“BASTA NOMINE POLITICHE NELLE ASL ABRUZZESI”, DI IANNI, “SITUAZIONE GRAVE, SERVE VERA MANAGERIALITÀ”

DURO ATTO D'ACCUSA MEDICO ORTOPEDICO CLINICA PIERANGELI DI CHIETI: "CRESCE NUMERO CITTADINI CHE VANNO CURARSI FUORI REGIONE, DRAMMATICA SITUAZIONE NEI PRONTO SOCCORSO. ECCO LE CONSEGUENZA DI PREMIARE L'APPARTENENZA E LA FEDELTÀ PARTITICA, A PRESCINDERE DALLA COMPETENZA"

25 Maggio 2022 07:43

Regione: Abruzzo

PESCARA – “I tanti problemi della sanità abruzzese, a cominciare dall’alto livello di mobilità passiva, ovvero gli abruzzesi che vanno a curarsi in altre regioni, sono anche la conseguenza della politicizzazione della sanità, del premiare l’appartenenza e la fedeltà partitica di direttori generali e vertici sanitari a discapito della competenza e della managerialità”.

Non le manda a dire, intervistato da Abruzzoweb, Giovanni Di Ianni, specialista in ortopedia e traumatologia, da anni impegnato nello studio della chirurgia protesica degli arti inferiori e superiori, in servizio presso la clinica privata Pierangeli di Pescara. Un intervento senz’altro autorevole il suo, che arriva in una fase  in cui alta è la tensione proprio materia sanitaria. A L’Aquila hanno lanciato bordate contro il dg della Asl provinciale Ferdinando Romano, in quota Lega, il centrosinistra capeggiato dalla candidata sindaco Stefania Pezzopane, arrivando a definire  il San Salvatore, un ospedale da campo, con il dg che ha risposto per le rime. Scontro al vetriolo anche in Regione Abruzzo, tra le opposizioni di centrosinistra da un parte e il presidente della Regione, Marco Marsilio, di Fdi, e l’assessore alla Salute Nicoletta Verì, della Lega, dall’altra, sulla reale consistenza  della sanità abruzzese, sullo stato di attuazione della nuova rete ospedaliera, sui livelli e qualità delle prestazioni.

L’ex assessore alla Sanità ora capogruppo Pd Silvio Paolucci, ha sottolineato in particolare quanto il tavolo ministeriale ha scritto nel verbale di dicembre, proprio sulla mobilità passiva, che ammonta “al 73,9 per cento, mentre per quanto riguarda il costo economico delle migrazioni sanitarie fuori regione, il saldo tra la mobilità attiva e passiva per la prima volta si attesta a -100,839 milioni di euro nel IV trimestre del 2020. Una situazione lasciata crescere e su cui il Tavolo invita la Regione ad approfondire e provvedere al recupero di pazienti”.

Il je t’accuse di Di Ianni, non sembra essere rivolte solo a questa amministrazione regionale, ma anche a quelle che l’hanno preceduta, e per le quali è ritenuto da sempre del tutto normale decidere in base alla vicinanza politica la nomina di questo o quel direttore generale, e a caduta le altre posizioni di vertice delle Asl, dai direttori sanitari e amministrativi per arrivare ai primari. Un modus operandi che per Di Ianni, invece normale non lo è affatto: “la politica non dovrebbe entrare nella sanità se non nel controllo, nella verifica improntata all’equilibrio e alla razionalità dell’operato di una governance che dovrebbe godere di vera autonomia. Escludendo qualsiasi tipo di interesse e ingerenza. A cominciare dalla nomina dei direttori generali, non solo scelti dalla politica ma anche ad essa subordinati. Lo stesso avviene per le altre figure di vertice, ed è grave che i primari vengano scelti anche loro  con criteri politici, una tara non solo abruzzese ma in tutta Italia. L’attribuzione di incarichi la scelta dei professionisti deve avvenire con logiche manageriali, in base ad obiettivi e risultati, con un’adeguata remunerazione”.

Un sistema “partitocratico”, che però osserva Di Nanni, non sta oggettivamente dando buona prova di sè: “basta andare in un pronto soccorso, se si ha la sventura di farsi male, per toccare con mano la grandissima difficoltà e la disorganizzazione. E la colpa non è certo dei colleghi medici e degli infermieri,  è un problema di sistema”.

Non deve dunque stupire che “in quattro anni si è passati dal 20% ad oltre il 70% di mobilità passiva, con grandi disagi per i nostri cittadini. Avviene anche nell’ortopedia, mio ambito professionale: se una persona ha la sfortuna di rompersi un femore, viene  trasferito da questo a quell’ospedale, e viene operato dopo 8-10 giorni quando le linee guida parlano di massimo 48 ore, come avviene anche nella clinica in cui lavoro. Nel reparto di ortopedia di Vasto, per fare un esempio, sono rimasti solo due colleghi, e non possono certo fare miracoli”.

Chiude il ragionamento Di Ianni: “le dirigenze mediche davanti a questi drammatici problemi non alzano la voce, forse per non infastidire il politico di turno a cui devono riconoscenza”.

 

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