‘RICOVERI IN CALO A L’AQUILA MA SERVE PRUDENZA’. GRASSI, “PANDEMIA UN DRAMMA UMANO”

INTERVISTA A DOCENTE E PRIMARIO REPARTO COVID OSPEDALE SAN SALVATORE, IN PRIMA LINEA DA MESI SU FRONTE DELL'EMERGENZA

di Filippo Tronca

23 Aprile 2021 11:28

L’AQUILA – “La prudenza di noi medici davanti alle ipotesi premature di ‘liberi tutti’, nasce anche dal nostro aver vissuto sul fronte una drammatica emergenza, a contatto quotidianamente con la sofferenza e la morte. Confidiamo in ogni modo che in estate come avvenuto l’anno scorso l’epidemia abbia una battuta d’arresto per ragioni climatiche, e che la campagna vaccinale proceda speditamente, essendo questa la vera arma, come dimostrano i dati, per vincere il virus”.

E’ la testimonianza di chi vive sul fronte dell’emergenza pandemica dalla sua deflagrazione nel marzo di un anno fa,  nell’ospedale San Salvatore dell’Aquila: Davide Grassi, 45enne primario medicina interna e responsabile del reparto covid, professore associato all’Università dell’Aquila. Romano di origine, da vent’anni a L’Aquila.

Nel suo reparto con 48 posti letto sono stati ricoverati nella seconda ondata finora 450 pazienti, contagiati dal covid e con complicazioni anche gravissime e fatali, ma non di natura polmonare, perché in questo caso vengono trasferiti al reparto di pneumologia, ovvero alle terapie sub-intensive e intensive, che ha 14 posti.

Nell’intervista ad Abruzzoweb, Grassi conferma che la curva dell’epidemia sta finalmente scendendo, in provincia come in Abruzzo: a dirlo sono anche in numeri dei ricoveri in calo, rispetto alle drammatiche settimane di novembre e dicembre.

“Nel nostro reparto – snocciola un pò di numeri il primario – dei nostri 48 posti letto, oggi ne sono occupati 36, questo non accadeva da tempo, nei mesi scorsi erano sempre al completo, e abbiamo avuto l’esigenza di aprire anche un reparto covid due, e avere e il supporto di altri reparti come malattie infettive, tenuto conto che forte era la pressione dei pazienti della costa, ricoverati da noi. Ora anche in questo caso si sta assistendo ad una flessione, come pure nelle terapie intensive e  sub-intensive. Incrociamo le dita e speriamo che questo trend si consolidi”.

La speranza però non è faccenda di scaramanzia, ma basata sui primi numeri che attestano l’efficacia dei vaccini.

“Gli studi fatti sulla situazione in Inghilterra e Israele parlano chiaro, più la campagna vaccinale avanza più diminuiscono ricoveri e decessi. In piccolo lo vediamo anche qui da noi: il nostro personale, ovvero medici, infermieri ed oss sono tutti vaccinati, e sono stati tra loro azzerati i casi   di contagi con sintomi significativi, che necessitano ricoveri e cure”.

Ad essere migliorate le terapie, spiega poi Grassi, con la sperimentazione sul campo di medicine sempre più mirate ed efficaci. Questo fa ben sperare per il futuro, ma non  bisogna dimenticare che anche ora i morti sono a centinaia ogni giorno in Italia, come pure il dolore e il sacrificio anche di tanti medici caduti sul campo di battaglia, che finora ha portato l’epidemia. Non abituarsi, parafrasando Hanna Harendt, alla “banalità del male”.

“Voglio esprimere una immensa riconoscenza a chi in questi mesi assieme a me ha affrontato l’emergenza nel reparto che dirigo – si accalora il primario -, i 10 medici, i 25 infermieri e gli altrettanti oss.  Abbiamo vissuto un impatto umano e psicologico pesantissimo, inimmaginabile. Ma questo avviene qui dentro, e spesso non c’è piena consapevolezza oltre queste mura.  Ecco perché siamo sempre prudenti davanti alle riaperture, per quanto compressibili, da un punto di vista sociale.  Abbiamo visto persone di 45 anni, padri di famiglia, peggiorare da un giorno all’altro e andare d’urgenza in rianimazione. Siamo stati mesi a contatto quotidiano con pazienti isolati dal mondo, circondati da medici con lo scafandro, algidi e asettici, in un contesto carcerario, impossibilitati ad avere il diretto contatto e conforto dei familiari. Anche questo ha impattato sulla risposta alla malattia. Il rischio da evitare è di abituarci al peggio. Io dico sempre ai miei studenti che ogni paziente è come un nostro familiare, non è un numero, e questo comporta una grande pressione anche dal punto di vista umano”.

L’INTERVISTA

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