DA SANTO STEFANO DI SESSANIO ALLE CAPANNE IN RWANDA: IL TURISMO DI SEXTANTIO PER SALVARE VITE

INTERVISTA ALL'IMPRENDITORE ITALO-SVEDESE DANIELE KIHLGREN FONDATORE DELL'ALBERGO DIFFUSO NEL BORGO ABRUZZESE, ORA PROMOTORE PROGETTO NELL'ISOLA NKOMBO CON SUA ONLUS PER RACCOGLIERE FONDI E GARANTIRE ASSICURAZIONI SANITARIE A POPOLAZIONE LOCALE INDIGENTE

di Filippo Tronca

18 Aprile 2022 07:00

L'Aquila: AbruzzoWeb Turismo

L’AQUILA – Che nesso può esserci tra le case in pietra, testimoni dello potere dei signori medievali e rinascimentali, padroni della lana e delle terre, e poi, nei piani inferiori e nei lacerti bui ed umili, della civiltà contadina e pastorale di Santo Stefano di Sessanio in Abruzzo, e le capanne sull’Isola Nkombo, nel grande lago Kivu, al confine tra il Rwanda e il Congo?

In entrambi i casi una visione, un progetto filosofico, prima ancora che imprenditoriale, del vulcanico Daniele Kihlgren, l’italo svedese che nel borgo abruzzese nel Parco nazione Gran Sasso Monti della Laga,  ha creato il celebre albergo diffuso Sextantio, acquistando e restaurando con rigore filologico, le umili abitazioni del borgo, ispirandosi alle foto scattate in Abruzzo negli anni ’20 dal linguista svizzero Paul Scheuermeier.​

Diventata gettonatissima meta turistica, e un caso internazionale di restituzione di vocazione ad un piccolo paese montano che viveva fino ad allora un inesorabile declino economico e sociale. Modello poi replicato con successo con un albergo diffuso a Matera vecchia, nei celebri Sassi.

Oggi però, il cuore del 46enne che discende da una delle famiglie più ricche della Svezia, gli industriali Kihlgren che si occupano di cementifici, batte per una nuova sfida, squisitamente solidale e no profit: il progetto Capanne, che ha come obiettivo quello di coprire in costi delle assicurazioni sanitarie, e garantire le cure alla popolazione dell’isola africana, attraverso la Sexantio Onlus e la collaborazione della Caritas.

Ad illustrare il progetto ad Abruzzoweb lo stesso Kihlgren: “Siamo partiti con due capanne, costruite secondo le tradizioni del territorio e seguendo il progetto del museo etnografico di Butare. Il letti sono come da tradizione ruandese, stuoie di paglie stratificate e materassi. C’è una piccola cucina, uno spazio conviviale”.

Capanne che saranno messe a disposizione dei turisti, in cambio di una offerta libera in denaro, con la possibilità di fare anche gite nel lago con le canoe tradizionali, pesca notturna con i pescatori sulle piroghe, visite guidate nel villaggio.

“Un’esperienza diversa rispetto ai solite strutture ricettive con standard occidentali e relativi comfort. Tutti gli utili andranno alla ong che ho fondato per dotare di assicurazione sanitaria alla popolazione locale, in collaborazione con la Caritas, che riteniamo un partner credibile. In quei territori molte persone non possono permettersi le cure mediche e si muore per malattie altrove curabili o scomparse, come colera e malaria. Eppure bastano pochi dollari, appena 4, per l’assicurazione sanitaria, che molti però non si possono permettere vivendo di autosussistenza”.

Dopo il genocidio del 1994 in Rwanda, il governo ha avviato infatti una capillare diffusione dei servizi sanitari aprendo centri sanitari ma, per molto tempo, l’accesso alla salute è rimasto precluso ad un’alta percentuale di popolazione.

Nel 2005, per la prima volta, il governo rwandese ha introdotto il progetto della Mutuelles de Santé, l’assicurazione sanitaria. Ma anche in questo caso parte significativa della popolazione non può permettersela.

L’attività dell’associazione Sextantio è così  iniziata nel 2008 e il progetto pilota ha garantito una assicurazione a  8.000 persone. Per arrivare nel 2009 a 80.000 assicurazioni mentre nel 2010 sono state date 125.457 assicurazioni e, nel 2011, si è superata la soglia dei 160mila.

Il Progetto Capanne, con i suoi proventi andrà ad integrare i fondi delle donazioni.

Alla domanda dunque perché a questo punto solo due capanne, tenuto conto che lo spazio utilizzabile è di circa un ettaro, Kihlgren risponde: “Dall’esperienza di Santo Stefano di Sessanio e anche di Matera, ho visto che se non viene ben gestito il turismo rischia di sputtanare i luoghi. Dunque vogliamo agire passo dopo passo, evitando il rischio di snaturare l’equilibrio socio-culturale di quell’isola. Non vorrei che i bambini diventassero questuanti dei turisti, e padri le madri venditori di finto artigianato Masai. Poi, semmai, valuteremo in che misura accrescere l’offerta, realizzando altre capanne”.

Tornando in Abruzzo, Kihlgren, traccia un bilancio positivo dell’attività dell’albergo diffuso Sextantio che dopo pesanti difficoltà finanziarie, si è rimesso in sesto grazie all’aiuto del gruppo Maresca di Pescara.

“Ho commesso errori – ammette Kihlgren -, ho sbagliato i conti, non sono stato bravo a controllarli, ma ora il bilancio è finalmente in ordine, grazie all’apporto di persone più competenti in materia. Abbiamo tenuto botta anche nei due anni della pandemia, che hanno rappresentato una iattura per buona parte del comparto turistico italiano. La conferma che questo tipo di turismo rappresenta la via migliore da perseguire per le aree interne e piccoli paesi. La panacea dell’industria appartiene al passato, finita con la prima repubblica. In Italia ci sono 2mila borghi in via di definitivo spopolamento. Io ritengo che il modello di albergo diffuso rappresenta una possibilità concreta per restituire una vita e una vocazione a questi luoghi, a patto di evitare lo snaturamento dei luoghi. A Santo Stefano di Sessanio, a Matera, come in Rwanda”.

Commenti da Facebook

RIPRODUZIONE RISERVATA
    Articolo

    Ti potrebbe interessare: