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VENT'ANNI SENZA PIPPO E DANILO, LO SCHIANTO
CHE STRAPPO' LA FAVOLA DEL CASTEL DI SANGRO

Pubblicazione: 10 dicembre 2016 alle ore 19:20

Da sinistra Filippo Biondi, Danilo Di Vincenzo e l'allenatore Osvaldo Jaconi
di

L’AQUILA - Sono passati vent’anni da quella maledetta mattina del 10 dicembre 1996, quando in un tragico incidente sull’autostrada A1, all’altezza di Orvieto, morirono Danilo Di Vincenzo e Filippo Biondi, due calciatori del Castel di Sangro che quell’anno stava vivendo la favola del primo campionato nella prestigiosa serie B.

Di Vincenzo, attaccante romano ex L’Aquila e Giulianova, aveva 28 anni mentre Biondi, laterale sinistro fiorentino, soltanto 19.

Al momento dello schianto, i due viaggiavano su una Volkswagen Golf, condotta da Di Vincenzo, diretti proprio nel centro sangrino, dove nel pomeriggio avrebbero dovuto riprendere gli allenamenti settimanali.

La Golf perse aderenza, sbandò in curva, urtando contro il guard-rail al centro della carreggiata e rimbalzando dalla parte opposta, fino a terminare in una piazzola di sosta schiantandosi contro un tir fermo con una ruota a terra.

Ancora oggi, a distanza di due decenni, il 10 dicembre è il giorno del ricordo per la comunità sangrina, che oggi si è divisa tra il club che milita in Seconda categoria molisana ed è tornato a chiamarsi Cep, come la squadra del Centro di educazione popolare dei campetti degli anni Venti, e guardacaso è capolista, e il Castello 2000, che disputa invece la Promozione abruzzese.

“Questo è stato un anno di ricorrenze. Abbiamo ripercorso tutte le tappe nelle date significative del ventennale dell'impresa calcistica storica castellana. Purtroppo nel '96, in questo giorno, la favola fu spezzata da quel maledetto incidente che ci portò via due giovani di belle speranze, due vite, due amici, due fratelli - si legge sulla pagina Facebook ufficiale della società Cep - Non li abbiamo mai dimenticati, da quel giorno vivono nei cuori di tutti i castellani e noi, anche oggi li vogliamo ricordare. Ciao Danilo, ciao Pippo, siete sempre le nostre stelle che brillano nel cielo”.

Per ricordare questo episodio doloroso, uno strappo ancora sanguinante in un contesto da vera e propria favola calcistica, AbruzzoWeb ha intervistato uno dei suoi principali artefici: l’allenatore Osvaldo Jaconi, 70 anni, 9 promozioni ovvero record del calcio italiano, ben 3 di queste in giallorosso tra imprese epiche e aneddoti a non finire, come quando sostituì il portiere titolare prima dei rigori decisivi in una finale play-off.

Mister Jaconi, ha sentito i suoi giocatori dell’epoca per questo doloroso anniversario?

Certamente. Abbiamo una chat su Whatsapp che è nata lo scorso giugno per festeggiare il ventennale della promozione, dopo che i tifosi hanno organizzato una mostra. Loro sono la prima anima e noi siamo andati dietro, è un gruppo da 150 messaggi al giorno, ci si saluta, si ride, si scherza, oggi chiaramente siamo tutti mesti per questa ricorrenza. Ci sono tutti, da Daniele Russo che è in panchina con Montella al Milan a Pietro Fusco che fa il direttore allo Spezia, Davide Cei allena gli Allievi della Juventus, e poi Altamura che è al corso di Coverciano, Sansonetti, Carnevale, Martino, Bonomi, Spinosa, fino al massaggiatore Angelo Petrarca e al preparatore Rinaldo Longhi. Ci siamo tutti.

Che cosa ricorda di quei due ragazzi prima ancora che calciatori?

Danilo era meno giovane, in serie B non aveva mai giocato, il suo pensiero era quello di dimostrare, sia a se stesso che all’esterno, che poteva giocare come punta in quella categoria. Aveva il pensiero fisso di cogliere questa possibilità, perciò si allenava con coscienza. Con lui non ho mai avuto una discussione o un richiamo, voleva essere uno importante per noi in quel campionato. Filippo, al contrario, aveva 18 anni, era la prima volta che usciva da casa sua a Pistoia, era arrivato giovane a giocare con noi e per lui si potevano aprire le porte del professionismo, purtroppo non gli è stato permesso. Aveva un buon fisico e una buona educazione, stava imparando le qualità nel ruolo di difensore per primeggiare. Un ragazzo a modo e silenzioso. Faceva parte anche lui della nostra serie B. Quando si muore a 18 anni, al di là del calcio c’è poco da dire.

Il fatto sconvolse l’intera comunità sangrina.

Non essendo una grande città, è stato sentito ancor di più, anche dalle persone anziane, dalle vecchiette che poco si interessavano al calcio. Ha toccato nel profondo una cittadina. A ricordarla veramente fa scalpore. Non sarebbe dovuto succedere. È stata una doppia fatalità: se non ci fosse stato il camion sulla piazzola sarebbero andati fuori e forse al massimo si sarebbero rotti un braccio.

Vent’anni fa era un altro mondo, senza Whatsapp e le informazioni erano più lente. Come venne a sapere dell’accaduto?

Erano altri tempi, sì. Ero al campo assieme al direttore Glauco Balzano, rientrati dalla trasferta di Venezia. Quel martedì mattina eravamo al campo. Arrivò una telefonata dalla moglie del presidente Gabriele Gravina che gli disse di andare in sede. Poi chiesero anche a me di raggiungerli, lì ebbi la notizia. La Polizia mandò un’immagine, avevano capito che erano due nostri giocatori perché avevano la divisa attaccata all’appendino dell’auto. Partimmo subito per andare a Orvieto. Fu un colpo gigantesco, nessuno se lo aspettava. Quei due ragazzi avevano tutta la vita davanti.

La cittadina si strinse e cementò ancor di più dopo la tragedia.

I tifosi della curva posizionarono due stelle giganti con le maglie e i due numeri. Il portiere Roberto De Juliis indossava a domeniche alternate la maglia dell’uno e dell’altro, giocava così in modo che Pippo e Danilo fossero sempre in campo. Quel martedì qualche giocatore venne a sapere dall’autoradio di che cosa fosse successo, mentre tornava su per gli allenamenti. Ai funerali la partecipazione fu notevole, da tutto l’Alto Sangro. Ancora oggi al “Patini” all’ingresso c’è la statua dei due in memoria perenne di quel tragico evento. Da un'estate di grande gioia dopo aver vinto il campionato battendo l’Ascoli, passammo a una situazione tragica. Non fu l’unica, ci fu anche l’arresto di Prete, che poi venne scagionato.

Come riuscì a “tenere” la squadra in mezzo a queste vicissitudini, tanto da centrare la salvezza?

Non era il primo anno che eravamo insieme, 8 di quei giocatori dalla C2 avevano giocato in giallorosso fino alla serie B, era un gruppo cresciuto man mano e con alcuni innesti come Andrea Pistella, Gionatha Spinesi, Daniele Franceschini che ha giocato anche alla Samp, gli altri che ho citato. C’era un’aggregazione notevole, d’altronde come fai a non essere inglobato in un contesto simile, comunque ti giri ti incroci venti volte al giorno! È stato un tutt’uno. Per dirne una, a inizio anno pensavamo che in serie B saremmo stati dei “ladri d’incassi” prendendo la nostra fetta dagli stadi grandi in trasferta e avendo invece un impianto piccolo per le partite in casa. Fatto sta che al “Patini” c’erano 10 mila persone ogni domenica! Ci fu simpatia ovunque andavi, questo Castel di Sangro la gente lo applaudiva. Anche quello fu un toccare con mano la solidarietà, generò simpatia.

Rivivendo attraverso una mostra quella cavalcata, che sensazioni ha avuto?

Come dicevo anche a quell’epoca, di questa cavalcata dalla C2 alla B, la cosa più bella che resta è la salvezza in cadetteria perché tutti gli addetti ai lavori ci davano per spacciati prima di partire, pensavano che avremmo fatto 15 punti, invece i ragazzi si superarono. Solo qualche anno dopo abbiamo capito quello che era successo, che cosa avevamo fatto. Tante società vorrebbero ambire a salire di categoria, ci provano tutti gli anni e non ce la fanno. E invece il Castello, oltre a una storia tra i dilettanti, ha due campionati in C2, uno in C1 e due in serie B. Una cosa singolare.

Da quanto manca a Castel di Sangro?

Quest’anno volevamo fare una rimpatriata, ma l’idea è partita tardi, forse sarà rimandata all’anno venturo. Sono andato l’ultima volta a settembre per la mostra.

Al momento è senza panchina e ha affermato di voler smettere con il lavoro di campo, ma se la dovesse chiamare il Castello?

A quel punto sarebbe difficile dire di no! Ho smesso perché quando mi chiamano ci deve essere una situazione seria, ho fatto un calcio diverso e mal mi accomodo. Se l’allenatore deve tenere alla squadra più del presidente, qualcosa non quadra. Comunque, a Castello come altrove, con l’esperienza che ho accumulato potrei aiutare chi sta crescendo dando il mio contributo non giornalmente sul campo. La passione è tanta e non ha età.

Ha citato il suo ex presidente, Gravina. Si parla di lui come possibile outsider per la presidenza della Federazione gioco calcio, come ce lo vedrebbe?

In quattro anni e mezzo di lavoro ci siamo conosciuti bene, c’è sempre stata stima reciproca. Oltre che l’imprenditore, Gabriele ha sempre voluto fare carriera calcistica, per anni è stato accompagnatore dell’Under 21, andò anche ai Mondiali negli Stati Uniti con la Nazionale maggiore. Se è presidente della Lega di serie C vuol dire che ha serietà e onestà. Non posso parlare di quelli che c’erano prima, non li conosco, ma di lui sì. È uno che fa molta fatica a farsi avviluppare dalle ragnatele, non è portato ai compromessi. Non so se una volta salito a quei livelli sarebbe costretto a modificarsi, ad accettare qualche compromesso, ma so che è una persona seria. Saremmo in ottime mani.



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