UNA VITA DA ROMANZO TRA DOLORI E TANTO AMORE:
ERMINDA VICENTINI, STRAPPATA ALLA VITA ALLE 3.32

Pubblicazione: 05 aprile 2017 alle ore 07:38

Erminda Monti Vincentini
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L’AQUILA - "Alle 3.32 di quella maledetta notte ero a fare compagnia a un’amica, che abitava in centro e, come tutti, aveva paura, non so come mai, ma in quel momento ho urlato il nome di mia madre. Forse il mio inconscio mi stava dicendo che il mostro la stava portando via da me".

Il dolore dopo 8 anni ancora non è scomparso, ma solo sopito per Angelica Vicentini, una giovane donna aquilana che nella notte del 6 aprile 2009 ha perso la mamma, Erminda Monti Vincentini, 64 anni, nel crollo dell'edificio di via Persichetti. Crollo per il quale c’è ancora in corso un processo destinato a concludersi con l'estinzione del reato per prescrizione.

"Mia madre mi manca tutti i giorni - afferma con amarezza ad AbruzzoWeb - Avevamo tantissime cose da dirci e tanto da fare insieme. La sento vicino a me anche solo pensandola".

Angelica ripercorre quei terribili momenti, una volta giunta su via Persichetti, dove regnavano silenzio e morte. "Verso le 4 ci siamo trovati fuori casa con mio fratello - ricorda ancora - dopo un lungo abbraccio, avevamo capito subito che era davvero finita. Intorno a ciò che rimaneva della nostra casa, tra il buio, la polvere e il silenzio, il suono scandito dal telefono fisso che provavamo a far squillare dal cellulare sperando che qualcuno potesse rispondere. Un suono che ancora oggi, ripensandoci, fa davvero male".

"Abbiamo scavato, ho scavato fino a farmi male, aiutati dalla Protezione civile. Ci sono voluti 4 giorni per riportare alla luce i poveri resti. Ci hanno detto, una magra consolazione, che è morta sul colpo per un gravissimo trauma cranico. Insomma, probabilmente, non ha sofferto", rievoca.

La signora Erminda non era aquilana, ma si era ritrovata nel capoluogo, alcuni anni dopo aver dato alla luce Tancredi e Angelica, per inseguire un sogno d’amore, che l’aveva legata dopo un ballo in maschera a Roma a Quirino Vicentini, un capitano dei carabinieri, esperto antiquario, di antiche origini nobiliari, che legavano la discendenza all’antico arcivescovo dell’Aquila Augusto Antonino Pio Vicentini.

Una storia da romanzo, costellata da tanto dolore, che comincia tra gli orrori dei campi di sterminio durante la seconda guerra mondiale.

Fu concepita da una donna di origini polacche, Marja, dentro a Bremen Blumenthal, un campo di prigionia. La ferocia nazista si era abbattuta sulla sua famiglia, spogliati di tutto vennero portati lì. Incontrò in quel posto di orrori e morte un refolo di vita e amore per Vincenzo Monti un soldato italo americano che si trovava nel campo, perché accusato di tradimento.

"Mia madre dopo la guerra crebbe a Roma - continua ancora Angelica - con mia nonna che rimase presto vedova. Si rimboccarono le maniche, mia nonna lavorava e mia madre si diplomò in un collegio di suore diventando poi un’interprete parlamentare e una hostess Alitalia. Scelse il nome Natascia per ricordare le sue origini slave e nel 1971 sposò mio padre".

Una serie di eventi li portarono all’Aquila, proprio in via Persichetti, dove la famiglia Vicentini possedeva questo antico palazzetto.

"La vita finalmente sembrava sorriderle. Ricordo la mia infanzia come anni molto felici. Poi la prematura morte di mio padre, a soli 42 anni è stata la fine di tutto. Mia madre in un certo senso aveva smesso di vivere con lui. Aveva deciso di non uscire più di casa. Fino al 2007, anno in cui morì, c’era mia nonna con noi e si facevano compagnia".

Una breve passeggiata la mattina al mercato in piazza e poi più nulla. "I fasti delle feste romane, la gioia della vita coniugale, sembravano non appartenerle più. Aveva smesso anche gli abiti eleganti, la folta chioma bionda e le montature di occhiali vistose che tanto amava per uno stile di vita parco, quasi monacale".

Come sarebbe oggi secondo Angelica la vita di mamma Erminda? "Sono certa che sarebbe stata una nonna eccezionale per mia figlia Ginevra, nata 2 anni dopo il terremoto del 2009. Sono certa che le avrebbe ridato voglia di vivere. Nella mia bambina la rivedo tantissimo, sia in alcune movenze che nel carattere. Era una donna forte, un esempio, di quei sani principi che oggi si fa fatica da individuare e che oggi, cerco di riproporre e trasmetterle".

È rimasto poco, qualche foto, e pochissimi ricordi, perché oltre al danno, anche la beffa dei furti. "Nella nostra casa c’erano dei ricordi a cui lei era legatissima. Anche di un certo pregio, essendo mio padre un antiquario che frequentava e scovava delle chicche, alle aste di Sotheby’s a Roma a piazza di Spagna".

Di tutto questo non c’è più nulla, ma non a causa della forza distruttrice del terremoto, ma perché degli sciacalli, nei giorni a seguire, hanno portato via tutto quanto potesse essere rubato facilmente. "Anche i suoi vestiti, di cui ricordo l’odore attraverso le foto".

La guarda nelle immagini, leggermente ingiallite ma cariche di amore. "Vorrei urlare a tutto il mondo - rimarca in conclusione - la bontà e la bellezza intellettuale della mia mamma. Una storia la sua fatta di tribolazioni e sofferenze, di cui oggi resta solo il grande amore che nutro per lei".



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