COVID TERAMO: “TU CI CHIUDI, TU CI PAGHI”, RISTORATORI E COMMERCIANTI IN PIAZZA

di Ilaria Muccetti

4 Novembre 2020 23:25

TERAMO – “Tu ci chiudi, tu ci paghi. Basta tasse, reddito per tutti”: è il grido di tutte quelle categorie teramane a rischio dopo le ulteriori misure restrittive decise dal Governo Conte per limitare il contagio Covid.

Ristoratori, commercianti, maestranze della cultura, ed anche cittadini, questa sera a Teramo hanno manifestato contro le ultime restrizioni e anche se il nuovo Dpcm ha parzialmente “salvato” l’Abruzzo, ufficialmente “zona gialla”, le difficoltà restano.

A fare da cornice in Piazza Orsini, davanti il Municipio, lo striscione con lo slogan del collettivo teramano de La Casa del Popolo. In piazza anche il sindaco di Teramo, Gianguido D’Alberto.
Una manifestazione pacifica,  che ha forse richiamato meno persone rispetto alle previsioni, durante la quale sono state rispettate tutte le norme anti-contagio: “non siamo negazionisti, il virus c’è, la situazione sanitaria è complessa ma anche quella economica e sociale è in crisi, non chiediamo di contravvenire alle misure restrittive ma che il Governo e le istituzioni tutte ci aiutino, altrimenti moriremo non solo di covid”, è stato sottolineato dai partecipanti.

Una crisi sanitaria che a catena sta trascinando con sé il tessuto economico e sociale di una piccola città, un capoluogo di provincia sfiorato dalla prima ondata del virus e che ad oggi vede invece aumentare di giorno in giorno il numero dei casi positivi: paura di essere tra i contagiati ma paura anche di non reggere alle restrizioni governative che con il nuovo Dpcm, in vigore dal 5 novembre, potrà segnare il punto di rottura per molti lavoratori.

Ha spiegato nel suo intervento Vincenzo, teramano, dipendente di un esercizio commerciale: “Si sta vivendo una crisi non solo a livello sanitario, sicuramente molto difficile e che non può essere tralasciato, ma anche a livello economico. Sono un lavoratore dipendente, ho vissuto il primo lockdown in cassa integrazione, e ora vivrò questa seconda ondata di nuovo con la stessa misura di ammortamento e probabilmente ricevendola in ritardo, come è avvenuto per quella di marzo, arrivata solo a luglio. C’è gente che addirittura non ancora la percepisce. Questo è un danno che si ripercuote non sul singolo individuo ma su tutto il tessuto sociale: molti lavoratori in cassa integrazione hanno famiglie da sostenere. E’ facile dire chiudiamo senza considerare il risvolto economico e sociale che ne segue. Le famiglie sono lasciate indietro, così come i commercianti, i ristoratori, il mondo della cultura e della musica che sembra quest’ultimo essere totalmente dimenticato, nonostante in Italia si dica che la cultura è il fiore all’occhiello del Paese. Purtroppo in fasi di difficoltà gli artisti ed i tecnici sono i primi a pagare. Ci troviamo quindi qui, non per negare o sminuire l’aspetto sanitario che è preponderante e che va rispettato, infatti tutte le maestranze si sono adeguate alle misure di sicurezza per fronteggiare questo virus, così come i cittadini, ma per essere messi nella condizione di poter sopravvivere e in futuro riaprire le attività pagando i tributi dovuti quando ci verranno richiesti. Siamo quindi qui per capire quali sono le possibili soluzioni da prendere perché quella per esempio della sospensione di bollette non è adeguata, il ragionamento è semplice: se gli esercenti non guadagnano per un periodo medio-lungo, perché costretti a chiudere alle 18, come possono poi pagare le bollette? Una soluzione che proponiamo potrebbe essere l’annullamento della tari per gli esercenti e le famiglie in difficoltà da parte dell’amministrazione teramana”.

È invece arrivato con una lettera lo sfogo di Marco Cozzi, cuoco di Spun locale nel centro storico, che per via dell’isolamento preventivo non ha potuto partecipare alla manifestazione in presenza: “Non sono un virologo ma un cuoco, partendo dal presupposto che la salute ed il benessere di tutti siano sopra ogni cosa, ciò non toglie che non sia meritevole di considerazione la nostra vita e il nostro lavoro. Abbiamo accettato tutte le limitazioni da marzo in poi per la gravità della situazione sanitaria, senza batter ciglio e per il bene comune, ma la verità è che molti di noi, piccoli imprenditori, abbiamo riaperto con nuovi debiti sul groppone e tanti altri invece hanno chiuso. Questa crisi non ha colpito tutti allo stesso modo: penso alle multinazionali della logistica che hanno incrementato le loro casse mentre contestualmente le nostre si sono svuotate. Allora è il momento di chiedere di fare uno sforzo maggiore a chi può permetterselo e quindi a chi ha incrementato in modo esponenziale i loro numeri. Di pari passo si deve intervenire in maniera celere con dei veri sussidi per chi questa crisi la sta pagando: cassa integrazione piena per i nostri dipendenti, sospensione di tutti gli oneri di sistema… Inoltre i nostri settori, definiti non essenziali oltre a tenere in piedi noi, alimentano un indotto infinito: un semplice ristorante ha alle sue spalle lavanderie, aziende agricole, piccole botteghe cittadine, aziende di vettovaglie, solo per citare alcuni. La chiusura di un ristorante porta inevitabilmente alla fine di molte altre attività. Non chiediamo di restare aperti, capiamo la situazione difficile, ma di aiutarci perché la colpa di un sistema sanitario definanziato per 30 anni e la colpa di una totale assenza di piani pandemici o le carenze di trasporto pubblico non possiamo pagarle noi”.




Dello stesso avviso Roberto Denitti, di Agriturismo Domus di Bisenti, che a chiare lettere colpevolizza la politica ed il sistema liberale: “sostengo questa iniziativa perché il problema a nostro avviso non si risolve con delle chiusure o semi-chiusure, facendoci fare investimenti e progetti che vediamo ora svaniti. Il problema principale è che si deve ridistribuire ricchezza per darla a tutti e non ai soliti pochi: con questa pandemia c’è chi ci ha guadagnato sempre di più, come le grandi aziende. Mentre gli operai ed i piccoli imprenditori come noi sono stati abbandonati. Bisogna investire sulla sanità, sui trasporti, sulle scuole, in pratica sul bene comune. Crediamo che questa situazione non si può essere risolta con gli aiuti che il Governo sta dicendo di dare attraverso il Decreto Ristori, il problema è a monte: nella politica e in questo sistema liberale”.

“Il motivo di questa iniziativa è che ci sono dei settori che sono stati messi in ginocchio e quello della cultura è stato il primo perché il blocco totale delle attività si è avuto il 23 marzo con noi artisti, con i tecnici e tutte le maestranze del mondo della cultura che sono state bloccate di colpo. Questa pandemia, che non ci voleva, ha però sollevato allo stesso tempo il coperchio da una realtà che tutti hanno nascosto per 40anni e che nessuno ha mai detto. Il comparto live, cultura, spettacolo e musica soffre di caporalato maggiore di quello che si ha in altre categorie, come nell’edilizia o nell’agricoltura, soffre di mancati emolumenti, soffre di gravi conflitti d’interesse. La soluzione a tutto ciò è che vanno smantellate le due leggi di Franceschini sulla riforma del teatro del comparto live, non vanno ristorati i teatri ma vanno ristorati gli scritturati, le maestranze” si sfoga Renato Pilogallo, coordinatore allo spettacolo.

Anche alcuni cittadini teramani non hanno mancato l’appuntamento: “se siamo qui è per essere solidali verso tutte le categorie a rischio, perché riteniamo queste misure eccessive e controproducenti, alla fine creeranno molti più danni del virus in circolazione. Non veniamo da un periodo economico florido e in queste città piccole, come Teramo, tali scelte sono il colpo di grazia. Noi cittadini, i lavoratori, gli esercenti, non abbiamo una bacchetta magica con cui risolvere tutti i problemi, l’esecutivo sta sacrificando, a mio avviso, la parte più grossa del paese. E sembra ormai che neanche si possono dire queste cose”.

Ad ascoltare i manifestanti anche il sindaco, Gianguido D’Alberto: “una manifestazione che si sta svolgendo nel pieno rispetto delle regole del covid, questo dimostra il grande senso di responsabilità e del fatto che non si tratti di una manifestazione di mera protesta, ma è un giusto e comprensibile grido di allarme che attraversa le diverse categorie. Ci sono rappresentanti delle attività commerciali, ragazzi della comunità, esponenti del mondo della cultura che esprimono una logica e forte preoccupazione per il tempo che stiamo vivendo. La richiesta che loro fanno alle istituzioni è pienamente legittima in quanto è necessario che a fronte delle misure restrittive, e forse pensare anche ad una restrizione maggiore ed uniforme a livello nazionale, il governo garantisca riforme adeguate a sostenere tutte le attività che sono maggiormente colpite. Questa situazione di precarietà ed incertezza, lockdown sì, lockdown no, in prospettiva anche delle feste natalizie, sta mettendo in difficoltà tante situazioni ed attività. Come Comuni noi faremo la nostra parte, nella consapevolezza che questa non è solo una crisi economica ma l’impatto delle misure restrittive che vanno ad incrementare le disuguaglianze sociali”.

“Daremo inoltre, come Comuni, tutto il supporto dal punto di vista economico, ma nelle nostre capacità perché la coperta dei bilanci comunali è una coperta corta. Quindi, noi Comuni come anello di solidità di tutto il sistema istituzionale dobbiamo essere supportati dal governo per poter sopportare. Ho chiesto infatti uniformità d’intervento da parte del governo e non differenziazioni, nel momento che questa crisi sta colpendo in modo uniforme tutto il territorio. Quindi che sia il governo a garantire le risorse adeguate nel momento in cui restringe”.

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