BENI CONFISCATI ALLE MAFIE: 112 RIASSEGNATI IN ABRUZZO, 232 “SOSPESI” IN ATTESA SENTENZE

LA FOTOGRAFIA DEL RAPPORTO LIBERA A 25 ANNI DA LEGGE CHE CONSENTE DESTINAZIONE A FINI SOCIALI IMMOBILI SOTTRATTI A CRIMINALITA' ORGANIZZATA. IN REGIONE SPICCA PESCARA CON 30 PROPRIETA', SEGUITA A DISTANZA DA CANZANO E MONTESILVANO CON 7

di Filippo Tronca

5 Settembre 2021 08:45

Regione - Cronaca

L’AQUILA – “Basta essere incriminati per il 416-bis e automaticamente scatta il sequestro dei beni. Cosa più brutta della confisca dei beni non c’è…”

Così diceva il boss siculo-americano Francesco Inzerillo in una conversazione telefonica intercettata nell’ambito dell’operazione “Old Bridge1” che, nel febbraio del 2008 , smantellò definitivamente gli affari della famiglia mafiosa.

La conferma  che per la criminalità organizzata la peggiore iattura è quella della confisca dei beni mobili e immobili, frutto dei loro misfatti.

Accade anche in Abruzzo dove sono attualmente 112 i beni confiscati e riutilizzati e a primeggiare è la provincia di Pescara con 42 beni, seguita dalle province di Teramo, 32, Chieti, 20, e L’Aquila 18. Ma si aggiungono ad essi anche 232 beni sospesi, non ancora assegnati, in attesa che l’iter giudiziario arrivi a conclusione.

Numeri che confermano che anche in Abruzzo le mafie sono presenti, investono e riciclano il loro denaro sporco, pur mantenendo un basso profilo. Sono numeri che attestano che la risposta delle Procure e delle forze dell’ordine è forte e incisiva.

La fotografia è fornita dal dossier di Libera “Fattiperbene”, resa pubblica a 25 anni dall’approvazione della legge 109 del 1996, sostenuta da una petizione popolare, che ha  consentito di restituire alla collettività centinaia di beni immobili confiscati alla criminalità organizzata, per un riutilizzo sociale.

Dal rapporto emerge che sono più 36.600 beni immobili  confiscati alla criminalità organizzata, dal 1982 ad oggi, il 48% sono stati destinati a finalità istituzionali e sociali, ma ben 5 beni su 10 rimangono ancora da destinare.

Sono invece 4384 le aziende confiscate di queste il 34% è stata già destinata alla vendita o alla liquidazione, all’affitto o alla gestione da parte di cooperative formate dai lavoratori delle stesse; il 66% è in questo momento ancora in gestione presso l’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione di beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (Anbsc).





Occorre  fare una importante distinzione tra “beni in gestione” e “beni destinati”.

I beni in gestione sono beni sottoposti a confisca anche non definitiva, quindi ancora in attesa di giudizio a seguito di impugnazione o ricorso. Dalla confisca di secondo grado, i beni passano nella gestione diretta dell’ Anbsc. Fino a quel momento, sono gestiti da un amministratore giudiziario nominato dal Tribunale.

I “beni destinati” sono quelli confiscati  al termine dell’iter legislativo e finalmente trasferiti alle amministrazioni dello Stato, per finalità istituzionali o usi governativi, o ai Comuni (o alle Regioni o alle Province), per scopi sociali. La destinazione non implica necessariamente l’avvenuto riutilizzo sociale.

In Abruzzo come detto sono 112 i beni destinati, ma si aggiungono anche 232 “beni in gestione”, ancora “sospesi”.

Il record spetta alla Sicilia, con 6.906 beni in gestione e 6.497 beni destinati, seguita da Calabria (2.908-1.878), Campania (2.747-3.315) e Puglia (1.535-1.094)

Spicca il dato della Lombardia, a riprova di quanto sia pervasiva la presenza delle mafie con
1.242 beni in gestione e 1.968 beni destinati.

Tra le città abruzzesi spicca Pescara, con 30 beni confiscati e affidati, seguono, ma a distanza, Canzano e  Montesilvano  con 7, Martinsicuro con 6, Lanciano, Santa Maria Imbaro, Mosciano Sant’Angelo, Città Sant’Angelo e Silvi con 4,  Frisa, Pescasseroli, San Vito Chietino, Scurcola marsicana e Tagliacozzo con 3.

Con due beni ciascuno Teramo, Castellalto, Pescocostanzo, Rivisondoli, San Giovanni teatino, Ovindoli; Tortoreto e Alba adriatica.





Chiudono l’elenco con un bene confiscato e assegnato Castel di Sangro, Pizzoferrato, Roseto degli Abruzzi, Torre de’ Passeri, Vasto, Anversa degli Abruzzi,  Avezzano, Basciano e Campli.

“Mafie e corruzione  – si legge nel rapporto – stanno approfittando sempre di più dell’emergenza sanitaria e della crisi economica e sociale, per questo chiediamo l’effettiva estensione ai “corrotti” delle norme su sequestri e confische previste per gli appartenenti alle mafie, con la loro equiparazione e l’attuazione della riforma del codice antimafia nelle sue positive innovazioni. L’assegnazione di adeguati strumenti e risorse agli uffici giudiziari competenti e all’Agenzia nazionale in tutto il procedimento di amministrazione dei beni, prevedendo il raccordo fra la fase del sequestro e della confisca fino poi alla destinazione finale del bene ed assicurando il necessario supporto agli enti locali”.

Focus a parte per le aziende: su 4.400 confiscate dal 1982 ad oggi, quelle destinate sono state quasi tutte liquidate. Ne rimangono in gestione all’Agenzia altre 2.920. Di queste però, secondo i dati risalenti a un anno fa, 1.931 aziende erano in confisca definitiva e solo 481 risultavano attive. In Abruzzo sono solo due quelle destinate, e 31 ancora in gestione.

Il rapporto censisce anche 871 soggetti diversi impegnati nella gestione di beni immobili confiscati alla criminalità organizzata, ottenuti in concessione dagli Enti Locali, in ben 17 regioni su 20.

La regione con il maggior numero di realtà sociali che gestiscono beni confiscati alle
mafie è la Sicilia con 220 soggetti gestori, segue la Calabria con 147 , la Campania on 138 , e la Lombardia con 133. In Abruzzo sono 6.

In questi 25 anni – commenta Luigi Ciotti, presidente nazionale di Libera – abbiamo assistito a un lavoro straordinario: il lavoro della magistratura e delle forze di polizia per individuare i beni frutto degli affari sporchi delle mafie, e renderne operativa la confisca; il lavoro di associazioni ed enti pubblici per restituire davvero quei beni alla gente, trasformandoli in scuole, commissariati, centri aggregativi per giovani e anziani, realtà produttive che offrono lavoro pulito e rafforzano il tessuto sociale ed economico dei territori. Un enorme lavoro corale, insomma, che dopo 25 anni ci chiede però uno scatto ulteriore di impegno, intelligenza e determinazione. La legge può essere migliorata, potenziata sia nel dispositivo che soprattutto nell’attuazione. C’è una debolezza strutturale dello Stato nei confronti delle mafie che vive di lungaggini burocratiche, disordine normativo, competenze non sempre adeguate. Non possiamo permettere che tutto questo si traduca in un messaggio pericoloso: cioè che la 109 è un bluff, uno specchietto per le allodole, nient’altro che un giocattolino per illudere gli onesti.”

Come già riferito da Abruzzoweb, resta per l’Abruzzo come per altre regioni un vulnus: aspetto determinante di questa filiera sarebbe il rendere pubblica in primis da parte dei Comuni la disponibilità e caratteristiche di questi beni. Accade invece che su 1.076  amministrazioni monitorate in Italia, il 67% non pubblicano l’elenco e informazioni sul loro sito internet. E in Abruzzo,  ben 23 su 31, non hanno assolto a questa previsione di legge.

Il dato è in ogni modo significativo per una regione che  la Direzione investigativa antimafia (Dia), nel rapporto appena illustrato al Ministero dell’Interno relativo ai primi sei mesi del 2020, quelli segnati dalla pandemia e dal prolungato lockdown, lungi dall’essere un’isola felice, resta un “un apprezzabile territorio di approdo” per i clan della camorra napoletana, come quelli dei  Contini, Amato-Pagano, Moccia e Mallardo, e per la mafia pugliese, con le batterie Moretti-Pellegrino-Lanza, Piccirella-Testa, ed anche per la Società foggiana.

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