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STUDI A CONFRONTI: PER ISTAT E ISS IN ITALIA AUMENTO DECESSI 49,4% A FEBBRAIO-MARZO RISPETTO AD ANNI PRECEDENTI, MA POTREBBERO MANCARE ALL'APPELLO 19 MILA CAUSA VIRUS, IN REGIONE il 10% IN PIU' RISPETTO A DATI PROTEZIONE CIVILE

COVID: 8,8% MORTI IN PIU' IN ABRUZZO NEL 2020
MA PER INPS VITTIME PANDEMIA SOTTOSTIMATE

Pubblicazione: 25 maggio 2020 alle ore 07:04

L'AQUILA -  Il dato già drammatico di 32.785 vittime del virus covid 19 in Italia e 398 in Abruzzo potrebbe essere sottostimato, e andrebbero dunque rivisti i dati diramati finora dalla Protezione civile, ed anche lo studio aggiornato a fine marzo dell’Istat e dell’Istituto superiore della sanità che ha calcolato l’incremento dei decessi nel paese nel 2020 rispetto agli anni precedenti del 49,4%, da quando a fine febbraio si è registrata la prima vittima dell’epidemia che ha messo in ginocchio il Paese, invertendo una diminuzione dei decessi che si era registrata a gennaio e febbraio.

Questo perché, evidenzia l’Inps, molti epidemiologi hanno dichiarato che è plausibile che il numero dei morti per Covid-19 sia sottovalutato in quanto non tutti i decessi vengono testati con un tampone.

In base a questa logica, ci sarebbero stati tra marzo e aprile 47 mila decessi in più da attribuire al Covid-19, anche se i dichiarati sono 28mila. C’è quindi uno scarto di circa 19 mila morti che non è finito nei bollettini ufficiali delle regioni e della Protezione Civile.

In Abruzzo circa il 10% in più morti covid rispetto a quelli ufficiali, in media con le regioni centrali che non sono state il fulcro dell’epidemia.

Al netto di queste considerazioni, che vanno approfondite a livello regionale e territoriale, la fotografia ufficiale di quello che la pandemia ha rappresentato per il Paese, sono i dati del rapporto prodotto congiuntamente dall’Istituto nazionale di statistica e dall’Istituto Superiore di Sanità, con una copertura di 6.866 comuni italiani sui 7.904 complessivi. In lavorazione il rapporto aggiornato a fine aprile.

Dati intanto che spazzano via con la forza dei numeri, le fantasiose argomentazioni complottiste, per le quali, addirittura, la pandemia del coronavirus è stata volutmente sovrastimata, perché ogni anno nei mesi invernali, le influenze per così dire tradizionali mietono comunque un gran numero di vittime.

Dati Istat e Iss che restano validi anche se la percentuale dei morti covid sulle morti totali come sostiene l'Inps, dovesse essere sottostimata.

In Abruzzo in base a questi dati  raccolti sull’85% dei comuni, risulta che le persone decedute per tutte le cause erano state a gennaio e febbraio il meno 2,9% rispetto alla media dello stesso periodo dal 2015 al 2019. Poi dal 20 febbraio, quando si è registrata in Italia la prima vittima ufficiale del coronavirus, e fino al 31 marzo, le morti sono schizzate ad un più 8,8% rispetto allo stesso periodi dal 2015 al 2019. I morti, per tutte le cause, erano infatti in media 1.539 dal 2015 al 2019, dono schizzate 1.706 nel 2020.

Con un picco in provincia di Pescara, del più 20% dei decessi a marzo, mentre in provincia dell’Aquila, la meno colpita, addirittura le morti sono diminuite del 5,2% rispetto agli stessi periodi del 2015-2019. Considerando il mese di marzo, si osserva a livello medio nazionale una crescita del 49,4% dei decessi per il complesso delle cause rispetto allo stesso periodo dal 2015 al 2019.

Dato inquietante, considerando che a gennaio e febbraio le morti nel 2020, anche per l’inverno mite le morti erano diminuite del 6,6%.

Se si assume come riferimento il periodo che va dal primo decesso Covid-19 riportato al Sistema di Sorveglianza integrata (20 febbraio) fino al 31 marzo, i decessi passano da 65.592 (media periodo 2015-2019) a 90.946, nel 2020.

L’eccesso dei decessi è di 25.354 unità, di questi il 54% è costituito dai morti diagnosticati Covid-19, pari a 13.710, pari al 15% dei decessi di marzo.

Un bilancio che però ha sostenuto pochi giorni fa l’Inps, potrebbe essere molto più grave. Ovvero quel 15% di morti covid è a dir poco sottostimato.

In base ad un altro studio, tra il primo marzo e il 30 aprile 2020 in Italia ci sono state infatti circa 47mila morti in più rispetto alla media degli anni precedenti nello stesso periodo, a fronte di 28mila decessi ufficialmente attribuiti al coronavirus nello stesso periodo.

L’Inps si dice anzi certa che parte di queste 19mila morti non è finita nei bollettini ufficiali perché non è stata dovuta al coronavirus, ma alle conseguenze più o meno dirette dell’epidemia. Il sovraccarico del sistema sanitario, per esempio, ha peggiorato l’assistenza delle persone con altre malattie e con improvvisi problemi di salute: le attese per le ambulanze, per dirne una, sono aumentate drasticamente in certe zone del Nord Italia.

Altri pazienti potrebbero aver rinunciato ad andare in ospedale per paura del contagio, e per questo potrebbero non aver ricevuto le cure che in condizioni normali avrebbero salvato loro la vita. Ci sono anche state caratteristiche straordinarie di quei due mesi che hanno certamente abbassato i decessi dovuti ad altro: per esempio gli incidenti stradali, drasticamente diminuiti durante il lockdown, o quelli sul lavoro.

Al netto di queste considerazioni, e tornando invece allo studio dell’Istat e Iss, risulta che a livello regionale è in Lombardia che si riscontra l’inversione più marcata: si passa da una diminuzione dei decessi del 7,5% nel biennio gennaio-febbraio 2020, rispetto alla media nello stesso periodo 2015-2019, ad un aumento del 185% nel mese di marzo, seguono l’Emilia – Romagna, con un aumento del 70%, il Trentino Alto-Adige (65%), e le Marche la Liguria e il Piemonte, con incrementi dell’ordine del 50%. Ci sono poi regioni non colpite sono in modo marginale dal covid dove a marzo i morti sono diminuiti: come nel Lazio, dell' 8,1%, Basilicata, 7,2%, Sicilia -2,1% e Campania meno 1,2%.

Scendendo ancora più nel dettaglio, spiega il rapporto, “a causa della forte concentrazione del fenomeno, anche la sintesi a livello regionale non dà conto dell’intensità drammaticamente elevata che questo ha assunto in alcune aree. A tale scopo un livello di dettaglio territoriale più efficace è senz’altro quello provinciale.

All’interno della classe di province ad alta diffusione dell’epidemia, le più colpite hanno pagato un prezzo altissimo in vite umane con incrementi percentuali dei decessi nel mese di marzo 2020, rispetto al 2015- 2019, a tre cifre: Bergamo (568%), Cremona (391%), Lodi (370%), Brescia (290%), Piacenza (264%), Parma (208%), Lecco (174%), Pavia (133%), Mantova (122%), Pesaro e Urbino (120%).

Nessuna delle quattro province abruzzesi è compresa nella tabella dell'alta diffusione.

La provincia più colpita dal covid in Abruzzo, nella “fascia media” è quella di Pescara, nel periodo gennaio- febbraio le morti erano diminuite del 4,5% rispetto allo stesso periodo 2015-2019. Poi a marzo l'impennata al 21% con i morti passati da 383 a 467 di cui 44 per covid. A seguire la provincia di Teramo: a gennaio e febbraio ha registrato un aumento delle morti del 2,2%, a marzo è salita del 13,8% rispetto a2015-2019 con i morti passati da 396 a 447 con 6 vittime covid.

Nelle province a “bassa diffusione” ci sono la provincia di Chieti con un più 1,8% morti a gennaio-febbraio, con percentuale che sale al 3,6% a marzo, con le vittime passate rispetto alla media degli anni precedenti da 445 a 487, di cui 13 covid. Nella Provincia dell'Aquila, la meno colpita in Abruzzo da qui -13,6% di gennaio-febbraio si è passati invece ad un -5,4% con una sola vittima covid.

Anche per l’Abruzzo vale però le considerazioni aggiuntive dell’Inps, ovvero che "il bilancio reale dovuto all’epidemia è certamente superiore a quello ufficiale e ci sono ulteriori elementi che lo confermano: i decessi in eccesso infatti riguardano in misura superiore gli uomini e le fasce di età più anziane, cioè le categorie in cui è registrato il tasso di letalità più alto. La distribuzione territoriale di questi decessi, poi, combacia con quella della diffusione del coronavirus in Italia".

“Possiamo attribuire una gran parte dei maggiori decessi avvenuti negli ultimi due mesi, rispetto a quelli della baseline riferita allo stesso periodo, all’epidemia in atto - conclude l’Inps -, che ricorda come i test virologici, gli unici che possono far finire una persona nei bollettini ufficiali, sono stati fatti prevalentemente in ospedale, e molto difficilmente quando il decesso è avvenuto in casa". Filippo Tronca



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