COVID L’AQUILA: CAOS RISTORI, LA QUINTANA,
“NON ESISTIAMO, CONDANNATI A CHIUDERE”

di Azzurra Caldi

20 Novembre 2020 08:23

L’AQUILA – “Nessun ristoro con il primo lockdown e dopo le ulteriori spese per gli adeguamenti alle norme anticovid e il lavoro a spizzichi e bocconi nelle ultime settimane, tra zona rossa e qualche cavillo burocratico, rischiamo di metterci una pietra tombale”.

È lo sfogo di Daniele Climastone, che ad appena 22 anni ha deciso di far rinascere, in pieno centro storico, uno dei locali più conosciuti dell’Aquila, La Quintana, ristorante-pizzeria che oggi si trova in via Tempera e che ha animato per anni le sere di via Sassa fino al terremoto, quando alla guida c’era il papà Fabio Climastone.

L’impennata dei contagi che si sta registrando nel capoluogo e in tutta la provincia con la seconda ondata del virus ha travolto anche ristoratori e commercianti, e così con la nuova zona rossa istituita in Abruzzo per molte attività si riaffaccia il peggiore degli incubi: la chiusura definitiva. Nel caso in questione, la vicenda è ancora più complessa, perché non si può contare neanche sul vago conforto dei “ristori”: “Per motivi legati ai tempi della registrazione della società non potremo accedere ai ristori previsti dal Governo”. Questo in quanto il requisito fondamentale resta la perdita di fatturato di aprile 2020 su aprile 2019, che deve essere pari ad almeno un terzo (quindi, il fatturato di aprile 2020 deve essere inferiore ai due terzi di quello di aprile 2019).




“La Quintana Srls nasce a luglio 2018 ma, a causa di motivi burocratici e pratiche legate alla ricostruzione, siamo riusciti ad avviare l’attività solo ad ottobre 2019 perché, tra le altre cose, abbiamo dovuto ‘pagare’ anche il ritardo di una serie di inattesi lavori di adeguamento e sottoservizi – spiega Climastone – Se fossimo nati dopo aprile 2019 saremmo almeno rientrati nel calcolo forfettario, ma la società è nata prima. E noi quel periodo non potevamo lavorare per forza di cose. Non possiamo presentare il fatturato di aprile 2019 ma non capiamo perché non possa essere presa in considerazione la dichiarazione di inizio attività, datata 23 settembre 2019. Perché ci si riferisce di nuovo al mese di aprile, come nella prima fase, se ora siamo a novembre?”.

“La mia è una piccola attività, con 5 dipendenti, spese fisse come affitto e utenze, che cerca di andare avanti in un momento difficilissimo a causa delle restrizioni adottate dal governo. Già nel primo lockdown non abbiamo potuto contare su nessun aiuto e con grande fatica e impegno, senza tralasciare il prestito della banca, ero riuscito, seppur parzialmente, a recuperare durante l’estate ma, con la nuova ondata, mi trovo punto a capo. Anzi, anche peggio”.

Un cavillo, appunto, che rischia di mandare a monte tutti i sacrifici, nella disperazione di chi non riesce a guardare con fiducia al futuro e poco sente di poter perdere: “se non esistiamo per nessuno ci dicano con quale coraggio ci condannano a chiudere”.

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