CRISI GOVERNO: SALGONO QUOTAZIONI DI D’ALFONSO, INCARICO IN CASO DI RIMPASTO?

IERI AL SENATO MAGGIORANZA GIUSEPPE CONTE A QUOTA 156, PROSEGUE PRESSING SU RESPONSABILI, PROTAGONISTA EX PRESIDENTE REGIONE DEM E SENATORE PRESIDENTE COMMISSIONE FINANZE E TESORO

di Filippo Tronca

20 Gennaio 2021 10:27

ROMA – Con 156 voti favorevoli il governo giallo-rosso di Giuseppe Conte ha ottenuto ieri la fiducia al Senato, con 140 i No e 16 astenuti. Il risultato del voto viene accolto dalla maggioranza con un applauso nell’emiciclo. Non  è la maggioranza assoluta, fissata a quota 161, ma intanto la navigazione può proseguire, e la partita per allargare la maggioranza inizia ora, con un probabile rimpasto di governo, per allettare i centristi, e anche quanti più esponenti sarà possibile di Italia viva, che dopo aver provocato la crisi, ieri si è astenuta, a conferma della difficoltà di Matteo Renzi di far digerire ai suoi la linea dello scontro frontale con Conte nel bel bel mezzo di una pandemia e con l’economia in ginocchio, per di più restando dentro un partito dato sotto il 3%.

In questo delicato passaggio emerge un ruolo di primo piano, assicurano i bene informati, dell’abruzzese Luciano D’ Alfonso, ex sindaco di Pescara, ex presidente della Regione, ed ora senatore dem e presidente della commissione Tesoro e Finanze.

Per lui potrebbe scattare, nel rimpasto prossimo venturo, un ruolo ancor di primo piano, magari quello di sottosegretariato, segnatamente alle Infrastrutture, obiettivo che aveva sfiorato a settembre 2019, con la composizione del governo Conte II, nato dall’alleanza tra Pd e M5s dopo la rottura tra M5s e Lega.

E questo anche come premio per l’assiduo lavoro di moral suasion che il senatore abruzzese ha operato per convincere quanti più colleghi di palazzo Madama ad appoggiare la maggioranza. Forte anche del suo passato di moderato della Margherita, ed anche del rapporto di amicizia che lo lega a Matteo Renzi, che quando era ancora premier del Pd  alle elezioni del marzo 2018 era arrivato a promettergli un ministero, in caso di vittoria del centrosinistra. Più volte Renzi è venuto in Abruzzo accolto da tutti gli onori dal presidente D’Alfonso, che ha avuto come suo cavallo di battaglia le opere pubbliche finanziate con il masterplan per il sud varato proprio da Renzi.

Con la nascita per scissione di Italia viva, D’Alfonso è rimasto nel Pd, mentre con Renzi è andato il suo ex-fedelissimo Camillo D’Alessandro, suo sottosegretario di giunta ai tempi della Regione.

Nello stesso tempo D’Alfonso consolida l’ascendente con la corrente maggioritaria del Pd, quella del segretario nazionale Nicola Zingaretti.

Ha detto ieri D’Alfonso ai microfoni del Tg1, al termine delle votazioni: “Ho colto una seduta artificiale, l’Italia ha problemi reali, ci sono risorse finanziarie importanti da mettere in esercizio. la consapevolezza pure. Questa riunione si poteva evitare”

Aggiungendo sibillino: “si inaugura una fase ulteriore della vita politica, del rapporto parlamento governo, sono convinto che ulteriori consapevolezze  e saggezze dei singoli parlamentari arriveranno”.

Nessuna sorpresa e cambi di casacca da parte degli altri parlamentari abruzzesi, sia alla Camera che al Senato.




Il verdetto dell’aula di Palazzo Madama  è arrivato ieri segnato dalla polemiche, tra le proteste di Lega e FdI, che annunciano si appelleranno al Colle. Italia Viva ha confermato l’astensione, in segno di “disponibilità”, seppure a tempo, a discutere ancora con la maggioranza. I senatori guidati da Matteo Renzi al momento tengono in ostaggio l’esecutivo giallo-rosso: se si sommassero alle opposizioni, a Palazzo Madama i rapporti di forza cambierebbero (senza Nencini, sono infatti 17 in tutto, contando anche un senatore assente per Covid, e dunque sommati ai 140 no delle opposizioni supererebbero l’attuale maggioranza).

In Aula come nelle commissioni, paralizzando l’attività parlamentare. Che vi sia un “problema di numeri” lo mette a verbale anche il premier: “se non ci sono, il governo va a casa”, dice chiaro e tondo davanti ai senatori. Dove ingaggia anche un duello con l’ormai rivale Renzi: l’ex premier ha scelto di intervenire in discussione generale, così da garantirsi la replica del premier. Lo ha accusato di “non essere salito al Quirinale per paura” e di chiudersi in “un arrocco dannoso”.

Come il centrodestra, parla di “mercato indecoroso di poltrone” e con un tono apocalittico torna a ripetere la necessità di un cambio di passo, dalla scuola all’economia, “o i nostri figli ci malediranno”, ha detto.

Conte ha ripreso la parola rivendicando il dialogo e ribadendo come la responsabilità della rottura sia tutta sulle spalle di Italia Viva, “difficile governare con chi mina equilibri”, ha attaccato.

Occupare “le poltrone” poi non l’ha reputata un’accusa pertinente: l’importante è farlo “con disciplina e onore”, come recita la Costituzione. Quello di cui il Paese ha bisogno “è una politica indirizzata al benessere dei cittadini” per evitare che “la rabbia sociale” esploda e si trasformi in “scontro”, è la tesi argomentata dall’avvocato. E dunque serve un governo, in grado di agire.

Con il voto a tarda sera si è chiusa la maratona parlamentare e si apre però la difficile composizione della crisi aperta dal senatore di Rignano con le dimissioni delle ministre una settimana fa. E ora sarà il momento delle scelte: c’è il ministero dell’Agricoltura da affidare, la delega dei servizi da esercitare e, soprattutto, l’azione del governo da rilanciare con un nuovo patto di legislatura, a partire dal Recovery plan, cercando di allargare la maggioranza a quel drappello di responsabili o ‘volenterosi’, come li ha definiti il presidente del Consiglio, in grado di traghettare in acque più sicure l’esecutivo.

“Ci rivolgeremo a Mattarella: c’è un governo che non ha la maggioranza al Senato e sta in piedi con chi cambia casacca”. ha annunciato invece il leader della Lega, Matteo Salvini che commentando il voto ha aggiunto: “Che schifezza!!! Che pagina triste, che faranno? Promettono 5 poltrone per andare a 161?”.

E Giorgia Meloni, FdI, ha rilanciato: “Rispetto alle premesse e alle speranze di Conte e Casalino le cose non sono andate come speravano: sentivo parlare di decine di responsabili ma al netto di casi singoli, dall’altra parte ce ne sono di più, il centrodestra ha mantenuto la sua compattezza e non era scontato. Ho parlato con Salvini, parlerò con Berlusconi. Ora dobbiamo chiedere un colloquio con il Colle”.

“La prova di forza e di superbia del governo Conte finisce nel più miserabile dei modi –  ha infine incalzato Giorgio Mulè, deputato di Forza Italia e portavoce dei gruppi azzurri di Camera e Senato. : l’operazione ‘raccattavoti’ è miseramente fallita. Il voto del Senato condanna l’esecutivo e il suo premier a recarsi immediatamente dal Presidente della Repubblica. Non c’è maggioranza assoluta: i voti raccolti a palazzo Madama dal governo, per giunta con la ‘chiamata’ dei senatori a vita e il sostegno di un paio di voltagabbana d’accatto, non bastano a sostenere alcuna maggioranza. Si archivi dunque questa squallida pagina della storia parlamentare e si torni nel sentiero costituzionale nel momento in cui il Paese ha bisogno di una guida sicura e capace. Forza Italia con il centrodestra è pronta ad assumersi tutte le responsabilità”.

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