnica della scarnificazione - spiega ancora - raccolgo teschi animali, li pulisco, li lucido e li uso come modelli per realizzare un alter ego in ferro. Il teschio, non a caso, essendo l'osso più duraturo nel tempo. Mi piacciono le ossa, mi affascinano. Sono incuriosito da quello che c’è dentro di noi piuttosto che da ciò che vediamo all'esterno".

Interiorizzare quindi, come facevano Caravaggio e gli altri che prendevano i cadaveri e facevano degli studi approfonditi, quasi anatomici per rappresentare poi, nelle loro opere, la perfezione umana.

Tante le esposizioni delle sue opere d'arte non solo in Abruzzo: per due volte al Macro a Roma, al Bioparco di Torino (dove è arrivato anche finalista), poi di nuovo Roma, alla Casa dell'Architettura, alla fabbrica del vapore di Milano fino a spingersi nell'Europa del Nord.

"Anche i motori inseriti nelle opere cinetiche sono materiali di recupero - precisa Colangelo -. Ho utilizzato, anche le macerie del terremoto dell'Aquila. Ho preso degli apriporte recuperati dalle aperture scorrevoli di alcuni negozi e essendo ancora funzionanti li ho utilizzati".

"Ho massimo rispetto del teschio, è per me la perfezione della natura e la mia arte cerca di avvicinarsi alla perfezione".

Verrebbe da pensare a una sottile linea noir, ad un pessimismo, ma non è così: Gianni, ci tiene a far sapere, celebra la vita e tenta, ironizzando, di celebrare anche la morte.

"Ho rappresentato in una mostra il giorno del mio funerale, utilizzando il ferro per rappresentare gli amici e i miei animali. Mi piacerebbe calcolare tutto, quindi ho cercato di fermare quel momento come a fermare la mia volontà: vorrei una serie di amici, una festa con dei richiami simpatici, in questa opera per esempio c'è il mio cane che deride la morte facendo la pipì sul carro funebre".

"O ancora, sopra il carro funebre, un diavolo pronto a imprigionare la mia anima".

D'altra parte, questa è una passione che lo ha portato a girare per antichi cimiteri, per cogliere un attimo, un'immagine, e trovare ispirazione.

"Sono posti magici - dice - dove il tempo si ferma sospeso, posti dove puoi staccare la spina, emozionarti e riflettere. Dei cimiteri amo la sezione d'epoca, con le foto antiche delle persone morte e mi commuovo ogni volta davanti a quelle vetuste decorazioni. A Introdacqua, ho passato molto tempo nel vecchio cimitero, ora inagibile a causa di una frana".

"Ricco di tombe a terra, è un posto suggestivo in alta montagna. Amo molto la sepoltura a terra, è un richiamo alle origini, si torna alla terra, dalla quale proveniamo, dandole nuova vita, concimandola con ciò che resta di noi".

E parlando di se stesso, della sua fine e della rappresentazione del suo ultimo viaggio, afferma: "Non vorrei che il mio corpo fosse in un cimitero, lo vorrei nel mio parco di sculture con all'interno la mia tomba".

Un parco ancora da creare, ma Gianni è giovane e ha ancora tanto tempo. 

"Ho realizzato tante sculture, cinetiche e non, ma mi piacerebbe concretizzare questa cosa, proprio in Abruzzo, un parco, con tanto verde e le mie esposizioni e al centro la mia tomba, con una frase bella, simpatica, come ne ho viste tante nei cimiteri del Nord Europa. Prima o poi lo farò".

Obiettivo imminente dopo la tesi è l'organizzazione di una serie di altre mostre e personali sulle quali sta lavorando.

"In ogni caso per adesso la tesi è stata la mia ultima fatica. Partorire questo nuovo pezzo mi ha tolto una parte di me, perchè alla fine è sempre così, sono tutte mie creature. Le mie opere sono i miei figli, la prosecuzione di me, un testimone non solo della mia arte ma della mia personalità".



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