CINECRITICA: BOYHOOD, LA VITA NORMALE CHE INCOLLA ALLO SCHERMO

Autore dell'articolo: Luca Fabbri

26 Ottobre 2014 18:12

L’AQUILA – Boyhood prende allo stomaco come le relazioni che si portano dentro un senso di mistero, quelle che un giorno all’improvviso finiscono e ingarbugliano la mente per mesi, come se una forza esterna avesse deciso che era l’ora di non rivedersi più, di restare in silenzio a cercare di capire gli errori, senza trovare risposte.

Sulle prime non sembra, ma Boyhood è una coltellata. Perché gioca col fuoco, maneggiando con disinvoltura, dall’inizio alla fine, l’unica risorsa che nessuno può restituire: il tempo.

Ha scritto Milan Kundera: “Il tempo umano non ruota in cerchio ma avanza veloce in linea retta. È per questo che l’uomo non può essere felice, perché la felicità è desiderio di ripetizione”.

Il lavoro del regista Richard Linklater mette in scena il principio: come un rullo schiacciasassi procede senza paura, non guarda mai indietro, fa trionfare l’ordinario, la quotidianità senza eroismi né clamori che, proprio per questa ragione, interessa chiunque.

Il ragazzino protagonista Mason (Ellar Coltrane), la sua famiglia e i conoscenti, cambiano, crescono, ridono, lavorano, scopano, capiscono, non capiscono, fanno amicizie, piangono, traslocano, sbagliano, odiano, scattano fotografie, scherzano, bevono, soffrono, sbagliano ancora, si separano per sempre, vanno al college, si innamorano, e soprattutto invecchiano. Insomma, vivono.

Dice: tutto questo si è già visto, tanto vale passare un’altra serata a farsi selfie o a pubblicare foto di animali su Facebook. E invece no, perché l’idea di fondo di Boyhood è un colpo di genio, quasi da trattamento sanitario obbligatorio: quella che appare sullo schermo è davvero l’infanzia e l’adolescenza dell’attore Coltrane, che interpreta se stesso dal GameBoy al primo giorno di università.






Nessuno aveva mai girato riprese per una trentina di giorni in un set lungo 12 anni, con gli stessi attori e le stesse persone, i cui volti finiscono per essere segnati per sempre, nella realtà così come nella finzione del film, dalla vita che passa.

Nel frattempo il mondo va avanti con loro, il sangue scorre in Iraq, Obama stravince, Apple, Google e Facebook sconvolgono l’esistenza di milioni di persone, la recessione economica affossa sogni e speranze, avere una casa diventa un lusso.

Linklater è fuoriclasse nel mantenere l’interesse verso una storia che, a bocce ferme, ha più bassi che alti, visto che non c’è spazio, grazie al cielo, per forzature, complotti, salvataggi del pianeta, romanticherie fini a se stesse, azioni inverosimili e soprattutto buonismi.

Ma il vero miracolo del film forse è che oggi sia al cinema: chi è il folle che finanzierebbe un progetto del genere quale fosse un atto di fede, senza vedere l’ombra di un euro come tornaconto per almeno un decennio?

Voto: 9

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