BIGLIETTI JUVENTUS: ARCHIVIATA POSIZIONE MORETTI, AQUILANO ‘ESTRANEO A DISEGNI CRIMINALI ULTRAS’

24 Gennaio 2021 09:52

L’AQUILA – “Nessuna prova dell’associazione a delinquere”, ma semplici contatti con il gruppo ultras Drughi “per il reperimento dei biglietti per assistere alle partite della Juventus”, senza “attivo e consapevole apporto alla compagine associativa le relative strategie criminose”.

Con queste motivazioni il pubblico ministero Chiara Maina, della Procura di Torino, ha convinto il Gip del tribunale del capoluogo piemontese Rosanna Croce, ad archiviare la posizione del 23 enne aquilano Leonardo Moretti, coinvolto nella clamorosa inchiesta denominata Last Banner, deflagrata a settembre 2019 e che ha portato ad una quarantina di avvisi di garanzia a carico di capi ultrà ed esponenti del tifo organizzato della Juventus. La tesi del pm è stata completamente recepita dal Gip che si è limitata ad emettere il provvedimento di archiviazione.

Il giovane aquilano, tifosissimo della squadra vincitrice degli ultimi nove scudetti ed ex presidente dello Juventus club dell’Aquila, è stato accusato, insieme agli altri indagati, a vario titolo di una “strategia criminale” ed “estorsiva”, scattata dopo che la società aveva deciso di interrompere una serie di privilegi concessi ai gruppi ultrà e con l’obiettivo di continuare in particolare ad ottenere congrui stock di biglietti gratuiti, brandendo la minaccia di intonare in curva cori razzisti facendo rischiare così alla società pesanti sanzioni disciplinari.

Il processo, nel quale il club juventino si è costituto parte civile, è stato innescato dalle denunce della stessa società torinese: dopo vari rinvii, il dibattimento è cominciato il 15 gennaio, a carico di 12 persone tra cui spiccano Umberto Toia, capo del gruppo Tradizione, e Dino Mocciola, numero uno dei Drughi. Sono usciti di scena patteggiando due anni Cristian Fasoli di Nucleo 1985 e Fabio Trinchero dei Viking.

Gli avvocati del foro dell’Aquila Cristiano Carbonara e Giulio Lazzaro in sede di indagini preliminari, sono però riusciti a dimostrare l’assoluta estraneità ai fatti del loro giovane assistito.

Nonostante sia stato giudicato innocente, Moretti una “pena” l’ha già scontata: a novembre del 2019, su decisione del questore di Torino, è stato raggiunto, al pari di tutti gli altri inquisiti, da Daspo della durata di cinque anni, ovvero dal divieto di accedere alle manifestazioni sportive. Provvedimento di cui ora si attende la revoca.




Contattato da Abruzzoweb, l’avvocato Lazzaro commenta anche con considerazioni amare: “È triste rilevare, ancora una volta, come la Pubblica Accusa, potendo fare altrimenti, al fine di racimolare eventuali elementi di prova nei confronti di taluno comprometta seriamente, quando non distrugga, la vita di talaltro; non solo e non tanto perché la presunzione di innocenza è stata sostituita dalla presunzione social-mass mediale di colpevolezza, ma per il modo in cui incidono i risvolti pratici dei provvedimenti emessi a corredo dell’avviso di garanzia, nel caso di Moretti il Daspo, appunto, sulla vita sociale del cittadino”.

Scrive il pm il 7 settembre nella richiesta di archiviazione, in riferimento a Moretti: “In relazione all’ipotizzato reato di cui all’articolo 416 del Codice penale ( ndr: associazione a delinquere), gli elementi evidenziati nell’annotazione della Digos del 17 maggio 2019 che poteva suggerire un coinvolgimento nella associazione criminosa insita ai Drughi, non hanno trovato sviluppo pienamente convincente nell’attività captativa svolta successivamente e nell’esito delle perquisizioni operate”.

Moretti infatti, evidenzia ancora il pm, cooperava con un esponente del gruppo ultrà dei Drughi, inquisito seppure in un ruolo secondario, “per il reperimento dei biglietti per le partite”, ma “non c’è prova di un suo fattivo e consapevole apporto alla compagine associativa le relative strategie criminose”.

Nella prima udienza del processo, ha testimoniato un funzionario della Digos che ha evidenziato, come riferisce il Corriere della Sera, “l’interesse dei gruppi ultrà verso il controllo della vendita dei biglietti, che procura enormi benefici economici”, e ha parlato di una “strategia di pressione verso la società che si manifesta, per esempio, con la minaccia di intonare slogan discriminatori durante le partite, capaci di portare a sanzioni e alla chiusura della curva”.

“I capi – ha spiegato il funzionario – sono in grado di mobilitare, grazie al loro carisma, centinaia di persone. Nel 2018, dopo una sconfitta interna con il Napoli, il gruppo Tradizione non apprezzò il gesto dei bianconeri di scambiarsi le magliette con gli avversari. Tre giorni dopo si presentarono in 150 al campo di allenamento di Vinovo pretendendo di parlare con i giocatori: la società fu costretta a fare uscire Chiellini e Buffon; altri, prima di potersi allontanare, dovettero scendere dall’auto”.

Dalle carte dell’inchiesta Last Banner è emerso anche il piano degli ultrà contro gli altri tifosi bianconeri rivali del primo anello, che dovevano essere puniti per non avere aderito allo sciopero del tifo contro la società. (f.t.)

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