BLITZ TETTO STIPENDIO DIRIGENTI PUBBLICI: D’ALFONSO, “NON CE NE ERAVAMO ACCORTI”, PEROSINO, “FALSO”

15 Settembre 2022 12:42

Regione - Cronaca, Politica

PESCARA – Blitz fallito  per l’eliminazione del tetto dei 240 mila euro per i vertici delle forze armate, della polizia e dei ministeri, compreso Palazzo Chigi:  con un emendamento soppressivo Mario Draghi ha rispedito al mittente la deroga “infilata” nel decreto Aiuti bis, con un emendamento, già approvato dalla commissione Bilancio della Camera, per abrogare a Montecitorio quel che il Senato aveva deciso appena ventiquattr’ore prima.

La polemica però ancora rinfocola, e la prima “manina” indiziata è quella degli alti papaveri della burocrazia statale, che avrebbero confezionato l’emendamento, chi ne è stato l’autore, almeno in una versione iniziale, il senatore Marco Perosino di Forza Italia, ma anche il presidente della Commissione Finanze e Tesoro del Senato, Luciano D’Alfonso, ex presidente della Regione Abruzzo e candidato alle elezioni del 25 settembre, che in commissione ha passato al vaglio l’emendamento. D’Alfonso nega ogni responsabilità, ma Perosino l’accusa senza mezzi termini. Gli alti papaveri tacciono e si mordono le mani per il blitz che per poco non è riuscito.

A tirare in ballo D’Alfonso, il Corriere della sera, con l’accusa di aver mandato in aula l’emendamento così com’era, passato al vaglio della commissione da lui presieduta. Incalzato dalla giornalista Virginia Piccolillo, D’Alfonso si è però così giustificato: “L’unico che poteva eccepire qualcosa era l’autore, Marco Perosino, ma non lo ha fatto”, assicurando che dei contenuti dell’emendamento non se ne erano accorti “né io né Daniele Pesco che presiede la commissione Bilancio al Senato. Perché quando è arrivato dal governo non era più possibile fare alcun tipo di modifica. Non c’era più tempo poiché ogni cambiamento deve essere validato dal governo. Questa poi era una riconferma. Il Parlamento verifica quando ci sono cambiamenti della parte originaria, ma qui c’era solo un allargamento della platea”.

La giornalista ha però ricordato che il senatore Perosino “dice che lo aveva ritirato”, ma D’Alfonso ha risposto: “per ritirarlo serve un atto formale, che non ha fatto”. E ha poi spiegato che “quando queste navicelle viaggiano sollecitano appetiti. La regia per l’istruttoria di verifica ce l’ha il Mef, ma quando si apre l’istruttoria di verifica di compatibilità economica ad altre amministrazione questi provvedimenti si cominciano a gonfiare”.

Infine alla domanda, “era il caso che passasse questa norma in un provvedimento nato per aiutare chi non ce la fa a sostenere i rincari delle bollette?”, D’Alfonso ha risposto: “L’innalzamento del tetto è facoltativo e rimanda a un decreto. So che questo provvedimento doveva vedere la luce già a dicembre con una norma che riguardava l’indicizzazione Istat per superare l’inflazione. Ma va sempre fatta attenzione al momento. Anche per un provvedimento come questo che rende libero chi non deve essere sottoposto a nessuna pressione”.

Il senatore Perosino intervistato dalla Stampa fornisce però un’altra versione dei fatti.

“Io non c’entro nulla. Sono turbato e arrabbiato, e pronto a dire la verità: è stato D’Alfonso a darmi l’emendamento, mi ha chiesto di sottoscriverlo, perché lui era relatore, l’ho fatto per gentilezza non l’avrei presentato se lui non  mi avesse tirato dentro”, si accalora il senatore.

E definisce la ricostruzione di D’Alfonso “cretina oltre che scorretta”: “Il primo settembre fu firmato il mio emendamento, che prevedeva l’equiparazione al trattamento dei vertici di forza di polizia ai vertici dei Carabinieri e della Guardia di finanza e riguardava il massimo cinque persone. Poi il governo ha detto che gli emendamenti erano troppi allora li abbiamo ritirati praticamente tutti, compreso il mio  e il 12 settembre alle 15 compare il documento con quelli rimasti in vita, riscritti dal governo  e il mio non c’era, l’avevo ritirato verbalmente”.

Poi il colpo di scena: “nel documento che arriva in aula spunta un emendamento dello stesso numero del mio, ma con tutto un altro contenuto, inoltre non c’era la mia firma, ma un generico ‘le commissioni riunite’. Dove sta il mio nome?”.

A scriverlo insomma, “la manina dei funzionari statali lo volevano fare hanno preso l’occasione sperando che non se ne accorgesse nessuno”.

Ma poi incalza, “tutto il Pd sapeva ed era d’accordo loro oramai rappresentano la burocrazia italiana”.

Scrive Carlo Di Foggia su Il Fatto quotidiano: “Come si intuisce dall’elenco, il mandante del blitz è chiaro: i papaveri ministeriali – con il Tesoro a fare da palo – hanno visto nel braccio di ferro tra governo e partiti sul dl Aiuti l’occasione giusta. La possibilità è stata fornita da un emendamento depositato dal senatore Marco Perosino di Forza Italia. Il testo originario prevedeva la deroga al tetto sugli stipendi solo per le forze di polizia, carabinieri e amministrazione penitenziaria. Poi però è successo qualcosa”.

La norma, che ha scatenato indignazione nell’opinione pubblica, è stata giudicata “inopportuna” anche dal Quirinale. Nel corso di uno dei frequenti contatti che intercorrono tra Sergio Mattarella e il premier infatti, il primo ha tenuto a manifestare il proprio disappunto per quella che rischiava di suonare come una beffa per i milioni di italiani che stanno faticando per la crisi energetica.

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