COVID: TAMPONI, POCHI LABORATORI PUBBLICI E ALLO STREMO

17 Ottobre 2020 20:29

ROMA, – Sono meno di 50 i laboratori specializzati pubblici che processano i tamponi per individuare il Covid .

Su di loro ricade la maggior parte del lavoro diagnostico nella corsa al tracciamento per fermare la corsa del virus.

Ci sono poi altre centinaia sezioni che fanno parte di laboratori misti non dedicate esclusivamente all’analisi del Covid, ma impegnate in tutte le altre analisi del servizio sanitario.

Lo ha spiegato Maurizio Sanguinetti, presidente di Escmid (Società europea di microbiologia clinica e malattie infettive) e direttore del Dipartimento di Scienze di Laboratorio e Infettivologiche, dell’IRCCS Policlinico Gemelli di Roma.

Per incrementare diagnosi rapide ed efficaci serve ora più che mai aumentare il numero dei laboratori di microbiologia autonomi e specifici sul territorio e costruire l’alleanza con i medici di famiglia per l’interpretazione dei casi dubbi, spiega Sanguinetti.

A pochi giorni dal parere positivo del Comitato Tecnico Scientifico per un allargamento ai medici di base della possibilità di eseguire i test antigenici rapidi, gli specialisti in microbiologia lanciano un allarme, riuniti nell’incontro digitale “In vitro diagnostics and COVID-19”, organizzato dalla Fondazione Internazionale Menarini.

“Il test molecolare resta indispensabile per la diagnosi, ma alcune criticità devono essere affrontate affinché la lotta al Covid sia meno lenta e difficile – dice Sanguinetti, chairman del Convegno – Nella fase iniziale della pandemia l’emergenza era la mancanza dei reagenti, oggi possiamo mettere in evidenza che il problema è che la microbiologia clinica è stata smantellata dal territorio, esiste nei grandi ospedali e viene vista come un lusso che non tutti si possono permettere”.





“Le unità operative autonome in Italia sono poco meno di 50, ma anche se le sezioni di microbiologia sono alcune centinaia, non bastano. Questo perché negli ultimi dieci anni i laboratori pubblici sono stati accorpati e hanno perso dal 25 al 30% del personale e non hanno ricevuto adeguati finanziamenti”.

“Queste scelte – sottolinea Sanguinetti – sono tra i principali motivi che hanno comportato un ritardo nell’esecuzione dei test e quindi una minore efficacia nel contrastare l’epidemia, con file lunghe chilometri ai ‘drive in’ per fare il tampone. Se ci fossero stati gli investimenti in queste attività, la domanda poteva essere drenata anche dai soli laboratori pubblici. Serve ripotenziare le microbiologie sul territorio, sul modello della Corea del Sud e un’alleanza con i medici di famiglia per l’interpretazione dei ‘casi dubbi'”.

“L’allargamento ai medici di base della possibilità di eseguire i test antigenici rapidi potrà alleggerire la pressione sui laboratori, ma resta indispensabile una stretta collaborazione con il microbiologo – conclude l’esperto – Ci sono infatti valori di cariche virali intermedie che devono essere interpretati da uno specialista”.

E resta il nodo dei laboratori privati, esclusi nel primo momento della pandemia dalla possibilà’ di essere utilizzati per gli screening, ed ora coinvolti a macchia di leopardo nelle regioni che hanno imposto regole differenti.

In alcune regioni come il Lazio è possibile fare i test sierologici e anche i tamponi veloci antigenici (quelli utilizzati anche negli aeroporti) ma non il tampone molecolare (che resta quello più affidabile) per il quale gli italiani sono costretti a lunghe code nei drive in e ad attese di giorni per i risultati.

Questo test è invece autorizzato in Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Piemonte, Basilicata e Trentino. Previsto un percorso anche in Campania.

I costi, secondo una recente indagine di Altroconsumo, variano molto: dai 22 euro per gli antigenici veloci, con una media di 60-80 euro per il tampone molecolare in regime privato, fino a punte che superano i 100 euro.

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