‘CONTE-SHOW’: L’AQUILANO DE ANGELIS, DA PREMIER AVVITAMENTO POPULISTA E ‘COMIZIO’ SU TV DI STATO

11 Aprile 2020 12:11

ROMA – “Conte rivela un avvitamento populista, la cui novità di giornata non è né una chiarezza complessiva del disegno e tantomeno un’operazione di verità sulla crisi, ma una fase due, ancora tutta da scrivere, pensare, programmare, affidata a una task force che assomiglia un consiglio dei ministri parallelo. Una sorta di struttura del presidente”.

Così Alessandro De Angelis, vice direttore dell’Huffington post, aquilano classe 1976, opinionista e ormai firma influente nel panorama del giornalismo italiano, nel suo articolo scritto a margine della conferenza stampa di ieri sera del premier Giuseppe Conte, definito “uomo solo al comando” che nel suo discorso ha utilizzato “toni quasi da comizio sulla tv di Stato, che spoglia il ruolo di presidente del Consiglio da quell’abito di terzietà indossato ai tempi in cui, da aspirante Churchill, chiedeva collaborazione nell’ora più buia”. 

Sulla spinosa vicenda del Mes, l'aquilano sottolinea che “la linea del Governo italiano sul Mes è affidato all’Abracadabra del 'noi siamo per gli Eurobond' il che suonerebbe benissimo se l’Italia non avesse sottoscritto, all’Eurogruppo di 24 ore fa, un accordo in cui gli Eurobond non ci sono”. 

L’unico punto fermo, secondo il giornalista aquilano è “lo 'state a casa', davanti alla tv, in attesa della prossima puntata di un format diventato un modello sociale e politico. Almeno finché non si potranno riaprire le porte”.

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Alla fine dello show, più nervoso del solito, messo in onda con lo stesso format, ovvero una conferenza stampa che sequestra tutti i tg nell’ora di massimo ascolto, pressoché in contemporanea con la via Crucis, vero omaggio all’unico Dio che guida la politica di questi tempi, la Comunicazione, alla fine dello show, dicevamo, c’è un solo punto fermo: lo “state a casa”. Per un periodo ancora lungo, lunghissimo, quasi come quello che abbiamo alle spalle, altre tre settimane poi chissà.

Misura estrema, drammatica, in questa alternativa del diavolo che si è posta tra Salute e Pil, per cui per tutelare la prima si deve sacrificare il secondo, presentata dal presidente del Consiglio quasi come un atto burocratico, non come ennesimo tornante per il paese reale, con le sue emozioni, le sue aspettative, le sue paure di una Pasqua con quasi ventimila morti, senza un orizzonte di resurrezione. Va in onda una dimensione individuale separata dalla realtà, che si manifesta in una torsione, o illusione, da “uomo solo al comando” costruita sullo stato di eccezione. La indica quel dito puntato contro l’opposizione, con toni quasi da comizio sulla tv di Stato, che spoglia il ruolo di presidente del Consiglio da quell’abito di terzietà indossato ai tempi in cui, da aspirante Churchill, chiedeva collaborazione nell’ora più buia. 

Più in generale il discorso di Conte rivela un avvitamento populista, la cui novità di giornata non è né una chiarezza complessiva del disegno e tantomeno un’operazione di verità sulla crisi, ma una fase due, ancora tutta da scrivere, pensare, programmare, affidata a una task force che assomiglia un consiglio dei ministri parallelo. Una sorta di struttura del presidente. Ennesimo capitolo di una cessione di sovranità della politica a strutture e luoghi fuori dal Parlamento e dai partiti. C’è il comitato tecnico-scientifico, che dovrebbe avere l’ultima parola sulla “fase uno”, e la task force che dovrebbe avere la prima sulla “fase due”, due commissari sull’emergenza sanitaria, Borrelli e Arcuri, uno sulla ricostruzione Colao. E tutti dovrebbero parlarsi, confrontarsi, mettere a punto, ma al momento la politica delega la responsabilità di decidere, facendosi scudo del parere degli esperti.

È una eclissi del ruolo della politica e dei partiti, che servono solo a garantire la maggioranza in Parlamento, svuotato anch’esso di ruolo perché in fondo è un impiccio per una maggioranza così litigiosa. Sgabelli su cui poggiarsi, non interlocutori. È un disegno, che rivela un’ipotesi di lavoro tecnicamente populista, un capo circondato da una pletora di comitati di esperti, la cui linea non è frutto della intermediazione politica. Ma è un disegno slegato dalla realtà, che vive nel day by day, dove tutto si consuma in ventiquattr’ore, senza una credibilità di visione, per cui si parla della task force sulla “fase due”, senza spiegare perché sia stata prolungata “la fase uno”, e ciò che questo implica, e mentre ci si affida ai poteri salvifici dei nuovi curriculum, si rimuove il problema della Cassa integrazione che non arriva o le domande da ripresentare per i seicento euro.

Un continuo rilancio per far dimenticare quel che è accaduto il giorno prima, grazie alla disinvoltura propria di chi ha sostituito la politica con la comunicazione affidando ad essa il ruolo magico di trasformare la realtà e di dare un corpo a ciò che corpo non ha. Per cui anche la linea del Governo italiano sul Mes è affidato all’Abracadabra del “noi siamo per gli Eurobond” il che suonerebbe benissimo se l’Italia non avesse sottoscritto, all’Eurogruppo di 24 ore fa, un accordo in cui gli Eurobond non ci sono. Ma la bacchetta magica promette miracoli al prossimo consiglio del 23. Il che prefigura una situazione molto delicata, perché l’Italia non può sfilarsi dall’accordo concluso da questo Governo, nella persona del ministro dell’Economia, ma il presidente del Consiglio lo giudica insufficiente in diretta tv, senza chiarire se se ne parlerà in Parlamento dove Pd e 5 stelle, in materia, sono profondamente divisi. Non è questione di diritto costituzionale, ma riguarda, ad esempio, la possibilità o meno di utilizzare i 37 miliardi previsti per l’emergenza sanitaria, accettando clausole di rientro a emergenza finita. Ecco, l’unico punto fermo è “state a casa”, davanti alla tv, in attesa della prossima puntata di un format diventato un modello sociale e politico. Almeno finché non si potranno riaprire le porte.

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