CRISI COVID E DIFFICOLTA’ ACCESSO CREDITO PER IMPRESE, CRESCE IN ABRUZZO RISCHIO RICICLAGGIO

DATI CGIA DI MESTRE: INCREMENTO SEGNAZIONE OPERAZIONI SOSPETTE NEL 2020 DEL 9%, IN REGIONE ALLARME IN PROVINCIA TERAMO, 36ESIMA NEL PAESE, E IN PROVINCIA DELL'AQUILA, 101ESIMA MA CON AUMENTO DEL 24% IN UN ANNO. "CRIMINALITA' ORGANIZZATA HA GIRO DI AFFARI DA 170 MILIARDI E DEVE INVESTIRE DENARO SPORCO"

22 Luglio 2021 08:15

L’AQUILA – Dietro un cartello con scritta affittasi o vendesi, attaccato sopra una saracinesca di una attività commerciale, non c’è solo un dramma umano e imprenditoriale di chi non è riuscito a superare la drammatica crisi covid.

C’è anche il rischio concreto il riciclaggio del denaro sporco da parte di organizzazioni mafiose che in questa difficilissima congiuntura hanno un giro di affari pari all’astronomica cifra di 170 miliardi di euro, il 10% del Pil, ed hanno dunque necessità di investire il loro denaro sporco.

Un rischio che riguarda anche l’Abruzzo, a leggere il report dell’ufficio studi della Cgia di Mestre.

In essa si riferisce che a causa degli effetti economici della pandemia, e soprattutto dalla difficoltà crescente difficoltà di  di accesso al credito per le imprese in difficoltà, le segnalazioni sospette di riciclaggio ricevute dall’Unità di Informazione Finanziaria (Uif) della Banca d’Italia sono in aumento.

Nel 2020 sono state 113.187 (+7 per cento sul 2019): una soglia, quella in valore assoluto, mai toccata negli anni precedenti.

Oltre il 99 per cento del totale di queste “denunce” riguarda operazioni di riciclaggio di denaro che, molto probabilmente, sono di provenienza illegale e solo lo 0,5 per cento, invece, sono riconducibili a misure sospette di terrorismo.

Delle 107 province censite, in termini di segnalazioni sospette di riciclaggio, la prima provincia abruzzese in classifica è quella di Teramo, al 38esimo posto, con 482 segnalazioni nel 2019, salite nel 2020 a 511, con un incremento del 6%, e  con incidenza 168,1 segnalazioni ogni 100mila abitanti, che è il dato che fa classifica.

La provincia dell’Aquila, sotto osservazione per la presenza di uno dei cantieri più grandi d’Europa, quello della ricostruzione 2009, invece è in bassissima classifica, al 101esimo posto, ma le segnalazioni nel 2020 sono state 287, contro le 230 del 2019, dunque con un incremento estremamente alto anche a livello nazionale, del 24,8%.  L’incidenza sulla popolazione resta però per fortuna bassa: 97,3 su 100mila abitanti.

Stando i dati della Cgia di Mestre, sembra destare preoccupazione la situazione della provincia di Chieti, quartultima al 104esimo posto. Le segnalazioni sono state 289 nel 2019 e 306 nel 2020, con un aumento contenuto del 5,9%, incidenza tra le più basse d’Italia dell’ 80,8.

La provincia di Pescara si colloca invece al 65esimo posto, dunque tra i territori a rischio, ma va considerato che in realtà le segnalazioni di sospetto riciclaggio sono calate: erano 517 nel 2019 sono scesa a 444 nel 2020, una flessione del 14,1%, e con un’incidenza che resta comunque alta, 140,3 segnalazioni ogni 100.000 abitanti.

A livello territoriale le situazioni più critiche si sono registrate nelle province di Prato (352 segnalazioni ogni 100 mila abitanti), di Milano (331,3), di Napoli (319,6), di Roma (297,9) e di Caserta (247,5).

Le province meno coinvolte, invece, sono state quelle di Nuoro (76), di Viterbo (75,5) e la Sud Sardegna (57,8).

Gli incrementi più consistenti si sono verificati nelle province di Lecce, 47%, di Vibo Valentia, 43%,  e di Roma, 40,2%.

Spiega poi la Cgia di Mestre: una platea di aziende, quelle segnalate alla Centrale dei rischi, a cui è pressoché interdetta la possibilità di chiedere un “sostegno” alle banche che, rispetto alle altre, sono le più esposte al rischio di essere “avvicinate” dalle organizzazioni criminali.

Una tesi che è stata confermata anche dai vertici del Ros, che sottolinea come i mafiosi detengono una quantità enorme di liquidità proveniente da operazioni illecite da reimmettere nel mercato.

Spesso, manager in doppio petto si offrono alle imprese in difficoltà come risolutori di queste crisi. Insomma, si presentano come una banca, anche se poi applicano ben altre regole. Il finanziamento erogato diventa il “grimaldello” per acquisire una partecipazione significativa nell’amministrazione societaria dell’impresa. Poichè l’imprenditore non è più nelle condizioni di restituire la somma ricevuta, col tempo i malavitosi diventano i nuovi proprietari.

E si parla purtroppo di un fiume di denaro enorme: sebbene non vi sia una omogeneità statistica tra gli istituti di ricerca che monitorano la “penetrazione” delle organizzazione malavitose
nell’economia del nostro Paese, il giro d’affari in capo alla criminalità organizzata è sicuramente molto importante. Secondo l’Istat, ad esempio, in Italia ammonterebbe a 19,3 miliardi di euro (dato riferito al 2018)5, mentre l’Università Cattolica Sacro Cuore-Transcrime stima un fatturato che sfiorerebbe i 30 miliardi di euro (anno 2014).

La Banca d’Italia, infine, in un suo approfondimento non proprio recentissimo, ha preso come parametro di riferimento la quantità di moneta in circolazione. Ebbene, i ricercatori di via Nazionale sono giunti alla conclusione che l’economia illegale presente in Italia tra il
2005 e il 2008 potrebbe aver pesato per oltre il 10 per cento del Pil: ovvero attorno ai 170 miliardi di euro. Filippo Tronca

 

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