COVID: PRESSING REGIONI E COMUNI, CONTE,
“MISURE SEVERE MA SERVONO AD EVITARE LOCKDOWN”

28 Ottobre 2020 19:30

ROMA – Tensioni tra Regioni, enti locali e Governo sulla lotta al Covid.

Da una parte l’insofferenza dei sindaci, dall’altra i governatori che masticano amaro per i paletti troppo rigidi messi alle attività economiche dall’ultimo Dpcm: e tutti, sindaci e governatori, manifestano con atti non solo simbolici l’insoddisfazione per le misure prese da Palazzo Chigi e mettono le mani avanti rispetto a ulteriori, più drastici provvedimenti prospettati da più parti.

Per cercare di ricostruire il rapporto con Regioni ed enti locali il premier Giuseppe Conte ha ribadito alla Camera che la messa a punto del Dpcm è finalizzata “da un lato a preservare la tenuta del sistema sanitario nazionale e dall’altro a scongiurare un lockdown generalizzato che danneggerebbe ancor di più” l’economia del Paese.

“Siamo consapevoli che sono misure severe ma sono necessarie a contenere i contagi. Diversamente la curva epidemiologica è destinata a sfuggirci completamente di mano”, ha proseguito Conte il quale ha ricordato che la bozza del Dpcm è stata condivisa con il Comitato tecnico scientifico – per il quale l’Italia è in uno scenario di tipo 3 – che dopo ampia analisi ha condiviso i provvedimenti previsti.

Un altro fronte aperto sono i mini lockdown.

Non sono infatti piaciute ai sindaci di Milano e Napoli, Giuseppe Sala e Luigi De Magistris, le parole del consulente del ministero della Salute Walter Ricciardi che ha parlato di una chiusura necessaria nelle due città.

I due primi cittadini si sono sentiti e hanno scritto una lettera al ministro della Salute, Roberto Speranza “per chiedergli se quella è un’opinione del suo consulente o è un’opinione del ministero e, nel caso fosse un’opinione del ministero, se è basata su dati e informazioni che il ministero ha e noi non abbiamo”, ha spiegato Sala.

Il lockdown a Milano in questo momento “per quello che osservo è una scelta sbagliata”, ha ribadito.

Sul fronte delle Regioni, il presidente della Liguria, Giovanni Toti ha ricordato polemicamente che “il decreto che ha nominato le Regioni enti attuatori del commissario straordinario di Governo anti covid, citato da Ricciardi per criticare i ritardi delle Regioni, è arrivato la prima settimana di ottobre: e poi si dice che le Regioni sono in ritardo”.




In Friuli il presidente Massimiliano Fedriga è intervenuto ad una manifestazione della Fipe contro il Dpcm contestato.

Il governatore della Puglia, Michele Emiliano ha annunciato la chiusura di tutte le scuole, ad eccezione dell’Infanzia.

In Sicilia, invece, il governatore Nello Musumeci ha proposto un disegno di legge che consentirà di spostare l’orario di chiusura di bar e ristoranti dalle 18 alle 22 o alle 23.

Parole queste che hanno provocato l’immediata reazione del ministro per gli Affari Regionali Francesco Boccia il quale ha annunciato impugnative immediate per chi aggira il Dpcm: ovvero la Provincia di Trento – il presidente Maurizio Fugatti ha firmato l’ordinanza provinciale che prevede la chiusura dei bar alle ore 20.00 e i ristoranti alle ore 22.00 – ed eventualmente anche la Sicilia; è in corso di valutazione l’ordinanza della Provincia Autonoma di Bolzano.

“Duole constatare la non completa consapevolezza della situazione sanitaria in Italia e duole ancor di più che non siano tenuti in dovuto conto i dati uniformi di rischio”, ha lamentato Boccia.

In Basilicata il governatore Vito Bardi ha chiesto una mappatura regionale “rispetto a provvedimenti che rischiano di aggiungere ulteriore danno a interi comparti produttivi”.

Il presidente dell’Emilia-Romagna e della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini, in Consiglio regionale ha ricostruito la genesi dell’ultimo dpcm e ricordato le richieste delle Regioni, prime fra tutte la contrarietà alla chiusura alle 18 di bar e ristoranti, non accolte dal governo.

Ultimi ritocchi in Sardegna al testo dell’ordinanza del governatore Christian Solinas: il provvedimento dovrebbe contenere l’estensione dalle 18 alle 23 della chiusura di bar e ristoranti, la didattica a distanza al 100 per cento per le scuole superiori e poi una riduzione dei collegamenti marittimi e aerei da e per l’Isola.

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