CREAZIONI E DISTRUZIONI, LA GUERRA E LA PACE: PAROLE E OPERE DI ARTISTI UCRAINI IN ABRUZZO

OLENA, LUCY, YEHOR, PETRO E ANDRIY OSPITI PER SEI MESI A FONTECCHIO, GRAZIE AL PROGETTO DI RESIDENZA DEL MAXXI L'AQUILA, CON MOSTRA FINALE NEL CONVENTO DI SAN FRANCESCO

di Filippo Tronca

8 Marzo 2023 08:10

Regione - AbruzzoWeb Turismo, Cultura, Gallerie Fotografiche, Politica

L’AQUILA – Olena Turyanska segue con lo sguardo il cerchio di luce proiettato dal rosone della chiesa, che lentamente si muove, a scandire i minuti, in trepidante attesa che vada a corrispondere con il cerchio di sale da lei disegnato, sul pavimento della navata.

Olena è solo una dei cinque artisti arrivati dall’Ucraina in guerra a Fontecchio, in provincia dell’Aquila, nell’ambito del progetto Fontecchio Residency Program, realizzato dal Maxxi,  il Museo nazionale delle arti del XXI secolo, che una sede a L’Aquila, con la collaborazione della fondazione Imago Mundi, del Comune di Fontecchio e il sostegno del Ministero della Cultura.

Accolti fraternamente e con affetto dalla comunità tutta, per ben sei mesi, culminati con una mostra collettiva nel convento di San Francesco, tra gli affreschi di scuola giottesca e rinascimentale della chiesa romanica, e lungo il chiostro, dove per secoli hanno camminato in silenzio i frati. Ultima occasione di replica per visitatarla è per sabato e domenica prossima, dalle 11 alle 17, per volontà della direzione del Maxxi L’Aquila e del Comune di Fontecchio.

Olena traccia un bilancio della sua esperienza, partendo dall’inizio: “Sono arrivata in questo posto meraviglioso nel settimo mese della guerra. La bellezza che mi circonda, la natura, la solitudine, mi hanno sempre dato la forza di riconciliarmi con tutto ciò che considero il meglio del mondo. Solo che questa volta non potevo né ispirare né espirare. A impedirmelo quello che si era accumulato fin dal primo giorno dell’invasione, la rabbia, il rammarico, l’impotenza, il rombo delle sirene e delle esplosioni, i racconti delle persone a casa mia spuntate dal nulla e scomparse nel nulla, la sindrome del sopravvissuto, l’inimmaginabile. Dal mio terrazzo vedo qui tramonti bellissimi, ma poi ci sono le ultime notizie dal fronte, il colore rosso della mappa dell’allarme, dove i bombardamenti stanno avvenendo proprio ora, proprio in questo momento. E veniva da chiedersi: cosa sto facendo qui, cosa posso fare?”

Esprimersi, continuare, nonostante tutto, a fare l’artista, l’unica risposta, forse possibile. Apparecchiando così un tavolo, con tante foto affastellate, ma non casualmente, della valle dell’Aterno e della sua Ucraina, delle gru sopra i tetti, delle case in ricostruzione, e di quelle dirute, in Abruzzo, e in qualche posto sul fronte della guerra.

E poi lunghe passeggiate, percorrendo il sentiero dove si incontra anche la casa di natura e arte La Kap, la stessa dove visse il giornalista inviato di guerra Luciano Seno, e assiduamente frequentato dal grande disegnatore Pino Zac, che abitava poco distante.

La scoperta del ponte romano, sul fiume Aterno, che ha resistito a chissà quante guerre e terremoti.

“I piccoli ponti  antichi – osserva Olena -, sono come triangoli levigati, con il punto più alto sopra l’arco centrale, dolcemente in su, e poi dolcemente in giù, incarnazione dell’equilibrio perfetto, del desiderio infantile di trovarsi sulla cresta dell’onda. Un pomeriggio faceva caldo, il sole splendeva, mi sono sdraiata sulla pietra riscaldata. Sotto di me scorreva il fiume. Ho chiuso gli occhi mi sono immaginata come parte di questo fiume. Devo essermi addormentata, e quando ha aperto gli occhi, ho avuto come l’impressione di essere stata cullata da tutta la bellezza che mi circondava”.

Dentro un altare, Andriy Sahaydakovskyy ha incastonato il suo dipinto, su un frammento di tappeto dell’artigianato tradizionale ucraino. Ancora un un ponte ed un fiume. In magistrale stile impressionistico, alla scuola di Claude Monet, molto simile al famoso ponte dello stagno delle Ninfee. Ma in bianco e nero, i colori della sua Leopoli, dei rifugi e degli scantinati dove è necessario nascondersi quando suonano le sirene, e i russi bombardano.





Sull’opera campeggia la parola ucraina “діалог”, che significa dialogo.

“Quale è il senso del dialogo? – si chiede Andryn -, se tutti fossero della stessa idea sarebbe una parola senza senso, inutile. Dialogo presuppone sponde diverse e un ostacolo da oltrepassare, perché è un ponte. Dialogo è adattarsi anche alle condizioni nuove. I mammut, ad esempio, si sono estinti perché erano i padroni della terra, non dovevano ulteriormente adattarsi, si sono adagiati e sono scomparsi. C’è poi un dialogo tra il passato e il presente, del futuro non so dire, nessuno lo può dire. Posso solo dire che ora nel mio paese, persone che non hanno nessuna capacità di dialogo, uccidono gli indifesi, e vogliono annientare un popolo”.

Una mano si tende, lascia cadere una pietra, che può essere un seme o una bomba, un inizio o una fine. Lungo il chiostro le opere di Petro Ryaska. Dipinti, video e installazioni, a mo’ di cronaca visiva della sua esperienza umana e interiore in questo angolo d’Abruzzo, dal titolo “Con il diritto di esposizione lungo le strade dei tratturi”.

“Inizialmente ho avuto il permesso di stare qui per soli due mesi, devo essere infatti disponibile per un eventuale reclutamento nell’esercito – racconta Petro -. Non ho lasciato il mio paese, subito dopo che è scoppiata la guerra. Nella residenza artistica di cui sono ‘non curatore’, nella regione della Transcarpazia, ho ospitato persone in fuga dalle aree più calde e pericolose. Poi, arrivato qui, è stato davvero difficile rimettermi a fare arte, come era mio dovere, come previsto dal progetto. Non riuscivo a stare più di dieci minuti davanti ad un foglio, ad una tela. Per me questa permanenza è stata un percorso terapeutico, ho conosciuto una comunità meravigliosa, ho ricevuto vera amicizia e tanto calore, ho potuto lavorare nel laboratorio d’arte delle Officine. Di tutto ciò ne capirò l’importanza solo in futuro, attraverso la scrittura”.

Certo è che Petro i vicoli del paese li conosce come le sue tasche, li ha calpestati palmo palmo. Il paese, ha scoperto, è stato cinto d’assedio, tanti secoli fa, dal condottiero mercenario Braccio da Montone, detto “Fortebraccio”, ma seppe eroicamente resistere, grazie al coraggio dei suoi abitanti e al concittadino condottiero Rosso Guelfaglione, arrivato a dar manforte.

Alla domanda, ineludibile, “per te ora cosa significa la parola pace?”, Petro si prende qualche secondo per riflettere. “La pace prima o poi tornerà, ma solo se sarà una pace giusta, solo se l’invasore sarà cacciato. Io sono contro la guerra, da sempre, sono un pacifista, ma se un vicino di di casa entra nella tua casa, ti distrugge tutto, ti caccia con la violenza, che alternative ci sono? Mi chiedo cosa farò, cosa penserò, quando sarò eventualmente chiamato ad arruolarmi, ad imbracciare un fucile. E sono sincero, non ho una risposta…”.

Lucy Ivanova ha scoperto di essere incinta di Yehor Antsyhin, il suo amato compagno, proprio qui a Fontecchio. Hanno vissuto in una casetta in uno dei luoghi più suggestivi e antichi del paese, davanti alla conceria medioevale, dove il tempo è scandito dallo scrosciare delle sorgenti, e dallo scorrere del ruscello. Il loro figlio nascerà a Vienna, dove avranno la garanzia della copertura sanitaria e la certezza di una assistenza. Poi chissà, è maturata in loro anche una mezza idea di tornare a Fontecchio, e di prendere casa.

“Qui a Fontecchio – racconta Lucy -, appena arrivata, la maggior parte del tempo stavo sdraiata sul letto, ad ascoltare  gli insetti, gli uccelli e gli animali del bosco. Leggevo libri sulla storia dell’Abruzzo e di Fontecchio. Ogni esperienza ti cambia, come artista, come donna”.

Lucy nelle sue ricerche è rimasta impressionata in particolare dal gran numero di conventi francescani lungo la valle. E il polittico che ha poi realizzato a questa presenza si è ispirato, raccontando di un terzo figlio, quello che nelle famiglie del passato era destinato alla vita religiosa e monastica, in quanto al primogenito toccava l’eredità dei beni, al secondogenito la carriera militare.

E il pensiero, fatalmente, torna alla guerra.





“Vedo che qui in Italia c’è chi dice che è necessario non rifornire più di armi l’Ucraina, essendo questo l’unico modo per far finire la guerra. Ma è una posizione illogica, sbagliata: la verità, ve lo assicuro, è che se non riceveremo più i mezzi  per proteggerci, i russi non si fermeranno, anzi, continueranno ad avanzare, a uccidere e a distruggere. Il loro obiettivo non è solo la conquista e la depredazione, è il volerci annientare”.

Si accalora ancor di più Lucy, “Putin, il demonio, prima o poi, non essendo eterno, creperà, ma lui è solo una parte di un sistema. La propaganda imperialista, portata avanti negli ultimi venti anni,  induce ora i russi a credere che sia giusto che l’Ucraina venga conquistata ed annessa, che l’Ucraina, menzogna davvero ridicola, è un Paese in mano ai neonazisti, che sono gli ucraini ad aver colonizzato la terra dove vivono. In Russia è stato fatto un lavaggio del cervello, e l’obiettivo è quello di cancellare la nostra cultura, la nostra storia, non è un caso che anche ora, come avviene del resto da anni, i nostri musei vengono saccheggiati e depredati, con tante opere d’arte e reperti archeologici, testimonianze della nostra storia e cultura, vengono portati in Russia. Anche artisti russi, o anche nostri parenti in Russia, pure quelli liberali, e non allineati all’ideologia di regime, credono che tutto questo accade perché ci devono salvare dall’invasione da parte dell’Occidente, della Nato, degli Stati Uniti, sono convinti che il loro dittatore lo fa per il nostro bene. Sono riusciti a ribaltare la realtà, ad inventare i fatti, e questo è terribile”.

Yehor Antsyhin ha dipinto invece dentro una edicola del convento, un uomo che sorregge una chiave di volta malferma di un arco di pietra, uno dei tanti che abbelliscono le case di Fontecchio. Come in guerra, così come nel terremoto, ad impedire che tutto crolli. Un quadro a tinte spente, intime e delicate.

“Una metafora del mitico Atlante, se volete, che si sobbarca sulle spalle il peso del mondo – spiega l’artista -, ma è una persona normale, non è un eroe, non è un dio. La mia pratica è multidisciplinare, nell’ultimo anno sono tornato alla pittura, e forse è stata la guerra a suggerirmelo. Arrivato qui ho cercato di trovare nessi, punti di dialogo e di contatto, tra paesi e storie diverse. E ho trovato tante affinità. Una su tutte, la volontà di ricostruire dopo la distruzione. Queste gru che svettano nel cieli per voi sono una realtà, una presenza oramai familiare, per noi una speranza. Ho trovato qui tanto calore e attenzione, da parte del sindaco Sabrina Ciancone, dell’assessore Valeria Pica, da parte di tutte le persone del paese, da parte degli altri artisti venuti da tempo a vivere a Fontecchio, in particolare le ragazze e i ragazzi delle Officine, che mi hanno aiutato in tutti i modi, mettendomi a disposizione i loro spazi per lavorare. Questo non lo dimenticherò mai”.

Racconta poi che per lui arrivare a Fontecchio e non sentire più le sirene che annunciavano i bombardamenti è stata una pace ritrovata, ma poi sottolinea: “la parola pace è sopravvalutata, viene usata spesso in modo strumentale, come sinonimo di resa senza condizioni. La pace deve essere giusta, altrimenti non regge, è destinata a crollare, come un arco senza una chiave di volta”.

In tempi di pace lo straniero non è una minaccia, ma uno sguardo nuovo che fa comprendere il valore di ciò che per gli autoctoni appare scontato: la conferma è che tutti gli artisti ucraini coinvolti nel progetto sono rimasti impressionati dalla cura e dall’attenzione che c’è in Italia per il restauro dei beni culturali, dei borghi antichi nella loro integrità, per la conservazione della memoria, per la tanto discussa ricostruzione post-sismica del “com’era e dov’era”.

Ha scritto Olena nel suo taccuino, passeggiando nel centro storico medioevale di Fontecchio: “Cuore di pietra, pietra d’inciampo, pietra sopra pietra, pietra di paragone, raccogliere pietre e spargere pietre, pietra miliare e pietra angolare. Posare la prima pietra, metterci una pietra sopra. Farsi di pietra. Qui c’è tanta pietra, qui quasi tutto è fatto di pietra. Guardando le foto scattate subito dopo il terremoto, vedi rovine, case senza facciate,  feriti avvolti in coperte, che aspettano i soccorsi all’aperto, file di bare nei cimiteri. Una esperienza a noi ucraini molto familiare, con una enorme differenza: qui è stata la forza della natura, da noi la decisione malvagia e consapevole delle persone. Qualcuno raccoglie pietre, e qualcuno le sparge. E non finisce mai”.

Nel convento che fu prima dell’arrivo dei frati francescani una chiesa consacrata a Sant’Agnese martire, sgozzata a soli 12 anni dai Romani, per non aver voluto rinnegare la sua fede, si è creata intanto la suspense: il cerchio di luce ha raggiunto il cerchio di sale, ma la sovrapposizione è solo parziale. L’universo del resto non è immobile, e la Terra aveva intanto mutato la traiettoria della sua rivoluzione intorno al sole. Il cerchio di sale, almeno in un suo spicchio, si è comunque acceso e ha brillato come un tappeto di stelle precipitate dal cielo.

 

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