50 ANNI DAI MOTI DI PESCARA E REGGIO CALABRIA, ANTICIPARONO QUELLI AQUILANI DEL ’71

di Antonio Andreucci

4 Dicembre 2020 08:09

L’AQUILA – C’è un filo invisibile che lega tra loro Pescara, Reggio Calabria e L’Aquila: tutte e tre lottarono cinquant’anni fa per ottenere il capoluogo di Regione. Una lotta cruenta che si concluse nella migliore tradizione italiana: con compromessi che scontentarono tutti, meno i politici che li escogitarono. Pescara fu la prima a ribellarsi per avere il titolo di capoluogo. Una ventina di giorni dopo fu la volta di Reggio, che quel capoluogo non voleva “perderlo”; così come L’Aquila, l’anno dopo.

A differenza degli abruzzesi, i reggini lottarono ben sette mesi per farsi riconoscere un ruolo che ritenevano spettasse loro per storia, grandezza e posizione. Pescara non poteva vantare un passato “nobile” come L’Aquila, che fu una delle città più importanti del Regno di Napoli e poi delle Due Sicilie. La città adriatica era il risultato dell’unione, nel 1927, della più grande Castellammare Adriatico con la piccola Pescara, patria di Gabriele D’Annunzio, al quale il Duce nulla negava (pur di tenerlo lontano dalla politica!). Però, dal fascismo in poi, si era sviluppata a tal punto che nel ’70 aveva il doppio degli abitati dell’Aquila (120 mila contro 60 mila).

Il paradosso è che in Calabria sembra si sia ragionato per assicurare uno sviluppo a una città dell’entroterra con minori prospettive di sviluppo. In Abruzzo è avvenuto l’opposto: L’Aquila, che nell’ultimo secolo aveva vissuto prevalentemente di terziario, con la classe impiegatizia forza trainante dell’economia, si vide negare l’autorevolezza secolare e centinaia di posti di lavoro. Il sospetto, però, è che in entrambi i casi questi ragionamenti non furono fatti e che prevalsero interessi di potere partitici e personali, con il Pci spettatore silente, ma consenziente, all’Aquila come a Reggio, e attivo nella città del Vate.

I moti di Reggio Calabria sono il trait d’union delle vicende abruzzesi. Infatti fu proprio Pescara il primo teatro di scontri per il capoluogo, il 26 giugno del 1970, con blocchi stradali e ferroviari e scontri con la polizia. La rivolta servì per bloccare il percorso dell’Aquila verso l’assegnazione del capoluogo della Regione, istituita appena venti giorni prima. Il giorno i pescaresi andavano al mare, la sera davano vita alle proteste. Per questo quelle furono definite “notti dei fuochi”. Poi la volta di Reggio. Infine, il 26 febbraio, i moti dell’Aquila, città sulla quale furono dirottati i reparti della celere che si erano “distinti” in Calabria.

Maledetto fu il dibattito avviato con l’istituzione della Regione. In Calabria, Reggio e Catanzaro erano entrambe interessate ad esserlo. In mancanza di enti regionali, fino ad allora non vi era legalmente un capoluogo ufficiale. Però in molti testi e pubblicazioni Reggio veniva indicata come capoluogo di “regione” perché degli allora tre capoluoghi di provincia (c’era anche Cosenza) era la città fra le più antiche ed importanti di tutta la Magna Grecia (fu fondata nel l’Ottavo secolo a.C.). Però, quando si trattò di scegliere, il Consiglio regionale optò per Catanzaro.

Sotto il profilo politico, in Abruzzo la rivalità fra i due “signori delle tessere” e pluriministri democristiani Lorenzo Natali e Remo Gaspari bloccò praticamente tutto. Il primo aveva il suo regno elettorale nell’Aquilano, il secondo nel Chietino. Non si esposero più del necessario, intenti a neutralizzarsi per non soccombere nella lotta personale. La bilancia rimase ferma e il Pci, “tartufescamente”, a Pescara tifava per la costa mentre all’Aquila girava la testa dall’altra parte.

I politici calabresi si giocarono a Roma la partita del capoluogo. Furono Ds e Psi, alleati di Governo, a lasciare che i loro parlamentari di peso di quella regione sbrigassero la faccenda. A Roma, però, Reggio non contava quasi niente, al contrario di Cosenza che poteva fare affidamento addirittura su due pezzi grossi: il segretario nazionale del Psi Giacomo Mancini e il potente ministro democristiano Riccardo Misasi. Così a Catanzaro bastò sedurre Cosenza che sostenne la sua candidatura a capoluogo, ottenendo come contropartita l’apertura dell’Università della Calabria.

I reggini reagirono immediatamente: il 14 luglio – anniversario della Rivoluzione francese – la città avviò una sollevazione popolare che finirà a febbraio e tutt’oggi è la Rivolta sociale più lunga della storia repubblicana. Alla fine si conteranno undici morti, una decina di mutilati, oltre 500 feriti, 1.231 persone denunciate e 446 arrestati.




Come a Pescara e dopo all’Aquila, i dimostranti provenivano da tutte le fasce sociali, di età e politiche, tanto che qualcuno ha parlato di rimbrotti moscoviti ai comunisti italiani perché manifestavano anche i “compagni” assieme a missini e fascisti. Del Comitato unitario d’azione per Reggio capoluogo faceva parte un partigiano che aveva combattuto in Abruzzo, Alfredo Perna, il quale aveva partecipato ad azioni contro i nazisti ad Avezzano e L’Aquila. Catturato nel capoluogo abruzzese il 3 marzo del ’44 e imprigionato nel Forte spagnolo, riuscì a fuggire qualche giorno dopo e rimase a combattere in quelle stesse zone.

Il 17 settembre il governo presieduto da Emilio Colombo – un quadripartito Dc-Psi-Psdi-Pri, insediatosi il 6 agosto – negò qualunque negoziazione con i rappresentanti della protesta reggina. Intanto, la città era un campo di guerriglia. La rivolta si concluse il 23 febbraio 1971: l’esercito entrò con i carri armati a Reggio Calabria e, come si usa dire, ristabilì l’ordine costituito.

Sotto il profilo politico-amministrativo a determinare la conclusione dei Moti di Reggio fu il compromesso governativo raggiunto il 12 febbraio, il cosiddetto “Pacchetto Colombo”: capoluogo e sede della Giunta a Catanzaro, Consiglio regionale a Reggio Calabria (160 chilometri a sud e all’epoca senza autostrada!). Al confronto, il compromesso abruzzese è un libro delle favole e tutto sommato tenne conto delle aspirazioni di entrambe le città. Il “Pacchetto” prevedeva anche: Università a Cosenza, un centro siderurgico e tre stabilimenti per 15 mila posti. Lavoro nel Reggino.

Ma fu una beffa: si distrussero oltre 1.500 ettari di agrumeti e il paese di Eranova per far posto a insediamenti mai entrati in funzione. Le strutture, in qualche modo, le realizzarono, bene o male. D’altronde, c’era da dividersi una torta da 1.660 miliardi di vecchie lire (oltre un miliardo di euro con il potere di acquisto di oggi). Non poco per far digerire una Regione ciondolante da una città all’altra.

E in Abruzzo? Soluzione simile, anche se più gestibile: ma senza contropartite extra: L’Aquila capoluogo con le sedi di Giunta e Consiglio che si riuniscono anche a Pescara, dove insistono sette dei dieci assessorati (i più “pesanti”) e le sedi distaccate di Esecutivo e Assemblea. Altro aspetto in comune: sperpero di risorse pubbliche e assunzioni per la duplicazione di ruoli. Ma questo è un vizio nazionale.

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