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SENTENZA SUPREMA CORTE SU EX RETTORE PER REATO INDUZIONE INDEBITA NEI CONFRONTI COLLEGA ATENEO: ''CI FU USO SPREGIUDICATO DI POTERI E POSIZIONE''. EX SENATORE, DOPO CIRCA TRE MESI RECLUSIONE, E' AI SERVIZI SOCIALI

UNIVAQ: CASSAZIONE, DA DI ORIO PRESSIONI E MINACCE, TIBERTI COSTRETTO A DONI UMILIANTI

Pubblicazione: 07 novembre 2019 alle ore 07:26

Ferdinando Di Orio e Sergio Tiberti

L'AQUILA - La Suprema Corte di Cassazione ha confermato la "sussistenza di pressioni e vere e proprie minacce di ritorsione poste in essere dal preside-rettore, abusando della sua qualità e dei suoi poteri, nei confronti della parte civile, per indurla a plurime, rilevanti e unilaterali dazioni di denaro o altre utilità, effettivamente avvenute e adeguatamente comprovate". 

È il passaggio nodale della sentenza, emessa lo scorso 14 giugno, ma resa nota nei dettagli solo qualche giorno fa, in merito al ricorso, presentato dall'ex rettore dell'Università, Ferdinando Di Orio, contro il pronunciamento della Corte d'Appello di Roma nel processo sul caso delle pressioni, culminate con dazioni di denaro e altre utilità, nei confronti del docente dello stesso ateneo Sergio Tiberti. 

I Supremi giudici hanno ritenuto comunque inammissibile la istanza di Di Orio. Proprio per questo, l’ex senatore di centrosinistra, 71 anni, è finito recluso nel carcere di Rebibbia a Roma per scontare la pena di due anni e sei mesi che gli era stata inflitta in secondo grado per il reato di induzione indebita nei confronti di Tiberti, con il quale in passato aveva avuto buoni rapporti. 

Molto severo il giudizio dei giudici di terzo grado, secondo i quali l’ex padre padrone dell’Università dell’Aquila ha agito nell’esercizio della sue funzioni pubbliche. 

Di Orio, dice la Cassazione, "si è avvalso in maniera spregiudicata dei suoi poteri e della sua posizione", mentre Tiberti è stato vittima, "tanto da essere indotto a prestazioni e pagamenti non dovuti e in vero tanto esosi e unilaterali quanto, talvolta (si fa l'esempio del dono di un'autovettura alla figlia di di Orio), addirittura mortificanti". 

A sancire la pena in carcere la controversa attuazione retroattiva della cosiddetta legge “Spazzacorrotti”, approvata dal precedente governo giallo verde, che prevede la reclusione dietro le sbarre per alcuni gravi reati, come la induzione indebita, anche per pene sotto i tre anni e per imputati con più di 70 anni. 

Come accaduto all’ex governatore della Lombardia ed ex senatore, Roberto Formigoni, ora ai domiciliari. 

Dopo circa tre mesi di carcere, nelle scorse settimane il Tribunale di Sorveglianza di Roma, ha concesso a di Orio, la misura alternativa dell’affidamento in prova ai servizi sociali: per effetto di questa decisione, l’ex rettore, al timone per una decina di anni, è stato scarcerato ed è tornato nella sua casa di Roma, dovendo scontare la pena, nettamente mitigata, nella comunità di Sant’Egidio a Roma e presso l’associazione “Veronica Gaia Di Orio”, fondata dallo stesso ex rettore in memoria della figlia scomparsa in giovanissima età qualche anno fa. 

Di Orio, in Cassazione, aveva impugnato la sentenza con la quale i giudici di secondo grado, modificando quella di primo grado emessa dal Tribunale della Capitale che lo aveva condannato a tre anni, aveva dichiarato il non doversi procedere per i fatti commessi fino al 30 settembre 2008, essendo oramai estinti per prescrizione, riducendo conseguentemente la pena ad anni due e sei mesi per le altre condotte. Con il reato di concussione riformato in induzione indebita. 

La Corte di appello, infine, per effetto della riduzione della pene aveva revocato la pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici applicata in primo grado e ridotto la confisca per equivalente. 

Di Orio, difeso dagli avvocati Guido Calvi del foro di Roma e Mauro Catenacci del foro di Teramo, nel ricorso di terzo grado aveva dedotto l'erronea applicazione dell'articolo 319 del codice penale, quello che norma l'induzione indebita e la violazione, la violazione del principio di legalità previsto dalla Costituzione e il fatto che sarebbe stata trascurata l'effettiva sussistenza di un elemento costitutivo del reato, ovvero il ricorrere di uno "squilibrio di posizioni" tra i protagonisti del mercimonio e di un corrispondente "timore" della parte civile nei confronti di di Orio.

Una tesi che i giudici della sesta sezione (presidente Andrea Tronci e relatore Stefano Mogini) hanno ritenuto inammissibile. 

"Il ricorso - hanno scritto - è meramente reiterativo di doglianze di merito adeguatamente affrontate dalla sentenza impugnata che evidenzia a più riprese, con puntuale aderenza al materiale probatorio e in piena conformità alle valutazioni espresse nella decisione di primo grado, la sussistenza di pressioni e vere e proprie minacce di ritorsioni poste in essere dal preside-rettore". 

Per i giudici la sentenza d'Appello "sottolinea e giustifica specificatamente e in modo del tutto congruo e immune da vizi logici e giuridici l'esistenza di un rapporto tutt'altro che paritario tra i protagonisti della vicenda". 

La tesi costantemente affermata dal professor Tiberti, difeso dall'avvocato Giorgio Tamburrini del Foro di Roma, ha dunque  prevalso alla fine del lungo processo. 

Di Orio, ora in pensione, dopo la condanna in secondo grado, è stato sospeso dall’insegnamento e dallo stipendio da parte della Università dell’Aquila in attuazione della legge Severino. 



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