“CON IL TEATRO POSSIAMO GUARDARE OLTRE”, INCONTRO CON L’ATTRICE DESY GIALUZ

di Giovanni Maria Briganti

31 Maggio 2021 08:17

ORTONA – “I primi mesi, quelli del lockdown, sono ritornata alle mie origini, in Friuli, e mi sono concessa del tempo con i miei cari. Poi sono andata oltre il metro di distanza e ho trovato uno schermo e mi sono chiesta come poter utilizzare questo strumento per creare altro e continuare ad arrivare alle persone cercando di costruire qualcosa di artistico”.

Continuando la nostra indagine all’interno del panorama culturale italiano contemporaneo seguiamo le “tracce” di Desy Gialuz, attrice e autrice friulana, diplomata presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” di Roma, dove si è formata con grandi nomi del panorama teatrale internazionale come Eimuntas Nekrosius, Nikolaj Karpov, Valerio Binasco, Gabriele Vacis, Kristine Linklater, Luca Ronconi, Lorenzo Salveti e finalista nel 2009 del Premio Nazionale delle Arti e nel 2014 del Premio Scenario Infanzia. L’occasione e’ rappresentata dal fatto che Gialuz si trova ad Ortona, per lavorare alla costruzione di uno spettacolo teatrale con il regista Antonio Tucci, del Teatro del Krak.

Prima entrare nel vivo del suo lavoro, ci racconti di questa sua esperienza in Abruzzo?

L’Abruzzo è una regione meravigliosa e mi ha accolto con uno splendido sole e molta ospitalità!  Con Antonio Tucci stiamo impostando un monologo prodotto e finanziato dal comune di Fiumicello Villa Vicentina, un paese del Friuli Venezia Giulia. Debutteremo all’interno di una programmazione estiva in agosto. Questo lavoro è figlio di dieci anni di ricerche che, insieme ad Antonio, abbiamo avuto modo di portare avanti. Nasce infatti all’interno di un progetto più ampio, “Terra di Racconti”, che in tutti questi anni ci ha permesso di intervistare più di centoundici testimoni, ponendo attenzione sulle loro vicende personali. Dal materiale raccolto ora stiamo costruendo il testo, il monologo appunto, che porteremo in scena.

Nel momento in cui c’è un racconto, c’è anche un ascolto. Da che spunto tematico muove la vostra ricerca e a chi si rivolge?

Innanzitutto il primo “ascolto” è stato il nostro. Siamo entrati in contatto con centoundici storie di vita che hanno toccato diverse epoche. Abbiamo ascoltato storie di persone che hanno vissuto la Guerra e il “Dopoguerra” e abbiamo appreso come si siano rialzate dopo questo momento di crisi. Lo scopo del nostro percorso – e quindi lo spunto tematico dello spettacolo – è quello di focalizzare l’attenzione non sul periodo critico che tanti italiani hanno vissuto ma sul come siano riusciti a reagire ad esso.

Una sorta di paragone con l’attuale momento di crisi…

Esatto. Vorremmo concentrare lo sviluppo narrativo su come gli italiani ne siano venuti fuori. Su come si siano attivati in un mondo e in una realtà molto lontani da noi – non c’era internet ma c’erano altre possibilità – ma abbiano trovato comunque una nuova e necessaria visione di vita.

Per esempio?

Inventando nuovi lavori, nuove competenze, ma soprattutto grazie alla grande collaborazione che c’è stata. Le persone si sono unite. È questo il punto centrale della vicenda: far vedere come in un momento di crisi, l’unione e la condivisione abbiano portato a una risoluzione positiva dei problemi e abbiano permesso di rialzarci in piedi e ricostruire, non pensando alle proprie singole difficoltà ma vedendo che queste furono comuni a tutti. Così questo spettacolo vuole essere un parallelismo con il periodo che stiamo vivendo adesso, mostrando quello che si può fare proprio perché lo abbiamo già fatto. L’universalità di come si possa risolvere un problema e della forza che ha l’uomo per risolverlo, unendosi, parla a ogni regione, a ogni nazione e quindi l’obiettivo è quello di trovare più persone disposte ad ascoltare questo messaggio.

Lei ha avuto una formazione accademica molto rilevante, molto strutturata, anche se altrettanto eterogenea, prima a Milano con le lezioni alla Piccola scuola di Circo, poi al Teatro Arsenale e in seguito a Roma con il diploma all’Accademia “Silvio d’Amico”. Come nasce il suo interesse per l’ambito sociale e meno “ufficiale” del Teatro?

Il mio lavoro mi ha permesso di scoprire molte località italiane e ogni volta, in ogni luogo, ho sempre cercato di fermarmi e riflettere su che cosa potesse essere utile e su quali potessero essere le necessità del luogo in cui mi trovavo. Cerco sempre di vedere dove sono, a chi mi sto rivolgendo e cosa possa servire. E poi ho fatto degli incontri, non ho scelto consapevolmente un mio “percorso”. Questi incontri mi hanno aiutato a scegliere dove stare e a vivere una forma di comunicazione, d’arte e di linguaggio, che riunisce più competenze (che è quella del Teatro), nei luoghi dove mi trovavo.

E quale “incontro”, durante la sua formazione, ha segnato un punto di svolta per lei?

Vorrei precisare che la mia formazione non è finita perché continuo a formarmi ancora, con costante curiosità. Ritengo che la formazione sia un processo dinamico. Sicuramente quando ho frequentato il corso di Jacques Lecoq a Milano, Kuniaki Ida è stato un grande punto di riferimento per me perché mi ha trasmesso il saper “guardare oltre” ed essere sempre in osservazione per entrare in relazione con il contesto nel quale mi trovavo e mi ha tramesso il concetto di “disciplina” come “grande allenamento”, fondamentale in Teatro. Con lui ho scoperto che il termine “disciplina” non è un qualcosa volto a limitarci ma è qualcosa che ci permette di avere dei binari sui quali poter viaggiare veloci.

E negli anni a Roma durante i corsi all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica?

Sicuramente Lorenzo Salveti che mi ha insegnato la “concretezza” nella recitazione. Lui mi ha saputo fornire gli strumenti pratici e affinati su cui lavorare, il mestiere dell’attore l’ho appreso grazie a lui. Ho avuto poi la fortuna di avere nel percorso di studi anche Luca Ronconi. Lo reputo un incontro prezioso perché era un Maestro che sapeva affrontare ogni aspetto di questo mestiere e sapeva comunicarlo. Poi stava al singolo attore/attrice avere la capacità di assorbire e ricevere gli spunti che lui forniva costantemente.

Altra tappa importante nel suo percorso artistico è stata l’Ecole des maitres, il master internazionale di alta formazione…

Lì ho avuto modo di girare l’Europa sotto la guida del collettivo belga Transquinquennal ed abbiamo costruito uno spettacolo trattando temi di politica e sociali propri di ogni Paese coinvolto (Italia, Belgio, Francia, Portogallo). Confrontandomi con le diverse realtà europee ho scoperto come una stessa notizia fosse conosciuta in maniera diversa a seconda del Paese nella quale era stata raccontata. Le informazioni che ci arrivano non sono la realtà di quanto accade. Di tutto quello che ci arriva dai mass-media dobbiamo essere sempre in grado di porci delle domande e anche in questo caso saper “guardare oltre”.

Una formazione internazionale che certifica la sua professionalità e la qualità della sua proposta artistica, ma quali difficoltà è solita incontrare – se le incontra – nel momento in cui decide di presentare delle proposte teatrali che non riguardano la classica messa in scena di testi ma che hanno come scopo quello di coinvolgere l’ambito sociale del luogo in cui ci si trova?

Trovo spesso una resistenza. Laddove si prova a proporre un lavoro teatrale che sia un laboratorio, uno spettacolo o dei corsi, quindi un dialogo – cioè un’apertura e un ascolto – non è sempre facile trovare chi sia disposto a prendersi del tempo e possa destrutturare tutte le paure e i muri che si è soliti innalzare per non ascoltare davvero. Sono cresciuta leggendo i testi e andando a Teatro e questo mi ha sempre messo nella condizione di pormi delle domande. Il mio desiderio è che questo possa accadere un po’ a tutti, dando la possibilità a tutti di vedere degli spettacoli, di partecipare a dei progetti che possano far crescere l’Uomo come individuo in una società, facendo sviluppare in lui una coscienza e una morale di cultura nel senso più ampio del termine permettendo all’Uomo cioè di crescere come individuo sociale e quindi come persona.

Si sono notati dei miglioramenti, in questo senso, alla fine dei percorsi da lei ideati?

Sì, ho trovato un riscontro nelle persone. All’inizio non è stato facile, ci sono molti cavilli burocratici in cui entrare, difese e diffidenze da superare ma con pazienza e fermezza sono riuscita a instaurare un rapporto di stima con le persone che avevo davanti e, tendendo sempre ad una certa qualità artistica, sono riuscita a conquistare la fiducia degli organi istituzionali con le proposte che presentavo.

Lei ha avuto modo di lavorare anche con i detenuti del carcere. Che tipo di lavoro ha presentato in quel contesto?

Con il progetto “Belvedere” abbiamo realizzato un lavoro per la sezione femminile del carcere di Rebibbia di Roma. Più nello specifico era un lavoro rivolto alle madri con i loro bambini fino ai tre anni. Si trattava di incontri in cui diverse compagnie e artisti portavano uno spettacolo, con un piccolo momento di incontro prima e dopo la rappresentazione. Entrando lì mi sono dovuta liberare di tutti i giudizi e i pregiudizi che potessero nascere in me e mi sono messa nei panni di chi avevo davanti.

Questa di “mettersi nei panni” è la prassi e il primo insegnamento del Teatro…

Esatto. Prima ho parlato di fiducia nel progetto che si presenta, ecco posso dire che in quell’occasione l’ho vissuta appieno. In questo luogo così doloroso grazie al Teatro è stato possibile piantare un seme benefico. C’erano tante storie di vita lì dentro e tante situazioni che facevano male perché frutto di una parte di società che non agisce nel modo giusto e che non sempre permette agli individui che ci vivono di compiere le scelte giuste. Ci si ritrova in situazioni disastrose e si risponde a queste con delle azioni altrettanto disastrose. Il Teatro per sua natura può aiutare in questi contesti. Dopo diversi incontri e spettacoli abbiamo visto alcune madri, che prima vedevano lo spettacolo separate dai loro piccoli, negli ultimi interventi che abbiamo fatto, guardavano lo spettacolo abbracciate ai loro figli. Lì, alla fine del percorso, ho vissuto in prima persona il miglioramento di ogni singolo individuo grazie al silenzioso e sotterraneo beneficio che offre il Teatro.

Lei ha avuto modo di portare il Teatro anche all’interno degli ospedali…

Ho avuto quest’occasione con l’associazione Dynamo Camp Onlus. Credo fermamente che il Teatro non sia solo un luogo dove si compri un biglietto e si rappresentino spettacoli ma sia una comunione di un pubblico con un evento “vivo”. Comunione qui intesa come armonia che si crea tra due o più persone e quindi non è fissata in un luogo fisico e definito ma è qualcosa che si crea durante un incontro e l’incontro può avvenire ovunque. Il Teatro deve andare dappertutto e vedere come questo (insieme all’Arte e alla Musica, negli ospedali come nelle carceri) fornisca occasioni di evasione e serenità a persone che sono solite trascorrere momenti di dolore conferma questa mia convinzione. Il Teatro non può essere relegato a una dinamica tra palco e platea. Ci si incontra, confronta, scontra e ci si riconosce come esseri umani che hanno voglia di guardarsi, davvero.

E che tipo di lavoro realizzavate negli ospedali?

Ci sono diverse figure che si occupano di diversi ambiti artistici. Il mio era quello teatrale, ovviamente. Si proponevano attività di laboratorio in ascolto con le persone e i bambini che si avevano davanti. Non incontravamo un gruppo formato prima e questo richiedeva una duttilità e una prontezza immediate da parte nostra nel momento in cui si presentavano delle attività perché queste dovevano adattarsi per esempio sia a una bimba di tre anni, con un certo tipo di patologie, sia a un ragazzo adolescente con altre, così da poterli coinvolgere entrambi creando un ambiente sicuro, creativo e in cui tutti si sentissero a loro agio divertendosi. Il lavoro negli ospedali posso dire che sia stata una vera “palestra” professionale e soprattutto umana.

Dunque ha avuto modo di migliorare anche lei come persona. Quale insegnamento ne ha tratto?

Le persone che quotidianamente vivono e affrontano situazioni dolorose mi hanno insegnato a tirare fuori un coraggio e una schiettezza rispetto a quello che accade nella vita che non avrei mai pensato potesse esserci dentro di noi. Ho capito che le mie erano piccole e fragili paure e la vera forza era negli occhi e nella voglia di sorridere e giocare di quei bambini. Che Maestri di vita!

Il lavoro con i giovani e i bambini le ha poi fornito il coraggio che le ha permesso di realizzare il progetto “Felicino”, lavoro che è stato finalista nel 2014 del Premio Scenario Infanzia e che è stato in seguito prodotto dal CSS Teatro Stabile d’innovazione del Friuli Venezia Giulia.

Si è trattato di un lavoro partito in maniera molto artigianale grazie anche all’aiuto di alcune associazioni e centri sociali di Roma che mi hanno fornito la possibilità di avere spazi in cui provare. È un progetto partito da me con la collaborazione degli attori Giuseppe Mortelliti e Simone Martino ed è stata una grande soddisfazione perché Felicino era un lavoro rivolto a una fascia d’età che solitamente non riceve grande attenzione durante lo svolgimento di un premio. Arrivare in finale è stata una meravigliosa risposta. Abbiamo lavorato molto pensando a come un oggetto si potesse trasformare in un altro e poi un altro e poi in altro ancora, principio questo della Fantasia e del gioco del Teatro. Dalla finale del Premio Scenario è nato poi l’interesse del CSS Teatro Stabile d’innovazione del Friuli Venezia Giulia che ha creduto nel lavoro e lo ha prodotto insieme al CTA di Gorizia portandolo ad avere più di quaranta repliche nelle scuole. Lo spettacolo ha avuto un’evoluzione perché si è unito al racconto “parlato” anche la musica dal vivo, così in scena oltre a me c’era anche il musicista friulano Michele Budai.

E in quest’anno di riposo forzato?

I primi mesi, quelli del Lockdown, sono ritornata alle mie origini, in Friuli, e mi sono concessa del tempo con i miei cari. Poi sono “andata oltre” il metro di distanza e ho trovato uno “schermo” e mi sono chiesta come poter utilizzare questo strumento per creare altro e continuare ad arrivare alle persone cercando di costruire qualcosa di artistico. È nato così un laboratorio con un nome alquanto emblematico del momento i “Rassegnati”. Questo gruppo di lavoro, nato da “Rassegne del Teatro della scuola sostenute da Agita – Associazione Nazionale promozione cultura nelle scuole e nel sociale” è composto da persone con scelte e studi diversi ma che non si rassegnano e continuano fare Teatro e a ricercare nuove forme di comunicazione artistica. Questo gruppo viene sostenuto e promosso dal comune di Fiumicello Villa Vicentina che è sempre attento e sensibile alle esigenze della comunità sostenendo le attività culturali e ci permetterà, quest’estate, di mettere in scena il risultato del lavoro che avrà per tema le relazioni d’amore. Inoltre quest’anno con l’Associazione Ecopark abbiamo vinto un bando regionale ideando un progetto dal titolo I custodi del paesaggio basandoci su alcune interviste e volto al recupero di memorie in relazione all’ambiente e ai luoghi che non ci sono più. È un progetto intergenerazionale dedicato alle fasce più fragili in questo periodo pandemico: anziani e adolescenti messi in relazione al paesaggio inteso come luogo di memorie, di vite e di storie.

Altri prossimi impegni?

A luglio al Teatro India di Roma riprenderemo lo spettacolo, interrotto a causa della pandemia, Kafka e la bambola viaggiatrice con la regia di Fabrizio Pallara (Teatro delle Apparizioni) prodotto dal CSS Teatro Stabile d’innovazione del Friuli Venezia Giulia. In scena con me ci sono anche l’attore Valerio Malorni e “Elsi”, una bambola viaggiatrice ideata e costruita da Ilaria Comisso e che io manipolo. Teatro di figura e non solo grazie alle immagini video di Massimo Racozzi che accompagnano questa storia che parla di crescita e di quanto la vita sia potente e ci spinga a continuare questo viaggio.

Un augurio per il futuro “nel” e “del” settore teatrale?

Meno burocrazia. Perché ci sono tante idee che hanno bisogno di una maggiore velocità di esecuzione. Abbiamo bisogno di una burocrazia che possa proteggere e facilitare lo sviluppo di queste idee. Ora non basta più “essere ascoltati”, occorre un’azione e delle riforme che non siano vuote. Serve semplicemente “agire”.

 

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