ASL L’AQUILA: CONFUSIONE E ALTRI DEBITI, SENTENZA PRO CLINICHE, I DUBBI DEGLI ISPETTORI

29 Maggio 2024 06:41

Regione - Sanità

L’AQUILA – Nella Asl provinciale dell’Aquila, già indebitata nel 2023 per oltre 46 milioni di euro, ha rappresentato un vero e proprio shock la sentenza del gup Daria Lombardi del Tribunale di Avezzano, che ha dichiarato il non luogo a procedere per gli 11 imputati tra amministratori e dirigenti medici delle cliniche Ini di Canistro, Villa Letizia dell’Aquila, e di Lorenzo di Avezzano, accusati da pm Maurizio Maria Cerrato di truffa in concorso al falso, per aver chiesto rimborsi ritenuti non dovuti relativi ad interventi di artrodesi vertebrale, rispetto a soluzioni meno impattanti ed economiche.

Questo significa infatti che a rigor di logica ora la Asl dovrà pagare  circa 2,6 milioni di euro fino a questo momento congelati.

Una pioggia sul bagnato, visto che la Asl,  guidata dal dg Ferdinando Romano, è già super indebitata, e rischia di dover scucire a favore dei privati anche i ristori covid per 6-7 milioni di euro, se il Consiglio di Stato gli darà torto, e poi ci sono i 20 milioni della delibera di fine 2023, per ridurre la mobilità passiva con l’apporto dei privati, congelati anch’essi fino a quando non si chiarirà definitivamente la vicenda della presunta incompatibilità dell’assessore al Bilancio Mario Quaglieri, che è stato ed è ancora medico chirurgo presso cliniche private.

In questo difficile scenario, la Asl non ha ancora studiato le mosse da compiere per quanto riguarda la vicenda dei rimborsi dell’artrodesi vertebrale, dopo la causa intentata dalla Regione Abruzzo, e con la Asl costituita parte civile, rappresentata dall’avvocato del Foro di Roma Gianmarco Miele.

Tenuto conto che la Asl era certa di una sentenza a favore, vista la mole di materiale raccolto dalla sua squadra del Nucleo operativo di controllo (Noc), che attesterebbero la inappropriatezza degli interventi. Ma c’è anche chi afferma che a maggior ragione qualcosa si è sbagliato nella strategia processuale.





Il pm Maurizio Maria Cerrato potrebbe fare ricorso alla sentenza del gup, confermando con elementi nuovi le accuse e la conseguente necessità di andare a processo. Se però il ricorso dovesse fallire,  la Asl potrebbe arrendersi e pagare i 2,6 milioni, in una situazione finanziaria già critica, essendo la Asl più indebitata delle quattro abruzzesi, tanto che la maggioranza di centrodestra dei riconfermati presiedente Marco Marsilio e dell’assessore alla Salute, Nicoletta Verì, hanno dovuto approvare un doloroso piano di risanamento da 65,8 milioni di euro, pari alla la metà del buco da oltre 122 milioni del 2023, mentre l’altra metà è stata coperta con economie, riserve e altre misure già adottate.

Oppure la Asl, pur di non scucire i denari, potrebbe temporeggiare, e affrontare le cliniche private in sede civile, quando saranno costrette a ì passare per le vie legali.

Scelte non facili, affidate in primis all’ufficio Amministrazione, controllo e monitoraggio strutture private accreditate, presiedute dal dirigente e avvocato Dino Piccari. Lo stesso Piccari che, non tenendo conto di lettere e solleciti anche da parte dei vertici amministrativi regionali, si era opposto con tutte le forze ad erogare i rimborsi alle cliniche private della provincia dell’Aquila, per la sospensione delle attività dal 9 marzo al 20 giugno 2020, periodo più drammatico della pandemia. Una scelta adottata dalla sola Asl provinciale aquilana. Il Tar a cui ha si sono rivolte le cliniche ha dato ragione alla Asl, e si attende ora l’esito del ricorso al Consiglio di Stato della clinica Villa Letizia, che da sola vanta 1,5 milioni di euro.

Tornando dunque alla sentenza di non luogo a procedere del gup: da quanto si apprende, più di una legittima perplessità è emersa, alla lettura delle carte, in particolare in seno al Nucleo operativo di controllo, costituito dai medici della Asl, e questo in base alle risultanze delle loro verifiche delle cartelle cliniche dei pazienti operati nelle cliniche private.

In particolare le perizie a firma anche del neurochirurgo Francesco Abbate, viene assicurato, avrebbero riscontrato più una potenziale irregolarità, meritevoli di accertamento in fase processuale, mentre il gup nella sentenza ha scritto che il perito Abbate non ha riscontrato “irregolarità in merito alle qualificazioni degli interventi chirurgici come interventi di artrodesi”, smentendo così il pm, che ipotizzava false attestazioni, proprio in  base a quelle perizie, ad esempio facendo risultare proprio gli interventi di artrodesi vertebrale, al posto di operazioni chirurgiche di natura diversa e meno complesse e quindi che avrebbero avuto un rimborso dalla Regione inferiore rispetto a quello effettivamente richiesto. Per la cronaca, l’artodesi viene remunerata anche oltre 20.000 euro, mentre l’intervento base di ernia del disco appena 3mila euro.

Un conflitto non nuovo, quello sulla appropriatezza degli interventi alla schiena, del resto, come dimostra anche la sentenza del Tar del luglio 2o21, che ha respinto il ricorso della casa di cura San Lorenzo, che contestava  “l’eccesso di potere in tutte le sue figure sintomatiche e in particolare per difetto d’istruttoria, difetto dei presupposti, illogicità e irrazionalità manifesta, travisamento dei fatti”, da parti degli ispettori della Asl, che avevano contestato l’appropriatezza di prestazioni effettuate proprio  di chirurgia della schiena  nel quarto trimestre 2019, anche alla luce di carenze documentali nelle cartelle cliniche.





Potrebbe essere infine messo anche in discussione, assicurano fonti interne alla Asl, un altro passaggio nelle conclusioni del gup, lì dove si afferma che “all’epoca di compilazione delle cartelle di dimissione non vi era neppure una definizione, chiara, uniforme e pacifica dell’intervento di artrodesi vertebrale, posto che la circolare interna tra la Asl e la Regione Abruzzo veniva emanata solo nel giugno 2019 e non diffusa tra le cliniche private”.

Il riferimento del gup è alla circolare del Dipartimento per la salute del welfare del 19 giugno del 2019, a firma dell’allora direttore Angelo Muraglia, in cui si stabiliscono i criteri per il controllo delle cartelle cliniche per interventi della chirurgia della schiena nelle case di cura private.
Questo fornendo definizioni tecniche specifiche su che cosa sono l’artrodesi vertebrale e la stabilizzazione vertebrale, e stabilendo che l’utilizzo di dispositivi deve essere documentato all’interno della cartella clinica attraverso una chiara i identificabilità del prodotto, che la documentazione clinica del ricovero deve essere completa ed esaustiva con speciale riguardo alla regolare acquisizione del consenso informato, e per accertare l’appropriatezza degli interventi si raccomanda alla direzione aziendali delle ASL di dare massimo supporto al Nucleo operativo di controllo garantendo l’affiancamento di uno specialista neurochirurgo.

Ma c’è chi obietta che condivisione o meno con le cliniche private di questi criteri contenuti nella circolare interna, la questione dell’appropriatezza o meno degli interventi alla schiena era già di dominio pubblico, in tutta Italia, con inchieste giudiziarie e anche giornalistiche, come quella di Milena Gabanelli nel 2016 per il Corriere della Sera, che puntava il dito dell’anomalo boom di interventi di artodesi,  quasi 30.000 nel 2016, e in buona parte concentrati nelle cliniche private, con inspiegabili differenze tra una regione e l’atra, e con la tesi secondo la quale, si preferiva a prescindere l’artrodesi solo perché remunerata dal servizio sanitario regionale già ai tempi 19mila euro, rispetto  a cifre di gran lunga inferiori garantite da altri interventi meno invasivi e meno complessi.

E venivano citate le parole di Federico De Iure, alla guida della Chirurgia vertebrale dell’ospedale Maggiore di Bologna: “L’impennata di interventi di artrodesi nelle strutture private convenzionate è un dato di fatto. La maggior parte dei pazienti che io visito non necessitano dell’intervento. Così spiego loro che il dolore non è destinato a passare del tutto con l’operazione, ma semplicemente a diminuire un po’ in quel tratto lombare e che potrebbe ripresentarsi in altre parti del rachide. Ma non tutti cercano di dissuadere i pazienti dall’operarsi: non bisogna dimenticare che il rimborso che la struttura riceve per l’artrodesi è appetibile e il chirurgo che lavora negli ospedali privati accreditati solitamente prende anche una percentuale che va dall’8 al 14% sull’intervento”.

La situazione tra cliniche private aquilane e Regione ricordiamo infine è già molto tesa, per la citata vicenda dei ristori covid negati, e poi per la delibera di fine dicembre da 20 milioni per interventi volti a ridurre la mobilità passiva affidati alle cliniche private,  per la quale gli uffici della giunta hanno intimato alla Asl dell’Aquila in autotutela di non erogare fondi alle cliniche private del territorio, finché non sarà fatta definitivamente chiarezza sulla presunta incompatibilità dell’assessore al Bilancio Quaglieri, che è stato ed è ancora medico chirurgo presso cliniche private, attualmente alla Di Lorenzo di Avezzano. L’Anac ha stabilito che non sussiste incompatibilità, ma c’è anche una indagine in corso della magistratura.

 

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