UNIVAQ: MAXI AFFITTI, ASSOLUZIONE DI ORIO,
DEL VECCHIO E GALLUCCI, ORA CORTE CONTI

Pubblicazione: 03 aprile 2017 alle ore 19:46

La ex Optimes

L’AQUILA - Il Tribunale dell’Aquila ha assolto con formula dubitativa “perché il fatto non costituisce reato” l’ex rettore dell’Aquila Ferdinando Di Orio, l’ex direttore amministrativo dello stesso ateneo, Filippo Del Vecchio, e con formula piena, “per non aver commesso il fatto”, l’imprenditore aquilano Marcello Gallucci, nell’ambito del processo penale, in corso da molti anni, sui canoni che sarebbero stati gonfiati per affittare il capannone che era dell’azienda Optimes, nella periferia Ovest del capoluogo, dove vennero ricollocate la facoltà universitarie di Ingegneria ed Economia che avevano avuto le sedi distrutte dal sisma del 6 aprile 2009.

L’accusa per i tre era di abuso d’ufficio aggravato: anche il pm David Mancini che aveva chiesto il rinvio a giudizio con accuse molto precise; nella requisitoria aveva chiesto l’assoluzione con formula dubitativa perché, pur ribadendo i costi lievitati e alcune illegittimità amministrative, per esempio la stima dei costi chiesta all’Ute (ora Agenzia del territorio) dopo la stipula dei contratti di affitto, citando una sentenza della Suprema Corte il rappresentante dell’accusa ha sostenuto che non poteva chiedere la condanna perché non sono emerse prove del passaggio di denaro.

Il processo sarebbe comunque andato in prescrizione.

La vicenda resta ancora aperta a livello di magistratura contabile, con la procura della Corte dei conti che chiede 538 mila a Di Orio e a Del Vecchio per i costi sostenuti per l’affitto.

"In primo luogo, non si è mai parlato di passaggio di danaro perché non era contestata la corruzione, non si è neanche chiesto di provarlo - rimarca l'avvocato di Del Vecchio, Stefano Rossi - A questi signori si è contestato di aver violato la legge per favorire Gallucci ma, secondo il pensiero espresso del pm all'esito di una sconfinata istruttoria dibattimentale, è venuto fuori che se pure ci sono state irregolarità nella procedura, sono state indotte dalla necessità e dalla fretta di fari riaprire la facoltà a ottobre 2009".

Ma soprattutto, per Rossi, "che il tutto fosse stato fatto per favorire Galucci, così come la norma avrebbe richiesto, è rimasto lettera morta perché, anche a giudizio della procura, l'intento principale e accertato era quello di consentire la prosecuzione delle attività dell'Università all'Aquila e non fuori, come qualcuno andava predicando".

"La gran parte dell'istruttoria, compiuta non solo su richiesta degli avvocati, ma in fondo anche quella condotta dal pm, ha condotto a questa conclusione, ossia che lo scopo fosse quello di lasciare la facoltà in città e metterla in condizione di funzionare già dall'anno accademico successivo, ossia a 6 mesi dalla distruzione", conclude.

Di Orio, come fatto oggi, ha sempre respinto ogni accusa formulata dal pm, affermando di aver firmato atti per far rimanere l’università all’Aquila dopo il terremoto e salvarla “contro la carità pelosa che ci veniva offerta”, ovvero l’ipotesi di uno spostamento in altre sedi dopo la distruzione del sisma.

Nel corso degli anni ci sono state polemiche per la mancata presentazione dell’Università come parte civile, condizione che è stata negata a inizio processo anche a un’associazione legata a professori universitari.

Tra le altre contestazioni agli imputati, ora cadute con l’assoluzione, il fatto che l’Ateneo si sia impegnato a versare alla Gallucci un sovrapprezzo di 699 mila euro l’anno per 4 anni, che fanno oltre 2,5 milioni di euro, per rimborsare il suo intervento di adeguamento della struttura per renderlo funzionale a ospitare le facoltà universitarie, senza regolare bando di gara necessario per quegli importi.

E tutto questo corrispondendo anche, a titolo di cauzione, la somma di 1 milione di euro, superiore alla quota massima di 310 mila euro, pari a 3 mensilità, e procurando dunque alla Gallucci un ingiusto vantaggio patrimoniale e all’Università un danno di oltre 5 milioni di euro.

Di Orio era assistito dagli avvocati Antonio Milo e Giovanni Marcangeli, Gallucci da Enzo Lucantonio e Mauro Catenacci, Del Vecchio da Stefano Rossi.



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