IL RACCONTO DI UNO DEI 70 LICENZIATI DAL CENTRO RICERCHE AQUILANO, DA
SETTIMANE ACCAMPATI PER PROTESTA FUORI LA SEDE DELLA REGIONE ABRUZZO

VECCHIO PER LAVORARE, GIOVANE PER LA
PENSIONE: STORIA DI UN ESUBERO INTECS

Pubblicazione: 01 maggio 2018 alle ore 08:45

I ricercatori del polo elettronico Intecs
di

L’AQUILA - "Sono troppo giovane per la pensione, troppo anziano per un altro lavoro". Questa la drammatica condizione di vita, al centro di comizi sindacali, analisi di dotti economisti e dichiarazioni contrite di esponenti politici, in occasione di ogni primo maggio, festa dei lavoratori. Una terra di mezzo, un guado che diventa pantano, in cui si ritrovano anche tanti lavoratori in Abruzzo, come Umberto Innocente,  ingegnere elettronico di 55 anni, originario di Napoli, e arrivato all’Aquila, giovane e pieno di speranze nel 1987.

Uno dei  circa 70 ricercatori, nella sua stessa situazione, della Intecs, arrivata nel Tecnopolo d'Abruzzo nel 2011, e dove lavoravano ingegneri elettronici e informatici qualificati e specializzati con anni di esperienza alle spalle.

Licenziati all’improvviso, a gennaio 2018, dopo una sofferta vertenza, allorchè la casa madre romana della società ha deciso prima di ridimensionare poi di smantellare il sito aquilano, che pure aveva garantito di rilanciare, dopo averlo rilevato dalla Dompè.

Umberto, a conti fatti, ha ora 31 anni di contributi versati, ma gliene mancano 13 per poter andare in pensione.  Presidia assieme ai suoi colleghi il camper parcheggiato davanti  a Palazzo Silone, sede della giunta regionale abruzzese per mantenere viva l'attenzione e chiedere soluzioni  a chi è ben pagato per trovarle. Ad accrescere la rabbia dei avoratori, i ritardi del pagamento del Tfr e nell'erogazione degli ammortizzatori sociali, per motivi burocratici.

"La mia è una storia semplice - racconta Umberto Innocente ad Abruzzoweb - mi sono laureato in ingegneria un periodo di grande espansione nel mio settore. Trovare lavoro era facile e infatti dopo due anni di esperienze a Napoli e a Varese, dove mi occupavo di elettronica in ambiente avionico, sono arrivato nel 1987 all’Italtel dell’Aquila, un posto all’epoca molto ambito".

Un posto dove ha trascorso circa 30 anni della sua vita, in una città alla quale si è affezionato, e dove ha deciso di rimanere anche dopo il terremoto. L'Italtel era nata negli anni '20, e si era via via specializzata nella costruzione di componenti per la telefonia. Quando Umberto è arrivato all’Aquila, l’Italtel era ancora un’azienda elettronica solida e affermata.

"Nel mio gruppo di lavoro quando sono arrivato c'erano 20 persone. Eravamo tutti tra i 24 e i 27 anni, appena laureati, in un contesto che contava circa 3.500 assunti. Facevo software e hardware delle schede a micro processore, sugli apparati che trasmettevano ancora su rame. Poi nel giro di qualche anno ci siamo spostati sulla nuova frontiera, ovvero la fibra ottica. Il laboratorio intanto cresceva, fino a raggiungere a fine anni ’90, 250 assunti, tutti a tempo indeterminato".

Umberto, entrato come progettista junior, è diventato senior, responsabile di gruppi software, e prodotti tecnici per passare poi alla sistemistica, "ero quello che definiva come doveva essere fatto un’apparato elettronico", ricorda con orgoglio.

L’Italtel a inizio anni 2000 è passata a Siemens e a Telecom Italia, che poi ha ceduto la maggioranza al fondo statunitense Clayton e Dubilier & Rice. 

"Sotto l’egida della Siemens - continua - definivamo le architetture software dei sistemi. È stato un periodo importantissimo dal punto di vista tecnologico che ci ha messo in contatto con il gruppo di lavoro a Monaco dove è la casa madre. Lavorare in quel contesto internazionale era molto gratificante, si viaggiava tanto per specializzarsi, in un ambiente di altissima tecnologia, in cui si fondevano le esperienze dei massimi esperti provenienti da tutto il mondo".

Dopo questi anni felici, l’inizio della fine: la Siemens ha iniziato ad abbandonare le telecomunicazioni e a L'Aquila è  subentrata la Compel, "una realtà qualitativamente diversa da quelle precedenti, e infatti qui a L'Aquila  si cominciato a realizzare prodotti minore importanza strategica, incentrati sulle telecomunicazioni radio", spiega Umberto.

Alcuni suoi colleghi, fiutata l'aria, hanno cominciato ad andarsene, in un periodo in cui ancora qualcosa nel settore informativo si riusciva a trovare. Lui però all’Aquila ci si era affezionato, aveva acquistato casa, aveva in città una sua cerchia di affetti e amicizie.

"Sono rimasto, e le mie mansioni sono cambiate. Ci venivano commissionati non più sistemi completi, ma pezzi a richiesta. In questo contesto il mio lavoro - racconta Umberto -  si è di fatto trasformato in consulenza, poi sono diventato responsabile del settore commerciale. L’azienda ha preso una commessa dalla Ericsson che in pratica, però, ci dava da lavorare pochissimo. Non producevamo più pezzi ma facevamo solo manutenzione ad alcuni apparati. Tanti colleghi sono così stati  mandati in pre pensionamento, poi in cassa inegrazione e in  uscita agevolata".

Nel 2011 è però arrivata la Intecs, accendendo la speranza di un inversione di tendenza, presentata forse troppo ottimisticamente come una di quelle aziende capaci didar corpo al sogno di fare dell'Aquila post sismica un polo dell'hi tech e dell'ecnomia della conoscenza.

"In quegli anni invece si è chiusa la mia parabola professionale - prosegue Umberto -.  L’ultima esperienza positiva l'ho fatta nel settore del software rnel 2014, quando sono andato a Shangai presso un’azienda informatica, legata alla Intecs tramite un grosso cliente".

Una bella esperienza per Umberto anche sotto il profilo umano, perche' "sono venuto a contatto con delle menti importanti dal punto di vista tecnologico. Il mio compito in Cina e' stato quello di verificare la sistemistica nei sfotware e negli impianti elettronici che si producevano in quella azienda. Mai potevo immaginare che rientrato in Italia, ci sarebbe stato l’inizio della fine".

Anche per lui, annunciata in autunno 2017 e recapitata sotto l'abero di Natale, è arrivata infatti la lettera di licenziamento, motivata con la crisi del mercato, e la necessità di ristrutturare il gruppo, tagliando i rami periferici.

"Mi è crollato il mondo attrono. Mi sono sentito abbandonato - si accalora Umberto -  E prospettive attualmente non ce ne sono. Sto affrontando questo momento difficile grazie a un piccolo gruzzolo che avevo messo da parte, a fatica, negli anni, per le emergenze. Adesso la mia emergenza èperò il quotidiano. Io sono single, e devo badare solo a me stesso, ma tanti colleghi, nelle mie stesse condizioni, hanno a carico una famiglia intera, con i figli all'università e tanti problemi da affrontare".

Un’ultima speranza per Umberto, come per gli altri colleghi con i quali ha allestito il camper di potesta sembra essere la Space economy: una strategia finalizzata alla ricerca, all'innovazione e allo sviluppo di livello internazionale,  su cui, almeno a parole  la Regione Abruzzo punta tantissimo.

"L'obiettivo del Piano è quello di definire le linee strategiche e di equo intervento, in grado di consentire all'Italia di trasformare il settore spaziale nazionale in uno dei motori propulsori della nuova crescita del Paese",ha a tal proposito spiegato in uno dei tanti tavoli sindacali il vice presidente della Regione, con delega alle crisi industriali, Giovanni Lolli.  Con l'impegno di ricollocare in primis le alte professionalità sbattute fuori dalla Intecs.

Per Umberto questa potrebbe essere "una soluzione fattibile. Ed è anche l’unica ad oggi, che ci permetterebbe di affrontare questi ultimi anni che ci separano dalla pensione, sia per me che per i miei colleghi. E tornare a guardare il futuro con un filo di speranza".

"La notte di quel maledetto 6 aprile 2009 ero qui - ricorda infine - avevo finito da poco di pagare il mutuo del mio appartamento, distutto dal sisma. Ho affrontanto l’emergenza, ho avuto inizialmente contributo per l’autonoma sistemazione e poi ho pagato un affitto di tasca mia fin quando non mi è stata riconsegnata la casa. Oggi non percepisco né assegno di disoccupazione, né uno stipendio. Ho avuto le briciole di un Tfr che non si sa quando verrà saldato. Sono un ricercatore troppo vecchio per essere ricollocato e giovane per andare in pensione, nella città dove si sperimenterà il 5g".



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