VITTORIO GIARDINO, IL SIGNORE DEI FUMETTI:
''A PRIMAVERA FINISCO IL TERZO JONAS FINK''

Pubblicazione: 12 febbraio 2017 alle ore 09:30

Vittorio Giardino
di

L’AQUILA - È un vero “signore” del fumetto italiano, Vittorio Giardino, 70 anni, bolognese, inteso sia come autorevolezza che eleganza.

Quarant’anni di lavoro nel settore, dopo aver mollato una professione avviata, quella di ingegnere, creatore di personaggi come l’investigatore italiano hard boiled Sam Pezzo, l’ex agente dei servizi francesi Max Fridman, o il praghese Jonas Fink, che cresce man mano che la Storia fa il suo corso.

E proprio in relazione a quest’ultima sua creatura, annuncia nell’intervista ad AbruzzoWeb, il terzo volume, atteso da vent’anni, è in via di ultimazione e le 161 pagine saranno concluse e affidate all’editore per la prossima primavera, insomma, manca poco.

Per il resto, Giardino parla a 360 gradi del mondo dei comics, di come era e di come è, invitando i disegnatori a non affidarsi solo i computer ma a “pasticciare”, come dice lui, con carta e pennelli, per avere “degli originali, non dei file”, delle loro opere.

Spiega la sua predilezione per la documentazione storica e le difficoltà che sorgono per un autore di fumetti, “è facile scoprire i retroscena di un patto segreto a livello diplomatico, è più difficile scoprire la marca di carne in scatola che si consumava in Siria nel 1920”, ma rifiuta la tentazione del giornalismo a fumetti oggi molto in voga.

Quando ha deciso esattamente che il suo lavoro sarebbe stato quello di fumettista e non quello di ingegnere?

È una domanda “obbligatoria”, incuriosisce molti, segretamente sognano di cambiare vita e sono colpiti da chi l’ha cambiata davvero. Ci vorrebbe un romanzo per i dettagli, l’essenziale è che, dopo 9 anni da ingegnere elettronico, mi ero reso conto che c’erano cose che mi piacevano di più al mondo, prima di capire che potevo fare qualcosa che mi divertisse e riuscisse a mantenermi ci ho messo un po’ di anni. Allora il lavoro era una cosa seria, era fatica, non ci si poteva divertire. Con una levata di scudi assurda e grandissima incoscienza, ho abbandonato l’ingegneria per qualcosa che mi appassionava fin da bambino. Per un breve periodo ho tentato di conciliare le due cose, di fare i fumetti della domenica, ma farlo in modo serio richiede tanto di quel tempo che non ci sono riuscito. Bisognava scegliere, è andata così e con il senno di poi è stata una grande fortuna. È stato una specie di miracolo, come aver vinto una lotteria. Allora non lo sapevo.

Come ha cominciato questa svolta?

Ero totalmente acerbo di formazione accademica, un autodidatta, piuttosto goffo, è qualcosa che ho imparato facendo. Dall’altra parte, ed è l’unico merito che rivendico, nei primi 2-3 anni ho lavorato letteralmente come un matto: non c’erano giorni di vacanza, avevo già trent’anni e dovevo arrivare in fretta.

La prima professione di ingegnere l’ha agevolata in qualche modo nel disegno? E nella mentalità di “progettazione” delle storie?

Una risposta sincera, al livello della confessione: sono contento di avere una base culturale scientifica, sono convinto sarebbe bello l’avessero tutti, perché viviamo in un mondo in cui scienza e tecnologia determinano molto, e saperne di più rende più consapevoli. Sicuramente abituano a un particolare approccio e a uno sguardo verso la realtà che è molto poco artistico, anche se l’elenco di grandi scrittori che erano anche scienziati è molto lungo. Per gli italiani gli scienziati sono persone squadrate, che non hanno a che fare con la creatività. Dal punto di vista dell’ambiente questa professionalità è rimasta un handicap, della serie “è sempre rimasto un ingegnere”. Dalla mia opinione personale, sicuramente in una storia a fumetti c’è sempre anche un aspetto di progettazione, e questo riguarda anche il romanzo, il cui meccanismo mentale è diverso da quello scientifico, ma il tipo di fatica mentale sì, è molto simile. Si è da soli, chiusi in camera o in campagna, in solitudine con i propri pensieri. Mi ha insegnato la disciplina mentale.

Dopo quasi quarant’anni di lavoro, in che cosa si sente migliorato e per che cosa, se c’è, rimpiange gli inizi di carriera?

Mi sento migliorato di sicuro perché ho più esperienza, faccio l’esempio del guidatore di automobile. A parte rarissime eccezioni di geni naturali, uno al secolo se va bene, tutti gli artisti hanno imparato, hanno lavorato tanto e si sono modificati nel corso della loro opera. Ci vuole un certo numero di chilometri. Diciamo che oggi so abbastanza guidare. Il giudizio, comunque, lo lascio ai lettori. Certo errori di ingenuità non ne faccio più. Rimpianti? Tutto avrei fatto diversamente, ma in quel momento non potevo farlo diversamente.

L’autocritica è un qualcosa che viene a posteriori?

Da 3 anni sto lavorando a un libro piuttosto impegnativo. Adesso non so dire quali sono gli errori fatti, ho fatto del mio meglio. Fra diciamo un paio d’anni, a libro finito, a mente sgombra, lo riprenderò in mano e li vedrò tutti, ma mi ci vuole il distacco temporale che ora non ho perché ci sono dentro. La fortuna principale è che sono poche le attività che dopo quarant’anni uno ama come fosse il primo giorno. Per me invece è così. Raramente passo momenti così esaltanti come quando sono al tavolo a lavorare.

Il suo obiettivo del “fumetto con la dignità di un romanzo” si è diffuso nella cultura popolare o sente ancora che venga snobbato della serie “ma dove l’hai letto, su Topolino?”?

Questo è un discorso complicato. Di certo c’è stato un notevole sdoganamento del fumetto, anche da parte della cultura chiamiamola alta o ufficiale. Può darsi ci sia stato anche un cambio generazionale nella critica letterale, certe generazioni più giovani hanno un atteggiamento più favorevole. Trovo, però, che ancora non siamo per niente a un livello paritario, e forse è giusto che sia così. Il fumetto è un linguaggio a parte, tanto quanto il cinema, il teatro, la letteratura eccetera. Non si possono fare paragoni come tra pere e mele. Il cinema può essere arte? Oggi siamo tutti d’accordo, nei primi anni non succedeva. Il fumetto può esserlo anche più del cinema, che è sempre frutto di un’opera collettiva, mentre il fumetto, come il romanzo, è frutto di uno, massimo due autori. Molto più che nel romanzo, poi, è diffusa l’idea di un personaggio che continua indipendentemente dall’autore. Ci sono ancora delle cose da scoprire, dei debiti da pagare, ma la situazione è incredibilmente migliorata.

Nazismo, guerra civile spagnola, stalinismo... Come mai ha voluto ambientare le sue avventure in periodi storici molto precisi e particolarmente drammatici?

Ora che sto finendo un libro ambientato a Praga nel 1968, dico che queste mie scelte sono anche una condanna di cui non ne posso più. Con un minimo di indagine storica seria, tutto diventa molto più complicato, però queste scelte quasi sempre non le ho fatte io, ma la realtà. Questa storia è cominciata nel 1994, parliamo ovviamente di Jonas Fink, quando sentii la necessità di occuparmi dell’argomento in seguito al crollo del muro di Berlino, uno spartiacque storico di valenza davvero mondiale. Una delle ragioni della lunga sosta che questa storia ha avuto è che, alla fine degli anni Novanta, abbiamo visto abbastanza impotenti le guerre della ex Jugoslavia e l’assedio di Sarajevo. Da quello, ahimè, è nata, sempre nella mia testa, la necessità di parlarne. Non faccio l’inviato di guerra, ma mi ha ricordato l’assedio di Madrid, e dato che ci stavo pensando da tempo, ho capito che il momento di farlo era questo e così mi sono imbarcato su una storia sulla guerra civile spagnola. Quello che accade oggi mi obbliga a scegliere un tempo e un luogo.

La realtà del 2017 che tempo e che luogo la obbligherà a scegliere per la sua prossima storia?

È già qualche anno che sto vagamente raccogliendo appunti su una storia mediorientale. Non voglio, perché non mi sento in grado, parlare dell’oggi, perché non lo conosco abbastanza, pur avendo abbastanza viaggiato e avendoci fatto un breve blitz quando era più tranquillo, ma ero lì come turista, non posso pretendere di conoscere com’è la situazione, e le informazioni che riceviamo sono spesso inattendibili. Avrei la paura di ripetere a pappagallo qualche idea veicolata, qualche pregiudizio di buona diffusione e lo trovo poco interessante. Se affronterò questo tema riguarderà il passato, magari non lontanissimo, in cui il presente ha le sue radici. La storia mi interessa, ma la storiografia spesso rivela cose che i contemporanei ignorano. Con l’accesso ad archivi, a dibattiti fra studiosi che durano anni, vengono appurate situazioni che per la maggior parte erano totalmente ignote. Rivolgersi al passato comporta questo grande vantaggio.

Quali sono, invece, gli svantaggi?

Diventa difficile dal punto di vista della documentazione. È relativamente agevole scoprire i retroscena di un patto segreto a livello diplomatico, è più difficile scoprire la marca di carne in scatola che si consumava in Siria nel 1920. E il fumetto è condannato alla precisione. In un romanzo si può dire che entrò un uomo con un cane, nel fumetto bisogna decidere che cane è. Il grado di astrazione del linguaggio letterario, il fumetto non se lo può permettere. Mescola letteratura e cinema e non coincide con l’una né con l’altro, è qualcosa di speciale.

Perché speciale?

Il fumetto non morirà mai per la stessa ragione del romanzo, l’unica materia prima di cui c’è bisogno è il proprio tempo, per il resto bastano un foglio e una matita mentre per Internet, per fare un esempio, come minimo c’è bisogno di apparecchi abbastanza complicati e una rete di comunicazione efficiente, qualcosa che si possono permettere solo, fra molte virgolette, i ricchi, mentre qualsiasi ragazzino del Senegal in un villaggio, se vuole, può fare i suoi fumetti. È un mezzo democratico e rivoluzionario. Non credo che scomparirà mai.

Mai avuta la tentazione del giornalismo a fumetti?

So che va molto di moda, anche perché i mezzi di informazione, particolarmente i giornali, recensiscono volentieri qualcosa che, pur essendo a fumetti, è comunque per loro familiare, con un approccio giornalistico alla realtà. Io qualche dubbio ce l’ho. Non voglio evincermi a giudice degli altri, ma non sono disponibile a farne per una ragione semplicissima. In passato ho avuto la tentazione di occuparmi di fatti importanti, faccio l’esempio di Ustica. Parlando con amici giornalisti, mi sono accorto che ne sanno più di quanto poi viene pubblicato, questo per via di confidenze, di notizie non confermate, materiale su cui andarci cauti. Trattandosi di gente vera, di morti veri in quel caso, non mi sento di andare né a elaborare ipotesi senza avere prove concrete, né di fare il riassunto di quanto già pubblicato dai giornali dell’epoca. Vorrei un giornalismo a fumetti valido ed efficace, ma trovo sia impossibile. Già è difficile farlo con le parole e una telecamera, ma in più il fumetto ha bisogno di una sua elaborazione che richiede tempo. Mi sembra condannato in partenza.

Senza eccezioni?

Nel caso in cui, faccio il nome di Becco Giallo, l’intento sia quello di diffondere notizie tra giovani e giovanissimi che non ne sanno niente, se è didattico, insomma, allora ben venga. Io che c’ero alla Banca dell’Agricoltura, ho letto i giornali e seguito la vicenda, mi sentirei ridicolo, a meno che non avessi qualche notizia importante, nuova, decisiva, che rivela una verità diversa. Ma è difficile che una persona normale come me possa averla, anzi, vedendo la fine che ha fatto una cronista come Ilaria Alpi, forse neanche vorrei averla. Se vogliamo essere onesti fino in fondo, sono più ambizioso. Non vorrei fare la cronaca dei viaggi come fosse una mostra delle diapositive, ma vorrei fare della letteratura.

Sam Pezzo, Max Fridman e Jonas Fink: chi di questi suoi personaggi le assomiglia, chi è il suo opposto e qual è il suo preferito, se c’è?

Tutti mi assomigliano, ovviamente, tutti hanno qualche cosa di me perché pesco nelle cose che ho vissuto e visto, da lì traggo gli elementi. Spero, dall’altra parte, di non avere parlato di me in modo così esplicito. Mia moglie o i miei amici riconoscono alcune cose che il lettore riconosce meno, sono sempre dettagli. In loro c’è parte della mia visione del mondo e del mio carattere. Entro certi limiti, presto loro anche i miei lineamenti, questo avviene in modo spontaneo. Questo perché chi disegna si serve spesso dello specchio per vedere delle espressioni difficili, capire come renderle graficamente e interpretare la situazione. La somiglianza più evidente, secondo la maggior parte dei lettori, è con Fridman, anche se non sono mai stato rosso di capelli. Ho la barba, fumavo e sono diversamente alto, ma a 12 anni sarei stato simile a Fink. I miei personaggi non sono mai supereroi, non hanno magici poteri, sebbene ammiri alla follia Corto Maltese che è pur sempre un eroe, anche se è antieroe. I miei sono più probabili e sfortunati. Fridman si può immaginare come un’evoluzione, in certi aspetti, di Sam Pezzo. Non posso dimenticare la battuta in un film di Kurosawa ambientato nel Giappone del Settecento, quando una signora ricorda a un samurai molto bravo che la spada migliore non esce dal fodero. L’ideale sarebbe non prenderle e non darle mai.

A proposito, l’annunciato capitolo finale di Fink è in corso di colorazione? Quando uscirà?

Sono prudente perché mi becca l’influenza e poi saltano le date. Stavolta la notizia la posso dare, il libro è di 161 pagine, un bel po’. Sono a un terzo dei colori, salvo grossi imprevisti, nel corso della prossima primavera, per quel che riguarda me, lo avrò finito. Poi quando uscirà non lo so, probabilmente entro quest’anno. Può darsi che venga spostato a inizio 2018 in Francia per rispettare un anniversario, visto che si parla del 1968. Di fronte a questi argomenti mi tiro indietro, l’importante è che esca all’incirca come l’ho pensato e fatto. Vorrei aggiungere un’appendice bibliografica storica come in No pasaran. Mi sono accorto che il 1968 confina da vicino con le guerre puniche, sotto i cinquant’anni nessuno ne sa più nulla, salvo intellettuali e addetti ai lavori.

L’investigatore Pezzo potrebbe vivere nuove avventure, magari invecchiato?

Sinceramente non credo, non lo escludo in linea di principio, a fine ottobre è uscita una storiellina breve. Avevo due pagine a disposizione ed è una vera storia gialla, con un’indagine e un intreccio, molto scritta e molto disegnata. Il fatto è che ho tanti di quei progetti in testa che chissà quale farò per primo! Per ora l’unica cosa certa è finire il libro, al prossimo ci penserò poi, dipenderà anche da che cosa succede nel mondo, visti i precedenti. Temo che tutto questo non favorirà Pezzo, anche se di temi che ora sono di attualità se ne occupava già negli anni Ottanta, quando per esempio l’immigrazione clandestina neanche esisteva. Sono orgoglioso di questo. Quel fumetto era facile perché l’ambientazione l’avevo sotto casa, la difficoltà invece era creare una trama gialla, non noir, cioè con un vero caso da risolvere. Questo comporta una certa difficoltà a immaginarsi un intreccio, perché è già stato scritto tutto, e scrivere qualcosa tale che dopo tre pagine il lettore non abbia già capito tutto non è mica facile! Adesso ci sono tanti scrittori, ma più di noir che poliziesco.

Il grosso della sua produzione è da autore completo, ma si cimenterebbe ancora a lavorare su una sceneggiatura altrui? E al contrario, come vedrebbe l’affidare una sua storia a un altro disegnatore?

Disegnare una storia altrui in teoria perché no, c’è anche qualcuno che me lo chiede. Di recente signora francese di origine curda, che lavora come giornalista a Parigi, ha scritto una storia su un’eroina curda e vorrebbe che la disegnassi. Ma ho tante di quelle storie mie che non ho tempo perché disegnare per me è una faccenda lunga. Un solo libro mi comporta un paio d’anni di lavoro. Insomma lo ritengo poco probabile, comunque non lo escludo. Al rovescio, scrivere una sceneggiatura per un altro disegnatore non mi piacerebbe perché quando scrivo immagino anche esattamente le scene e mi viene voglia di disegnare. Invece non mi dispiacerebbe neanche un po’, ma non avuto occasione fino a oggi, scrivere un soggetto, qualcosa che, poi, un autore bravo sviluppi da solo come sceneggiatura. Potrei scrivere un soggetto, definire personaggi principali e secondari, l’intreccio di un paio di storie.

Legge altri fumetti oltre ai suoi? C’è qualcuno che le piace particolarmente?

Ne leggo abbastanza, ma me ne sto perdendo molti validi. La quantità di titoli nuovi che esce ogni mese è talmente grande che è molto difficile. Mi mandano sia dalla Francia che dalla Spagna non dico tutte le novità, ma un certo numero. Non riesco a leggere tutti questi, figuriamoci gli altri. Mi rammarico di leggere troppo poco, dovrebbe essere un dovere professionale vedere quello che producono giovani autori bravi. Una certa fedeltà generazionale, un certo modo di raccontare è, comunque, qualcosa che ancora adesso preferisco. Quando mi imbatto in racconti scritti e disegnati molto bene, ma di tono intimistico e adolescenziale, sono coinvolto fino a un certo punto.

Come mette d’accordo il suo lato da sceneggiatore con quello da disegnatore? Qual è il suo metodo di lavoro, se è possibile sapere qualche segreto?

Di solito i due vanno d’accordo, ma almeno le... comunicazioni sono strette! C’è un dialogo continuato, un continuo aggiustamento. Non scrivo mai una vera sceneggiatura, scrivo solo i dialoghi, non le inquadrature, tanto le conosco. Assomiglia molto a un testo teatrale. Subisce di continuo piccole modifiche durante la lavorazione: il disegno obbliga spesso a cambiare una battuta. Una cosa non rigida, avanti e indietro di continuo. Di conseguenza, fra le altre cose, finora non ho mai litigato con me stesso. Spesso lo sceneggiatore “dice” al disegnatore che potrebbe essere più bravo di così. Non mi piaccio granché come disegnatore, ma lasciamo stare. Una delle cose che mi colpiscono è quando un giornalista viene nel mio studio e mi chiede dov’è il computer. Non c’è, non ne ho nel mio studio. Faccio tutto a mano, sia la scrittura che il disegno, tutto come secoli fa. Mi diverte molto fare così, mi piace e non ci voglio rinunciare. Oltre a un piccolo risvolto pratico su cui consiglierei di riflettere tutti i miei giovani colleghi che fanno lavori straordinari, che mai riuscirò a ricreare con gli acquerelli: alla fine del loro lavoro, però, non ci sono originali, ci sono solo file. Nel mercato internazionale c’è stata lievitazione spaventosa dei prezzi del mercato degli originali. Per un giovane che non avrà mai la pensione, con un lavoro che è il nulla, forse avere degli originali da vendere potrebbe essere una risorsa. Io non ne vendo. Non mi sembra intelligente rinunciare a tutto questo per un pc, oltre al fatto che io mi diverto a pasticciare con la carta e con l’acqua molto di più che con una tastiera. Sarà molto difficile vendere un file.



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