COVID E DESERTIFICAZIONE DEI CENTRI STORICI, ANCHE IN ABRUZZO A RISCHIO PICCOLO COMMERCIO

I DATI DELLA RICERCA DI CONFCOMMERCIO: IN DIECI ANNI DRASTICA RIDUZIONE NEGOZI DI PROSSIMITA' NELLE QUATTRO CITTA' CAPOLUOGO, IN ITALIA SPARITE O EMIGRATE IN PERIFERIA 77MILA ATTIVITA'; "CON EMERGENZA PANDEMIA E CRISI ECONOMICA ORA A RISCHIO CHIUSURA ANCHE ANCHE BAR, LOCALI SERALI E RISTORANTI"

di Filippo Tronca

4 Marzo 2021 08:30

L’AQUILA – Nei centri storici italiani e abruzzesi le attività commerciali di prossimità, come alimentari, abbigliamento, casalinghi, mercerie e ferramenta, informatica e così via,  già vivevano una forte crisi dovuta alla concorrenza spietata di centri commerciali spuntati come funghi in periferia e poi delle vendite on line, tipo quelle del colosso Amazon. Un trend preoccupante di desertificazione urbana che ora l’emergenza coronavirus rischia ancor di più di aggravare.

Vanno letti con questa lente interpretativa i dati diffusi nei giorni scorsi dall’Ufficio studi di Confcommercio “Demografia d’impresa nelle città italiane”, che lancia un drammatico allarme anche per le quattro città capoluogo abruzzesi.

Tra il 2012 e il 2020 sono sparite infatti dai centri storici dei 110 capoluoghi di provincia oltre 77mila attività di commercio al dettaglio (-14%),  con un progressivo processo di desertificazione commerciale. A tenere botta solo bar e ristoranti.

A seguito dell’emergenza coronavirus, prevede ora Confcommercio, oltre ad un calo ancora maggiore per il commercio al dettaglio (-17,1%), si registrerà per la prima volta da due decenni la perdita di un quarto delle imprese di alloggio e ristorazione (-24,9%).

“Il rischio di non riavere i nostri centri storici come li abbiamo visti e vissuti prima della pandemia è, dunque, molto concreto e questo significa minore qualità della vita dei residenti e minore appeal turistico”, sottolinea l’associazione.

Un fenomeno aggravatosi dal 2012 di  cambiamento del tessuto commerciale all’interno dei centri storici che la pandemia tenderà a enfatizzare.

Venendo al dettaglio di quattro capoluoghi abruzzesi: per quanto riguarda Chieti nel 2008 nel centro storico c’erano 246 attività, in periferia 474, a fine 2019 nel centro storico si sono ridotte a 186. Alberghi, bar e ristoranti sono passati da 73 a 67, mentre in periferia sono aumentati da 171 a 2018

Simile scenario a Pescara: l’attività di commercio al dettaglio nel centro storico sono passate in 10 anni da 160 a 141. Mentre al contrario alberghi, bar e ristoranti sono cresciuti da 88 a 116.

Non quanto però nelle periferie, dove sono passati da 563 a 789. mentre il commercio al dettaglio è passato da 1.728 a 1.836.

A Teramo invece il commercio al dettaglio nel centro storico è passato 373 attività a 307, anche qui sono aumentati alberghi bar e ristoranti, da 152 a 165.

Fuori il centro storico nel 2008 le attività di commercio al dettaglio erano 299 ora 279, dunque a Teramo ad essere in crisi è anche la periferia.

mentre per alberghi, bar ristoranti si registra fuori il centro storico un aumenti da 113 a 116.

Infine l’Aquila, che ha una storia a sè visto che il terremoto del 2009 ha devastato anche il tessuto commerciale del centro storico. E negli anni successivi si è tentato di rianimarlo con i sostegni del bando Fare centro e altre agevolazioni che hanno consentito nella parte di città ricostruita, l’apertura di numerose attività concentrate in particolare nel settore ristorazione e somministrazione bevande.

Questa dunque la situazione ante sisma, nel 2008: 278 attività di commercio al dettaglio e 122 tra alberghi, bar e ristoranti. Nel 2016 in centro storico il commercio al dettaglio si è attestato a 158 imprese, quota mantenuta  nel 2019.

Per quanto riguarda bar, ristoranti e alberghi nel 2016 erano appena 91, saliti nel 2019 a 106, quasi la quota pre-sisma.

Ma anche a L’Aquila a crescere è stata la periferia: per quanto riguarda il commercio al dettaglio c’erano 427 imprese nel 2008, sono diventate, grazie alle delocalizzazioni post sisma 494 si attestano ora a 483.

Per quanto riguarda bar, alberghi e ristoranti erano nella periferia aquilana 2013 nel 2008 sono ora 347.

In termini complessivi, il commercio in sede fissa, spiega la ricerca di Confcommercio, tengono in qualche modo i negozi di base come gli alimentari (-2,6%) e quelli che, oltre a soddisfare bisogni primari, svolgono nuove funzioni, come le tabaccherie (-2,3%); significativi sono invece i cambiamenti legati alle modifiche dei consumi, come tecnologia e comunicazioni (+18,9%) e farmacie (+19,7%), queste ultime diventate ormai luoghi per sviluppare la cura di sé e non solo quindi tradizionali punti di approvvigionamento dei medicinali.

Il resto dei settori merceologici, evidenzia Confcommercio, è invece in rapida discesa: si tratta dei negozi dei beni tradizionali che si spostano nei centri commerciali o, comunque, fuori dai centri storici che registrano riduzioni che vanno dal 17% per l’abbigliamento al 25,3% per libri e giocattoli, dal 27,1% per mobili e ferramenta fino al 33% per le pompe di benzina.

“La pandemia acuisce questi trend e lo fa con una precisione chirurgica: i settori che hanno tenuto o che stavano crescendo cresceranno ancora, quelli in declino rischiano di scomparire dai centri storici”, l’allarme dell’associazione.

Quanto alle dinamiche riguardanti ambulanti, alberghi, bar e ristoranti, a fronte di un processo di razionalizzazione dei primi (-19,5%), per alberghi e pubblici esercizi, che nel periodo registrano rispettivamente +46,9% e +10%, “il futuro è molto incerto. Ma occorre reagire per dare una prospettiva diversa alle nostre città che rappresentano un patrimonio da preservare e valorizzare – sottolinea ancora l’associazione – . Le direttrici sono tre: un progetto di rigenerazione urbana, l’innovazione delle piccole superfici di vendita e una giusta ed equa web tax per ripristinare parità di regole di mercato tra tutte le imprese”.

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