UNIVERSITA': LO SCIOPERO DEI PROF DIVIDE,
''E' DIFESA CORPORATIVA''; ''NO, SONO DIRITTI''

Pubblicazione: 04 settembre 2017 alle ore 06:30

Un gruppo di docenti universitari
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L'AQUILA - Sono poche decine, nei tre atenei abruzzesi, i professori che hanno aderito allo sciopero nazionale indetto dal Movimento per la dignità della docenza universitaria, iniziato il 28 agosto e che durerà fino al 31 ottobre.

I prof manifestano "per ottenere lo sblocco definitivo delle classi e degli scatti stipendiali", si legge nell'appello del Movimento fondato da Carlo Ferraro, ordinario del Politecnico di Torino, che da anni conduce una battaglia per l'aumento dello stipendio dei docenti, che ai vertici della carriera è equiparabile a quello di un generale dell'esercito o di un primario ospedaliero.

A causa dello sciopero salterà la prima sessione d'esami, che non è ancora chiaro se sarà recuperata con una sessione straordinaria, mentre verranno garantite quelle di laurea.

Una mobilitazione vista con scetticismo dalla Federazione lavoratori della conoscenza (Flc) della Cgil, il sindacato più rappresentativo del comparto, che con la segretaria regionale, Cinzia Angrilli, ad AbruzzoWeb ricorda come "i docenti non hanno un contratto collettivo nazionale, quindi non hanno regole, e questo comporta che alcuni si massacrano e altri fanno le comparse".

"Lo sciopero è stato indetto da docenti e non è sindacalizzato - ricorda la Angrilli - grazie ad un professore si sta alimentando un dibattito positivo, lo sciopero però è un'altra cosa e non deve essere limitato ad una singola categoria".

"Tutti gli stipendi sono bloccati da anni, non solo quelli dei docenti universitari che per legge, e non per contratto, hanno un adeguamento, ma il problema riguarda tutti i dipendenti pubblici e anche amministrativi e tecnici degli atenei - puntualizza - Se i docenti avessero concordato un percorso di sciopero con tutto il personale universitario sarebbe stato più utile, la vertenza avrebbe avuto un rilievo diverso".

La segretaria della Flc-Cgil Abruzzo fa poi osservare come "non è uno sciopero sufficientemente corrispondente alla fase che stiamo vivendo".

"La nostra posizione è radicale - aggiunge - i docenti devono essere contrattualizzati perché con il contratto definisci il rapporto, gli orari, le prestazioni, la retribuzione ordinaria ed eventualmente quella accessoria. Ci sono docenti che sono in ateneo un giorno a settimana e docenti che lavorano dal lunedì al sabato con gli studenti, anche questo dipende dal fatto che non ci sono regole".

"È l'unica categoria, insieme alla magistratura - ricorda poi la Angrilli - a non avere un contratto collettivo nazionale. La Cgil dice che ci vuole il contratto e nei giorni scorsi lo abbiamo scritto per la milionesima volta al ministro Valeria Fedeli".

Per il professor Angelo Luongo, invece, "i magistrati hanno un trattamento diverso, a noi gli anni in cui sono stati bloccati gli scatti retributivi vengono sottratti alla carriera ai fini della liquidazione e del trattamento pensionistico, in questo modo un ordinario arriva a perdere 100mila euro e un ricercatore 80mila".

"I professori sono gli unici nell'ordinamento nazionale a subire questa misura restrittiva per tutta la vita professionale", dice il direttore del Dipartimento di ingegneria civile, edile-architettura e ambientale dell'Università dell'Aquila, tra gli aderenti allo sciopero, "si è scatenato uno sport nel dire che questo sciopero è inaccettabile dal punto di vista morale e alcuni hanno paragonato i professori ai calciatori!".

Luongo spiega poi come, "come tutti i dirigenti dello Stato, i professori vengono giudicati in base agli obiettivi, sono valutati ed esistono graduatorie di produttività".

"Sappiamo benissimo che anche tra di noi esiste chi spende la vita nel proprio lavoro e chi fa il furbo - ammette - per questo è necessario attuare fino in fondo la riforma Gelmini, che prevede che il compenso sia commisurato all'impegno, vogliamo una valutazione basata sul merito".

"I dati parlano molto chiaramente, l'Italia è al penultimo posto tra i Paesi occidentali che investono in ricerca ma poi è ottava in quanto a produzione scientifica, nonostante l'mpegno dello Stato sia bassissimo, la potenzialità esiste ed è enorme".

Luongo, infine, rispedisce al mittente le critiche di chi afferma che la battaglia sarebbe dovuta essere a difesa del sistema universitario nel suo complesso: "Siamo perfettamente d'accordo sul fatto che occorra un'azione comune affinché lo Stato finanzi adeguatamente gli atenei, ma questo non può andare a scapito dei diritti individuali. Sarebbe come se il titolare di una industria riducesse i salari dei metalmeccanici perché la sua industria è in crisi".

L'APPELLO NAZIONALE

"Lo sciopero - si legge nell'appello di Ferraro, firmato da poco più di 5mila docenti in tutta Italia - è una occasione irripetibile per far capire a tutti una volta per tutte che i docenti universitari Italiani non sono più disposti a farsi trattare in futuro come sono stati trattati a partire dal 2010. Per capire che i docenti universitari Italiani non sono più disposti a farsi delegittimare in tutte le sedi, vedendo la propria dignità messa sempre sotto attacco; a vedersi bloccare gli stipendi con effetti perenni; a vedersi privare delle risorse che consentano al personale in servizio di progredire e ai giovani di accedere alla carriera universitaria; a vedersi negare le risorse per la ricerca che poi si vuole valutare senza averla neanche finanziata; a vedersi sommergere da una burocrazia quasi sempre inutile che sottrae tempo prezioso alla didattica e alla ricerca; a vedersi valutare con metodi discutibili; a vedere il diritto allo studio mortificato; a vivere in un clima di lavoro avvelenato di 'lotta fra poveri'".

"E invece - prosegue l'appello - hanno bisogno, all’opposto, di vedere sbloccati in modo definitivo le classi e gli scatti; vedere assegnate agli Atenei risorse che consentano a chi è già in servizio di progredire e ai giovani di accedere alla carriera universitaria, mediante l’apertura di un cospicuo numero di concorsi ad associato, ad ordinario e a ricercatore di tipo B; vedere assegnate risorse adeguate per la ricerca scientifica, con la predisposizione di piani di investimento che allinei la quota di Pil destinata alla ricerca a quella dei principali Paesi
dell'Unione Europea; vedere assegnate risorse adeguate per il diritto allo studio che favoriscano l'accesso all'Università da parte dei giovani; vedersi valutare con metodologie più corrette; essere liberati dall’eccesso di burocrazia e poter così dedicare altro tempo proficuo e prezioso alla didattica e alla ricerca, anche per questo assai penalizzate nel nostro Paese; vedere ripristinato un clima di lavoro nel quale ci sia serenità e collaborazione fra i colleghi".



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