COVID, DANNEGGIATI DAL VACCINO AL MINISTERO DELLA SALUTE: “UN CALVARIO, ABBANDONATI DALLO STATO”

6 Dicembre 2021 21:21

ROMA – Circa 300 le persone che si sono portate pacificamente all’esterno del Ministero della Salute con mascherine e scatole di vaccini rappresentanti le reazioni avverse, nonché striscioni che recitavano: “reazioni avverse, lo stato dov’è?” e “Vogliamo garanzie per le reazioni avverse”.

I manifestanti, insieme ad alcuni  medici, sono stati collocati in piazza in Piscinula, a distanza di circa 100 metri dall’ingresso e hanno tentato vanamente un dialogo con le istituzioni trovando ancora una volta la porta chiusa dopo essere stati “abbandonati”. Presenti anche parenti delle vittime con e senza correlazione.

“Il ministro della Salute rifiutando un confronto con coloro che, fidandosi delle istituzioni e della scienza, si sono vaccinati subendo gravi reazioni avverse, conferma l’atteggiamento non trasparente del governo che, peraltro, esclude questa fascia dal Super Green pass, di fatto emarginandola. Uno Stato assente con chi si è fidato della scienza ha fallito senza alcun dubbio e dovrà delle spiegazioni innanzi alla magistratura”, le parole del l’avvocato Erich Grimaldi, presidente di UCDL .

Un gruppo folto ed eterogeneo: decine di donne, uomini, giovani e giovanissimi, senza un “profilo” abbastanza preciso da poterne stilare un identikit, riunitisi non casualmente nel giorno in cui parte il “Super Green Pass” in tutta Italia per la “necessità di avere risposte concrete”.

Fra i manifestanti c’è anche l’aquilana Camilla Cioni, 27 anni, figlia del noto politico e imprenditore aquilano Celso, scomparso nell’agosto del 2020: “Sono vaccinata con due dosi, e credo nel vaccino perché altrimenti non l’avrei fatto -chiarisce- Dopo la seconda dose di Moderna, ho iniziato ad avere un forte dolore toracico e affanno. Sono andata al pronto soccorso, la prima diagnosi è stata bronchite. Poi, privatamente, il mio cardiologo mi ha diagnosticato una pericardite post vaccinale. Da allora, sette accessi al pronto soccorso, due ricoveri ospedalieri, non riuscivo neanche a stare in piedi. Sono ancora in terapia, oggi è il centesimo giorno. È un calvario”.

“Abbiamo creduto nel vaccino, abbiamo creduto nello Stato, ed ora ci ritroviamo danneggiati da quello stesso vaccino e senza nessuno che ci ascolti. Siamo totalmente abbandonati”, dice all’Adnkronos una signora che regge l’immagine di un uomo recante la data della morte, il 12 maggio 2021. La donna racconta di essere lì “per un amico morto dopo la prima somministrazione di Pfizer, aveva 62 anni. Aveva avuto dei problemi cardiologici, il medico glielo aveva sconsigliato ma glielo hanno fatto ugualmente, è tornato a casa, è andato a dormire e non si è più risvegliato. Nessuno ne ha parlato”.

La lamentela principale sembra essere, per tutti, l’assenza di sostegno da parte dello Stato dopo l’evento avverso.

“Mi chiamo Paolo, ho perso mio padre nel mese di aprile a causa del vaccino Astrazeneca -dice all’Adnkronos un ragazzo giovanissimo, che non riesce a trattenere le lacrime- Dopo 15 giorni dalla prima dose, gli stessi medici dell’ospedale hanno riconosciuto che questa reazione avversa era causata dal vaccino, accertando la correlazione. Mi hanno detto di fare una segnalazione all’Aifa, ma dopo non è successo assolutamente niente. Nessuno ci ha contattato, la cosa è caduta nel nulla, nessun indennizzo, nessun sostegno”.

Tra la folla lavoratori precari, dipendenti pubblici, ma anche medici, operatori sanitari.

“Il protocollo farmacologico di questo vaccino è stato promosso in maniera indiscriminata, e senza un discorso anamnestico corretto -dice all’Adnkronos il medico di famiglia Erminia Maria Ferrari– È stato consigliato come l’acqua di Lourdes. Io sono un medico di famiglia: nel mio parco pazienti, la maggior parte degli anziani non ha avuto effetti collaterali, e invece ho pazienti giovani che hanno avuto pericarditi, ragazzi di vent’anni che hanno avuto miositi gravissime. E quando hanno chiesto se dovessero fare la seconda dose, gli è stato risposto indiscriminatamente di sì. Non si fanno valutazioni cliniche attente basate sulle storie personali, questo è il gravissimo problema”.

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