“CONDANNATI AD ESSERE POVERI E CHIUSI IN CASA”, RABBIA DI UN DISABILE PER ABOLIZIONE ASSEGNO

A SEGUITO SENTENZA CASSAZIONE, INPS VERSO REVOCA SUSSIDIO DA 287,09 EURO AL MESE PER BENEFICIARI CHE LAVORANO. ACCORATA LETTERA AD ABRUZZOWEB DEL 33ENNE LORENZO TORTO, "LA CIVILTA' DI UN POPOLO SI MISURA NELLA CAPACITA' DI INCLUSIONE"

23 Ottobre 2021 14:08

L'Aquila: Abruzzo

CHIETI –  “Sono costretto a vivere mio malgrado  su sedia a rotelle di 33 anni ad oggi attualmente disoccupato iscritto negli elenchi degli appartenenti alle categorie protette legge  68 del 1999 . Oggi ho appreso tramite gli organi di informazione che il diritto all’assegno mensile di invalidità da ora in poi sarà riconosciuto solo a chi non lavora, nemmeno poche ore a settimana. I disabili in Italia sono condannati a restare a casa, senza lavoro e poveri”.

Così in una lettera ad Abruzzoweb, Lorenzo Torto, 33 anni, diversamente abile dalla nascita, residente a Rapino in provincia di Chieti.

Parole durissime, nelle ore in cui le associazioni delle persone con disabilità sono sul piede di guerra  contro le nuove restrizioni per poter ricevere l’assegno mensile per l’assistenza degli invalidi civili parziali, dopo che l’Inps ha annunciato che, alla luce di alcune sentenze della Cassazione, il beneficio sarà corrisposto solo in caso di “inattività lavorativa”.

Le due sentenze della Cassazione – la numero 17388 del 2018 e la numero 18926 del 2019 –  hanno dato ragione all’avvocatura dell’Inps ricorrente contro sentenze di appello di invalidi privati dell’assegno stabilendo che “il mancato svolgimento di attività lavorativa è un elemento costitutivo del diritto alla prestazione assistenziale”.

In gioco  dunque il sostegno economico, di appena 287,09 euro al mese, per chi riesce con lavoretti salutari a guadagnare qualcos’altro, non potendo certo sbarcare il lunario con meno di 300 euro al mese.

Il beneficio in discussione, se non interverrà il legislatore, è goduto da soggetti che hanno una certa percentuale di invalidità civile, dal 74% al 99%, che possono infatti ricevere un assegno di invalidità civile come prestazione economica mensile con età dai 18 ai 67 anni. L’assegno di invalidità civile costituisce una piccola erogazione mensile, non corrisponde ad un vero e proprio stipendio.

Molti invalidi civili infatti sono attivi a lavorare, su turni oppure in base a lavori di tipo occasionale.

“I disabili – prosegue Torto – se vogliono essere attivi e lavorare, devono rinunciare all’assegno di invalidità. Se invece vogliono tenersi l’assegno da 287,09 euro al mese per 13 mesi, allora non devono lavorare. Dove per lavorare si intende un lavoretto al massimo da 400 euro al mese per non superare il tetto di reddito annuale, compatibile con l’assegno di invalidità, da 4.931 euro all’anno. Un cortocircuito che rischia di lasciare ai margini migliaia di persone affette da disabilità non grave dal 74% al 99%, impedendo loro di integrarsi socialmente a meno di rinunciare al sostegno a cui hanno diritto.

“. La grave invalidità di cui si parla non può comportare il confinamento nella solitudine della inattività; e nemmeno la condanna a una povertà certa Per non parlare della rinuncia ad ogni tipo di indipendenza economica. Se l’isolamento per le esigenze sanitarie è di per sé una condizione pesante, può diventare un vero dramma se a provarlo sono persone con disabilità fisica o psichica. Penso a chi ha bisogno continuo di assistenza, a chi vive negli istituti, a chi in qualche modo dipende, per la sua esistenza quotidiana, da farmaci, macchinari o dal sostegno di altre persone. Preoccupano le difficoltà e i rischi per ottenere l’assistenza e le cure ordinarie presso i presidi medici e ospedalieri, impegnati faticosamente a fronteggiare l’emergenza Covid. Anche per eliminare queste conseguenze e per tornare a condizioni normali è necessario sconfiggere al più presto il virus, rispettando – malgrado i disagi anche gravi – le norme di comportamento contro il contagio”.

“Se l’inclusione in Italia equivale al confinamento del disabile che è costretto di fatto a non potersi costruire un futuro dignitoso lo stato si spoglia delle proprie responsabilità di tutela dei più deboli lasciando i disabili e le loro famiglie soli e abbandonati. Voglio ricordare che il livello di civiltà di un popolo e di uno Stato si misura anche dalla capacità di assicurare alle persone con disabilità inclusione, pari opportunità, diritti e partecipazione a tutte le aree della vita pubblica, sociale ed economica Noi siamo un paese senza memoria. Il che equivale a dire senza storia. L’Italia rimuove il suo passato prossimo, lo perde nell’oblio dell’etere televisivo, ne tiene solo i ricordi, i frammenti che potrebbero farle comodo per le sue contorsioni, per le sue conversioni. Ma l’Italia è un paese circolare, gattopardesco, in cui tutto cambia per restare com’è. In cui tutto scorre per non passare davvero. Se l’Italia avesse cura della sua storia, della sua memoria, si accorgerebbe che i regimi non nascono dal nulla, sono il portato di veleni antichi, imparerebbe che questo Paese è speciale nel vivere alla grande, ma con le pezze al culo, che i suoi vizi sono ciclici, si ripetono incarnati da uomini diversi con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l’etica, con l’identica allergia alla coerenza, a una tensione morale”.

“Mi vergogno personalmente che chi soffre in silenzio la propria disabilità venga trattato è umiliato in questo modo non si può consentire o barattare il diritto al lavoro con il diritto ad una vita dignitosa. In buona sostanza devi scegliere se isolarti dal mondo o lavorare (se riesci a trovare un occupazione) Tutto questo è inaccettabile. Bisogna garantire entrambe i diritti al fine di non lasciare nessuno indietro (soprattutto in questo periodo) Il disabile non è un costo ma è una risorsa di inestimabile valore per il nostro paese”, conclude Torto.

 

 

Commenti da Facebook

RIPRODUZIONE RISERVATA
    Articolo

    Ti potrebbe interessare: