ARROSTICINO, IGP O DOP? SPINOSA PINGUE: “URGE UN MARCHIO, PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI”

di Silvia Mosca

13 Ottobre 2023 08:11

Regione - Cronaca

L’AQUILA – È uno dei piatti abruzzesi a cui è facile rispondere “sì” senza indugio, ma, stavolta, l’arrosticino è una star “discussa”. Solleva infatti un dilemma che sta dando filo da torcere ad allevatori e produttori: Igp o Dop? Se il marchio Igp (Identità geografica protetta) permette l’approvvigionamento della carne da fuori regione e dall’estero, la Dop (Denominazione di origine protetta) prevede invece che i capi bestiame siano allevati in Abruzzo.

“Questo è il momento della responsabilità, del dialogo tra i fautori dei due progetti, bisogna scendere dagli spalti di curva sud e nord, dialogare e arrivare immediatamente alla sintesi, prima che sia troppo tardi, prima che il prodotto venga utilizzato da qualche colosso”.

Esordisce così Fabio Spinosa Pingue, vice presidente di Confagricoltura L’Aquila e rappresentante delle aziende del gruppo Pingue che operano nel mondo dell’allevamento, della trasformazione e della distribuzione organizzata.





“Partendo subito con l’Igp – specifica Pingue – e affiancandolo con un’importante progettualità e premialità a favore degli allevamenti ovini, del miglioramento della genetica, ci consentirà di avere da subito il riconoscimento, proteggere la denominazione ‘Arrosticino d’Abruzzo’. I due raggruppamenti, l’uno per l’Igp e l’altro per la Dop, che sia chiaro, vogliono la stessa cosa: tutelare e valorizzare l’arrosticino d’Abruzzo, ma da due angolazioni diverse. La Dop, che richiede l’utilizzo di carne esclusivamente regionale, a mio parere è la direzione a cui a lungo termine dovremmo tendere, ma ha purtroppo l’handicap che non c’è materia prima regionale per soddisfare nemmeno la ventesima parte del portentoso lavoro di produzione di arrosticini che viene fatto oggi in Abruzzo”.

Da due anni e mezzo al Ministero c’è una fase istruttoria avanzata per l’Igp, che lascia scontenti anche molti pastori, che, seppur consapevoli della materiale impossibilità di soddisfare certi numeri, sono convinti sostenitori della vocazione abruzzese alla pastorizia. “Mentre i capi allevati in Abruzzo sono 160mila, quelli necessari a soddisfare la domanda per produrre arrosticini sono 900mila”, aveva già spiegato infatti ad Abruzzoweb, con una punta di amarezza, Nunzio Marcelli, economista, pastore con 1800 capi tra pecore e capre al pascolo, titolare del bio-agriturismo “La porta dei Parchi” ad Anversa (L’Aquila).

Un prodotto che, in definitiva, di abruzzese già oggi mantiene soltanto l’origine geografica ed il territorio in cui avviene la trasformazione. E il marchio Igp non cambierebbe le carte in tavola, anzi, andrebbe a coronare l’attuale situazione, suggellando l’identità e la reputazione del prodotto “abruzzese”, ma non la sostanza.





“Si potranno dirottare poi le risorse economiche che il mondo della produzione con generosità metterà a disposizione per crescere di qualità, di dimensioni di professionalità, di managerialità le aziende zootecniche – perché il pastore come l’abbiamo conosciuto tradizionalmente è sempre più introvabile e soprattutto far lievitare esponenzialmente il numero delle pecore da carne”.

Pingue esprime così i termini di un patto a cui sembrano essere giunti allevatori e produttori, nel corso dell’incontro che si è tenuto a Bosco Plaja a Introdacqua (L’Aquila) lo scorso fine settimana, nell’ambito della manifestazione “La pascolata”, in cui le due “fazioni” – Dop abbracciata da Coldiretti, e Igp capeggiata principalmente dal padrone di casa di Bosco Plaja, Pingue – hanno gettato le basi per un accordo sotto il vessillo dell’Igp.

“Le 2 posizioni sono più vicine di quello che si possa pensare – conclude Pingue – quindi dobbiamo semplicemente incontrarci ed abbandonare rigide posizioni precostituite. C’è bisogno della responsabilità della classe dirigente per non farci scippare valore aggiunto regionale. Diversamente perderà l’intero Abruzzo non una delle due coalizioni”.

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